- Sospesa l’ordinanza del Tar che annulla il protocollo Aifa: «I medici possono scegliere». Calpestato il voto del Senato.
- In bilico il Salone del Mobile 2021. Il Mise: «Essenziale sforzo del governo per garantire la realizzazione dell’evento».
Lo speciale contiene due articoli.
«Tachipirina e vigile attesa». A oltranza. Che fretta c’è, del resto, a svuotare gli ospedali? In nome della Repubblica italiana, ieri il Consiglio di Stato ha così accolto il ricorso del ministero della Salute contro le cure domiciliari. Vade retro antinfiammatori, cortisone ed eparina. Tutti i farmaci che, come dimostrano illustri studi e vagonate di esperti, eviterebbero molti ricoveri e l’aggravarsi della malattia. Le indicazioni dell’Aifa risalgono ormai allo scorso 9 dicembre. Ma rimangono comunque incise nella pietra: «Tachipirina e vigile attesa», appunto.
L’ultimo colpo di scalpello l’hanno dato i giudici, sollecitati da Roberto Speranza, uno che non ha certo bisogno di presentazioni. È stato proprio il ministero della Salute a ricorrere contro un’ordinanza del Tar laziale, che aveva sospeso quel misero protocollo, come chiesto dal Comitato cura domiciliare, creato dall’avvocato Erich Grimaldi. Il Consiglio di stato adesso ricorda che la nota dell’Aifa «non pregiudica l’autonomia dei medici nella prescrizione, in scienza e coscienza della terapia ritenuta più opportuna». Insomma: teoricamente, si può anche evitare di seguire le linee guida, che però rimangono in vigore. E non devono «venir meno». «Tutti tenderanno a non discostarsi da quelle indicazioni» spiega però Grimaldi. «Perché mai qualcuno dovrebbe rischiare?».
I giudici amministrativi del Lazio erano stati di opposto avviso: i medici possono «prescrivere i farmaci che essi ritengono più opportuni secondo scienza e coscienza». Anche perché la pandemia corre. E l’attesa di cure adeguate è «potenzialmente pregiudizievole sia per il paziente che, sebbene sotto profili diversi, per i medici stessi». Meglio prevenire, insomma. Invece, indispettito, Speranza ha chiesto ai giudici di ribaltare la sentenza. Tempestività? Prevenzione? Giammai. D’altronde il ministro continua affannosamente a rincorrere il virus, accumulando errori e ritardi: dalle serrate a oltranza al dilettantesco piano vaccinale.
Eppure, stavolta sono d’accordo pressoché tutti. Il Senato ha già votato all’unanimità un ordine del giorno. Chiede di definire un nuovo protocollo unico nazionale per la gestione domiciliare. Pure il sottosegretario alla Salute, Pier Paolo Sileri, ha dato parere favorevole. Bisogna allentare la pressione sugli ospedali. E riprendere interventi rimandati a causa del virus. Invece, il ministro pensa a garbugli e ricorsi. Bollettino di ieri: 342 decessi e 21.440 ricoveri. Quanti avremmo potuto evitarne grazie a cure domestiche adeguate?
Un mese fa Giuseppe Remuzzi, che guida l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, ha anticipato i risultati di uno studio sull’uso degli antinfiammatori proprio nelle terapie domestiche. Niente metodo Aifa: Tachipirina, accompagnata da calma e gesso. Prima ancora dell’esito del tampone, alla comparsa dei primi sintomi, sono stati invece somministrati farmaci come Nimesulid, Celecoxib, cortisone. Ed, eventualmente, eparina.
Remuzzi e i suoi hanno dunque messo a confronto metodo ufficiale e sperimentale: 90 pazienti trattati da loro contro altrettanti a cui è stato applicato il protocollo della «vigile attesa». Bene. Solo due persone su 90 del primo gruppo sono finite in ospedale: il 2,2 per cento. E quelli che hanno rispettato alla lettera le indicazioni dell’Agenzia italiana del farmaco, difese strenuamente da Speranza? Tredici ricoveri: il 14,4 per cento, sette volte di più. Di conseguenza, 481 giorni in ospedale invece che 44. E 296.000 euro di costi per la collettività, piuttosto che 28.000.
Nota a margine, ma mica tanto: Remuzzi è uno degli scienziati italiani più titolati al mondo. Il suo H-index, che misura la produttività scientifica, è 158. Mentre, tanto per fare un esempio, quello di Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di Sanità e dioscuro dei rigoristi insieme a Speranza, resta fermo a 24. Ma non vogliono sentir ragioni. Persino Giorgio Palù, il presidente dell’Agenzia che impone «vigile attesa», insomma l’Aifa, ha predicato per mesi: «Dovremmo puntare sulle cure domiciliari e sull’uso degli anticorpi monoclonali entro 72 ore dall’esordio dei sintomi». E Luca Richeldi, presidente della Società Italiana di pneumologia ed ex membro del Cts, parla ora di un farmaco contro l’asma che favorisce più guarigioni rapide e meno ospedalizzazioni.
Di nuove linee guida si discute da mesi. Hanno messo un piedi un tavolo di esperti. Partecipa ai lavori anche l’avvocato Grimaldi, a capo del battagliero comitato che poi il dicastero sfida in tribunale. Sovrintendono Aifa e Agenas, l’agenzia dei servizi sanitari regionali. Al ministero, ormai, lo sanno persino i muri: cure opportune e tempestive, nei primi giorni, sono un argine alla diffusione del virus. Meno ricoveri. Meno morti. Eppure, niente. Ogni decisione resta «in vigile attesa».
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