emergenza solitudine
(iStock)

Dici agosto in città e pensi subito a lui, al Nanni Moretti che, nel film Caro Diario, a bordo della sua Vespa se ne gira solo per gli assolati quartieri di Roma. La Capitale appare semideserta come effettivamente sono molte città italiane in questo periodo in cui tanti sono in vacanza e chi è rimasto a casa, inevitabilmente, fa i conti con un po’ di tranquillità, sì, ma anche di solitudine. Peccato che quest’ultima non sia affatto un fenomeno solo estivo.

Anche quando le nostre strade tornano ad essere affollate e lontanissime da quelle vuote solcate da Moretti, infatti, la solitudine continua a colpire; con conseguenze sottovalutate, che vanno ben oltre la sfera privata di chi ne è vittima. A documentarlo, in modo sempre più allarmante, è una vasta mole di ricerche.

Per esempio, a febbraio di quest’anno Marieke Huysentruyt e Yann Algan dell’École des hautes études commerciales de Paris – più nota come Hec Paris, una delle migliori business school del mondo -, hanno firmato un articolo assai interessante, commentando gli esiti del report Bridging social capital and trust: a research agenda.

I due studiosi partono da una premessa: «La solitudine viene solitamente considerata un’esperienza privata, una questione di salute mentale o di benessere individuale». Peccato che così non sia dato che, avvertono Huysentruyt e Algan, c’è «un crescente corpus di prove che dimostra come, quando la fiducia si erode e i legami sociali si indeboliscono, le conseguenze si estendono ben oltre il benessere individuale».

E si manifestano a più livelli: «I risultati scolastici ne risentono, la produttività diminuisce, l’impegno civico si indebolisce e la crescita economica rallenta». Come se non bastasse, la solitudine è non di rado anche un indice di diseguaglianza. L’isolamento sociale, infatti, «colpisce in modo sproporzionato i giovani adulti, le persone a basso reddito, le minoranze e coloro che vivono in aree economicamente o geograficamente isolate».

Tutte persone, sottolineano ancora Huysentruyt e Algan, che «si trovano ad affrontare barriere strutturali che impediscono loro di instaurare legami significativi al di fuori della propria cerchia sociale immediata».

La solitudine non è solo un problema privato

Entrando più nello specifico, c’è da rimanere sbalorditi per i numerosissimi effetti negativi della solitudine sulla salute pubblica. Diversi studi collegano infatti l’isolamento sociale a molteplici patologie croniche, malattie cardiache, malattie polmonari, malattie cardiovascolari, ipertensione, aterosclerosi, ictus e, dulcis in fundo, disturbi metabolici, come l’obesità e le malattie metaboliche.

Uno studio pubblicato sull’American Journal of Public Health nel 2013 aveva perfino messo nero su bianco come «l’isolamento sociale» predica «la mortalità per entrambi i sessi così come il fumo e l’ipertensione». Accostamenti impegnativi che rendono plausibile quanto afferma una nota diffusa nel 2025 dall’Oms, che sempre credibile non è ma che, a questo punto, va presa sul serio quando dice che la solitudine è collegata a circa 100 decessi ogni ora, ovvero più di 871.000 all’anno. 

Tutto questo, riletto al contrario, dovrebbe trovare riscontri nel fatto che le buone relazioni allunghino la vita. In effetti è così. Una metanalisi pubblicata nel 2010 sulla rivista Plos medicine, considerando 148 studi già pubblicati – per un campione complessivo di oltre 300.000 persone – aveva rilevato «una probabilità di sopravvivenza aumentata del 50%» per quanto mostravano di avere «relazioni sociali più solide».

D’accordo, ma come la solitudine risulta collegata ad un così drastico peggioramento della salute? Hanno provato a spiegarlo, attraverso un’analisi riepilogativa della letteratura pubblicata nel febbraio 2023, gli studiosi Kiffer Card, Cindy Yu, Jocelle Refol, Adam Frost e Pete Bombaci. Secondo costoro, le ragioni di questo drammatico collegamento sono essenzialmente quattro.

Anzitutto, le persone con disabilità, problemi di salute mentale o redditi bassi tendono in ragione della loro condizione ad essere socialmente esclusi e a scontare, pertanto, un rischio più alto di una salute peggiore. In secondo luogo, chi non ha una rete sociale sulla quale fare affidamento ha spesso più difficoltà a fissare appuntamenti, a ricordarsi di assumere farmaci o a essere incoraggiato da altri a farsi visitare per un sintomo sospetto.

In terza battuta, la solitudine è fortemente associata a stili di vita quali dieta povera, inattività fisica, abusi di sostanze e scarsa cura di sé. Infine, c’è il nostro cervello che affronta la solitudine come uno stress: ma uno stress prolungato, inevitabilmente, logora.

Il costo economico della solitudine

Ci si potrebbe ora chiedere quali esattamente siano i costi economici della solitudine. Com’è facile intuire, non esiste un sistema di misurazione universale del fenomeno. Bisogna quindi rifarsi a stime differenti anche per Paesi, ma tutte accomunate da risultati impressionanti. Per esempio, una stima elaborata dal Bankwest Curtin economics centre ha quantificato, per l’Australia, i costi sociali della solitudine in 2 miliardi di dollari.

Che, anche se possono apparire molti, sono poca cosa rispetto ai 25,2 miliardi di dollari di costi – sempre per lo stesso fenomeno – che uno studio pubblicato nel 2024 sull’European Journal of Health Economics ha quantificato per la Spagna.

La musica non è molto più allegra se si guarda al contesto inglese. Sfogliando il Loneliness monetisation report, pubblicato nel 2020 a cura di Sebastien Peytrignet, Simon Garforth-Bles e Kieran Keohane, si scopre infatti come nel Regno Unito, complessivamente, il costo annuo a persona in termini di benessere, salute e produttività lavorativa associato alla solitudine grave ammonti a circa 9.900 sterline, corrispondenti a circa 11.570 euro.

Sarà anche per questo che proprio il Regno Unito il 17 gennaio 2018 è divenuto il primo Paese al mondo ad affrontare l’isolamento sociale come una priorità di salute pubblica, istituendo il ministero della Solitudine e affidandolo, per la prima volta, a Tracey Crouch, allora ministra per lo Sport e la società civile. Vista e considerata l’attenzione del mondo della politica, non solo inglese chiaramente, alla gestione delle finanze è chiaro come il ministero della Solitudine non sia una trovata spot bensì una necessità.

Dall’Inghilterra al resto d’Europa: la sfida della solitudine

In effetti, la solitudine rischia alla lunga di mandare in tilt il sistema sanitario. Se n’è accorto un team di studiosi dell’Università di Exeter, nel sud-ovest dell’Inghilterra, che ha analizzato la relazione tra solitudine, assistenza sanitaria e costi utilizzando i dati di oltre 23.000 adulti partecipanti allo studio Understanding Society.

In breve, costoro hanno scoperto come le persone sole non solo soffrono maggiormente di problemi di salute fisica mentale, nonché di depressione, ma fanno un uso maggiore della sanità pubblica, con visite più frequenti dal medico di base, cure ambulatoriali e ricoveri ospedalieri.

Chiaramente, tutto questo ha una incidenza maggiore nella popolazione anziana. A questo proposito, appare eloquente uno studio della London School of Economics sugli anziani secondo cui, per ogni sterlina spesa per prevenire la solitudine, se ne potrebbero risparmiare il triplo.

Fosse vera anche la metà d’una simile conclusione, varrebbe decisamente già la pena mettersi al lavoro. Per ragioni economiche ma non solo; se davvero si crede al bene comune e all’idea che nessuno debba essere lasciato indietro o, appunto, solo.

L’IA fallisce nell’offrire compagnia

Un tentativo di cercare informazioni ma anche compagnia nei tempi della solitudine è quello, attuato da molti in particolare giovanissimi, di consultare l’Intelligenza artificiale. Ma si tratta di una strada percorribile?

L’IA può davvero rappresentare un surrogato al confronto con gli esseri umani?

A giudicare dalla grande popolarità che i chatbot hanno oggi tra i giovani, i quali spesso ormai li considerano aiutanti per i compiti a scuola, consiglieri se non confidenti, sembrerebbe proprio di sì. Tuttavia, la ricerca sperimentale racconta una storia diversa.

Quale? Quella emergente dal lavoro di Ruo-Ning Li, ricercatrice di psicologia presso l’Università della British Columbia, che insieme a dei colleghi ha effettuato un interessante esperimento i cui esiti sono stati pubblicati nelle scorse settimane sul Journal of Experimental Social Psychology.

L’intelligenza artificiale può combattere la solitudine?

In breve, è stato selezionato un campione di poco meno di 300 (296) studenti del primo semestre universitario; per due settimane una parte di costoro ha interagito con «Sam», un chatbot, e un’altra con un coetaneo umano non conosciuto. Infine, a un terzo gruppo di controllo è semplicemente stato chiesto di tenere un diario.

Risultato? Gli studenti che hanno preso parte a conversazioni quotidiane via messaggio con un coetaneo scelto a caso – quindi, ovviamente, con meno affinità e interessi comuni rispetto ad una figura nota e amica – hanno riportato livelli di solitudine inferiori rispetto all’inizio dello studio.

Hanno anche riferito di sentirsi meno isolati rispetto agli studenti del gruppo di controllo che teneva un diario. Viceversa, alla fine dell’esperimento coloro che avevano parlato con la macchina si sentivano soli tanto quanto gli studenti che si erano limitati a scrivere una breve annotazione di una sola frase al giorno sul proprio diario.

«Sebbene il nostro chatbot “Sam” fosse stato progettato per offrire un supporto costante basato sui principi della scienza delle relazioni», hanno scritto al termine del loro esperimento Ruo-Ning Li e colleghi, «l’interazione con questo chatbot non ha prodotto gli stessi benefici psicologici dell’interazione con uno studente del primo anno universitario selezionato casualmente».

«Questo studio», hanno concluso i ricercatori, «fornisce le prime prove che scambiarsi messaggi quotidianamente con un coetaneo umano scelto a caso potrebbe essere più efficace nell’alleviare la solitudine rispetto a scambiarsi messaggi con un chatbot altamente solidale». Pur intelligentissima e programmata ad hoc, l’IA non è dunque in grado di fare compagnia quanto un essere umano virtuale.

Chatbot e pensiero critico: i rischi per i giovani

Certo, si potrebbe sempre ribattere che l’IA non farà compagnia ma almeno aiuta la conoscenza. Sfortunatamente, anche questo non è vero. Esiste infatti un crescente insieme di ricerche scientifiche che dimostra come il ricorso all’Intelligenza artificiale tra i giovanissimi ma anche tra i giovani adulti sia collegato ad un declino del pensiero critico.

Lo stesso apprendimento scolastico sussidiato dai chatbot risulta, secondo varie ricerche, assai deludente e soprattutto evanescente, una volta che il ricorso a tali dispositivi viene meno. Senza eccedere in toni critici, si può dunque concludere come non esistano che rimedi naturali alla solitudine. Quelli artificiali – tra i quali i più dannosi restano senza dubbio l’abuso di alcool e sostanze – costituiscono sempre e comunque, per riprendere la saggezza popolare, una toppa peggiore del buco.

Oggi la maggioranza delle coppie si conosce online

Tra le conseguenze della solitudine e dell’isolamento sociale c’è anche la trasformazione della genesi delle relazioni, incluse le affettive. Che sempre più spesso nascono su Internet. Secondo uno studio della Stanford University guidato da Michael Rosenfeld l’online ha superato la tradizionale «cerchia di amici» come prima via d’incontro, al punto che oggi oltre il 60% delle coppie si conoscerebbe in Rete.

Altre rilevazioni indicano stime più basse, anche se comunque maggioritarie. Il che non dovrebbe generare per forza preoccupazione dato che, secondo una ricerca della rivista Social Sciences, la «qualità delle relazioni non sono risultate significativamente diverse per coloro che hanno incontrato il loro attuale o precedente partner online rispetto a coloro che, invece, si sono incontrati di persona».

Il boom delle app per gli incontri

Quello che di certo cambia, però, è il lato economico della genesi romantica. Per comprenderlo bisogna ricordare, anzitutto, che oggi le app social rappresentano il 10% di tutti i download. Una quota significativa dietro cui si cela un mercato florido, che nel 2025 ha toccato i 6,07 miliardi di dollari: lievemente meno rispetto all’anno precedente (quando il fatturato fu di 6,18 miliardi) ma infinitamente di più rispetto a quello del 2015, quando il mercato si fermò a 1,6 miliardi.

Tinder, Hinge e il nuovo mercato dell’amore

Naturalmente, non servono grandi esperti per immaginare quanto la pandemia e i lockdown abbiano favorito questo fenomeno. Che però c’era già prima, come dimostra la popolarità che da molti anni hanno app come Tinder, nata nel 2012 ma oggi alle prese con molte possibili alternative: Bumble, Hinge, Meetic, ecc… Tanta offerta delle piattaforme per appuntamenti ha fatto sì che on line siano nate anche storie di personalità famose. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, e sua moglie Rama Duwaji, per esempio, si sono conosciuti proprio sulla poc’anzi citata app Hinge.

Tuttavia, la gran popolarità delle app per cuori solitari non deve lasciare immaginare che in Rete gli incontri, oggi, siano semplici o scontati. Infatti, anche tralasciando fenomeni come il revenge porn e i brutti incontri, che purtroppo ci sono sempre, va detto come le pur diffusissime app di incontri funzionino fino ad un certo punto; e il rischio di rimanere delusi sia elevato.

Lo provano varie ricerche. Uno studio sperimentale del 2025 pubblicato sulla rivista Media psychology – durante il quale si è simulato lo scorrimento dei profili su una app di incontri – ha per esempio rilevato come, in media, i partecipanti rifiutassero circa l’80% dei profili. Analogamente, un esperimento con profili fittizi su Tinder realizzato dieci anni or sono da Gareth Tyson della Queen Mary University di Londra e colleghi, intitolato per l’appunto A first look at user activity on Tinder, ha messo in luce quanto le interazioni siano scarse e difficili.

Secondo questo studio, infatti, gli iscritti maschi ricevevano appena lo 0,6% di risposte analoghe per ogni «mi piace», rispetto al 10,5% per le donne. Analogamente, anche quando comunque scatta la scintilla del primo «mi piace» condiviso, la conversazione è tutt’altro che sicura. Solo il 21% delle donne e appena il 7% degli uomini inviano un messaggio. L’amore, per così dire, resta dunque platonico. Non stupirà a questo punto apprendere come uno studio condotto negli Usa da Singlesreports abbia verificato come il 78% del campione interpellato – composto da 500 persone tra i 18 e i 54 anni – abbia sperimentato delusione, stanchezza emotiva se non esaurimento durante gli incontri on line.

In effetti, oltre alla difficoltà, poc’anzi evidenziata, di stabilire una vera relazione, c’è anche quella di farla durare. Anzitutto perché nelle relazioni on line non solo si mente, ma lo si fa spesso fin dall’inizio: già nel 2018 uno studio a cura di David M Markowitz dell’Università dell’Oregon e di Jeffrey T Hancock dell’Università di Stanford, pubblicato sul Journal of Communication, aveva messo in luce come durante la fase iniziale di una conoscenza online, in media circa il 7% delle informazioni rivelate sia falso. Un secondo, oggi perfino più grande ostacolo della conoscenza in Rete è poi il ghosting online, ovvero l’improvvisa e ingiustificata sparizione di persona che interrompe ogni messaggio, chiamata o contatto sui social.

Uno studio pubblicato due anni fa, ed eloquentemente intitolato Ghosting: Abandonment in the digital era, ha messo in luce come la percentuale di adulti che hanno subito queste improvvise scomparse sia molto elevata, oscillando tra il 30 e addirittura il 70%.

Non va infine sottovalutato come il pubblico di utenti di app non rispecchi necessariamente la popolazione generale. Secondo un’indagine condotta su 269 studenti universitari, pubblicata sul Journal of Social and Personal Relationships, i millennial solitari e socialmente ansiosi sarebbero più propensi a usare le app di incontri in modo compulsivo; quindi la probabilità di imbattersi in soggetti se non problematici comunque particolari sarebbe elevata.

Con questo, si badi, non si vuole negare quello che si diceva in apertura, riguardo al grande numero di coppie che nasce in rete. Coppie e famiglie, verrebbe da precisare se si pensa che ancora nel 2019 una proiezione dell’Imperial College Business School di Londra stimava che nel 2037 circa un bambino su due nascerà da una coppia nata online. Tuttavia, ecco il punto, le app di incontri, se da un lato sono antidoti alla solitudine, dall’altro non evitano fatiche reali. Comunque sia nata, una relazione costerà comunque tempo, dedizione, a volte sacrificio. Altrimenti è destinata al naufragio.

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