antroposofia e medicina
Rudolf Steiner (Getty Images)

L’articolo di Silvana De Mari dedicato a Rudolf Steiner, pubblicato sulla Verità il 12 agosto, offre l’occasione per alcune precisazioni riguardanti la medicina antroposofica. Non intendiamo entrare nel merito delle valutazioni filosofiche, storiche o religiose espresse nell’articolo, sulle quali ciascuno è naturalmente libero di formarsi il proprio giudizio. Vorremmo invece chiarire alcuni aspetti di una realtà medica che conosciamo direttamente e nella quale operiamo professionalmente.

La medicina antroposofica nasce in Europa circa un secolo fa dall’incontro fra Rudolf Steiner e la dottoressa Ita Wegman e si è sviluppata in numerosi Paesi.

In Italia è presente da decenni ed è rappresentata, tra l’altro, dalla Società italiana di medicina antroposofica, associazione medico-scientifica alla quale appartengono medici con formazione universitaria e differenti specializzazioni, alcuni dei quali hanno operato o operano nel Servizio sanitario nazionale.

È importante chiarire anzitutto un possibile equivoco: la medicina antroposofica non nasce come medicina alternativa alla medicina scientifica. Il medico antroposofo è innanzitutto un medico. Anatomia, fisiologia, patologia, diagnostica di laboratorio e strumentale, farmacologia e acquisizioni della medicina contemporanea costituiscono il fondamento della sua attività professionale.

Quando sono indicati un antibiotico, un intervento chirurgico, una terapia oncologica o qualsiasi altro trattamento convenzionale, l’essere medico antroposofo non costituisce una ragione per rifiutarli. La domanda posta dalla medicina antroposofica è un’altra: la descrizione fisico-chimica, per quanto indispensabile e feconda, esaurisce la realtà dell’essere umano e della sua malattia?

Che cos’è davvero la medicina antroposofica

Il limite della medicina scientifica odierna, consiste nel fatto che la scienza fa uso di un metodo che delimita a priori il tipo di realtà che si accinge a descrivere. Questo limite, in realtà, è comparso molto presto, all’inizio della rivoluzione scientifica rinascimentale. La scienza moderna nasce infatti, in larga misura, dalla matematizzazione galileiana della natura e dalla distinzione fra qualità primarie, suscettibili di determinazione quantitativa, e qualità secondarie, legate all’esperienza del soggetto.

Colore, suono, sapore, odore non appartengono alla descrizione fisica dell’oggetto in quanto tale. La biologia contemporanea, e di conseguenza la medicina, nella misura in cui assumono la spiegazione fisico-chimica come proprio fondamento metodologico, ereditano questa delimitazione.

Il «significato», che costituisce una categoria fondamentale per affrontare la malattia, pur non essendo riducibile a una qualità secondaria nel senso galileiano, in quanto non è semplicemente un effetto sensibile prodotto nel soggetto, subisce la stessa sorte delle qualità secondarie e viene quindi espulso dalla descrizione scientifica.

Un paziente non coincide con i risultati dei suoi esami. La stessa patologia può inserirsi in biografie profondamente differenti e venire vissuta in modi altrettanto differenti. La medicina antroposofica cerca pertanto di ampliare l’osservazione medica considerando, accanto alla dimensione biologica, l’organismo nella sua totalità, la dimensione psichica, la biografia e l’individualità del paziente, cioè la sua dimensione spirituale, quindi la dimensione del significato.

Non si può perciò ridurre l’individuo umano solo a un membro di una popolazione statistica. Si può discutere questa concezione e sottoporla a critica, ma occorre prima descriverla per ciò che essa effettivamente è.

Il caso del vischio e la medicina antroposofica

Un esempio concreto può aiutare a comprendere il problema. Nell’articolo viene citato il Viscum album fermentatum (vischio) utilizzato nella medicina antroposofica, presentandolo sostanzialmente come un rimedio omeopatico.

La questione è più complessa. Il vischio usato in terapia in Italia è un estratto acquoso fermentato di Viscum album, dove la sostanza presente nel preparato ha concentrazioni progressivamente crescenti, ed è utilizzato prevalentemente per via sottocutanea.

Non si tratta semplicemente di una sostanza sottoposta a elevate diluizioni che nell’immaginario comune identificano il medicamento omeopatico. L’impiego del Viscum album in oncologia integrata ha inoltre prodotto nel corso dei decenni una letteratura scientifica considerevole, comprendente studi osservazionali, studi clinici e revisioni sistematiche.

Come per ogni trattamento medico, qualità delle evidenze, indicazioni, limiti e risultati devono essere discussi criticamente. È precisamente questo il terreno sul quale riteniamo debba svolgersi il confronto.

Presentare il vischio come una curiosità esoterica o come una diluizione omeopatica non aiuta né il medico né il lettore a comprendere il problema. Occorre anche evitare un secondo equivoco. La medicina antroposofica contemporanea non consiste nella ripetizione acritica di ogni affermazione formulata da Rudolf Steiner un secolo fa.

Una disciplina medica vivente si sviluppa attraverso il confronto continuo fra le proprie intuizioni originarie, l’esperienza clinica, la ricerca e l’evoluzione delle conoscenze scientifiche. È ciò che è avvenuto e continua ad avvenire anche nella medicina antroposofica.

Questo non significa sottrarla alla critica. Al contrario. Proprio perché esercitata da medici e rivolta a persone malate, essa deve accettare una verifica rigorosa delle proprie affermazioni e della propria pratica. Ma la critica scientifica presuppone anche che l’oggetto criticato venga descritto correttamente.

Steiner, l’antroposofia e il cristianesimo

Esiste poi una questione diversa, che nell’articolo sembra talvolta sovrapporsi a quella medica: il rapporto fra l’antroposofia e il cristianesimo o, più specificamente, la dottrina cattolica.

È certamente legittimo che un teologo o un credente giudichi incompatibili determinate concezioni di Rudolf Steiner con la propria fede. Si tratta tuttavia di una discussione filosofica e teologica che non dovrebbe essere confusa con la valutazione clinica di una pratica medica.

L’efficacia o l’inefficacia di un trattamento non può essere stabilita sulla base della sua maggiore o minore compatibilità con una confessione religiosa. La medicina contemporanea dispone di possibilità diagnostiche e terapeutiche che soltanto pochi decenni fa sarebbero apparse impensabili.

Proprio questi straordinari progressi rendono però sempre più evidente un problema che molti medici incontrano quotidianamente: quanto più precisa diviene la descrizione dei meccanismi biomolecolari della malattia, tanto più rimane aperta la domanda sull’essere umano che di quella malattia è portatore.

È in questo spazio che la medicina antroposofica cerca di lavorare. Non contro la medicina scientifica, ma interrogandosi sui suoi confini e sulla possibilità di ampliarne lo sguardo senza rinunciare alle sue acquisizioni.

Non chiediamo naturalmente ai lettori di condividere i presupposti della medicina antroposofica, né riteniamo che essa debba essere sottratta a una discussione critica. Chiediamo qualcosa di più semplice: che possa venire conosciuta e giudicata per ciò che realmente è. La critica è infatti indispensabile alla medicina e alla scienza. Ma proprio per questo essa richiede accuratezza, conoscenza dell’oggetto e disponibilità al confronto.

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