In coma da un anno: le staccheranno la spina
Samantha D’Incà è in stato vegetativo e non ha mai firmato il biotestamento. Dopo un primo rifiuto, il giudice di Belluno ha nominato tutore il papà, che vuole lo stop ai supporti vitali. Il Comitato etico dell’Uls è d’accordo: l’ultima parola spetta ai medici che la curano.

Due settimane. Il 20 novembre 2021 Giorgio D’Incà giurerà come amministratore di sostegno della figlia. Poi la sua Samantha, trentunenne di Feltre, probabilmente non ci sarà più. L’alimentazione artificiale che la mantiene in vita da undici mesi potrebbe essere interrotta. Eutanasia di Stato. Un giudice tutelare del tribunale di Belluno ora autorizza l’uomo a staccare la spina. Previo parere dei medici, ovviamente. E dopo la nomina del padre a tutore della ragazza, appunto.

Samantha è finita in coma per le complicazioni di un banale intervento, in seguito alla frattura di una gamba. Non c’è un biotestamento scritto. Era però contraria all’accanimento terapeutico, assicurano i genitori. «Non voglio mai finire come Eluana Englaro», avrebbe detto. Eppure, le loro storie adesso finiscono per assomigliarsi fino a confondersi. Per lo meno, giudiziariamente. Samantha ed Eluana. Quasi coetanee. Dopo 17 anni in stato vegetativo, su richiesta della famiglia, nel 2009 staccavano la spina anche alla giovane lombarda. Scatenando un furibondo dibattito tra favorevolissimi e contrarissimi. Fino a quando la Corte d’appello di Milano non autorizzò Beppino Englaro, il padre, a sospendere l’alimentazione artificiale. Quasi 13 anni più tardi, il tribunale di Belluno decide che pure stavolta si può fare lo stesso. «È il primo passo. Dare pace a Samantha» dice D’Incà. «Ma la battaglia non è ancora finita». Un provvedimento di dodici pagine, destinate a far scuola. Dispone la sua nomina ad amministratore di sostegno, incarico in precedenza assegnato a un avvocato. Potrà chiedere di fermare i trattamenti sanitari che tengono in vita la ragazza, dopo l’assenso dei medici. E cosa decideranno i dottori? «So solo che mia figlia in queste condizioni soffre e i trattamenti non le portano alcun beneficio» risponde l’uomo. «Spero sia chiaro a tutti». Il provvedimento «è ben articolato e motivato» aggiunge al Corriere del Veneto il legale della famiglia, Davide Fent: «Si rifà al best interest del paziente, riprendendo il secondo responso del comitato etico, che aveva riferito che certi trattamenti vitali non erano più nel suo interesse». La decisione era arrivata un mese fa: «Nelle condizioni in cui versa, il nostro parere è quello di non proseguire con l’accanimento terapeutico». Difficile che ora venga sconfessato dall’equipe medica di Samantha.

L’avvocato Fent, in realtà, aveva già proposto in precedenza la nomina del padre come amministratore di sostegno. La richiesta viene però respinta dal giudice. Lo ritiene troppo coinvolto, per un ruolo tanto complicato. Poco prima, proprio l’azienda sanitaria locale e la famiglia avevano chiesto una valutazione medica. E la prima perizia ipotizzava la possibilità di miglioramenti. La ragazza, quindi, viene trasferita Vipiteno, in una clinica di riabilitazione, gestita dal luminare Leopold Saltuari. Ma la seconda perizia conclude: non c’è alcun miglioramento cerebrale. «Samantha non potrà mai più riprendere una coscienza che non sia quella di un neonato» spiegano allora i genitori. Denunciano l’accanimento. E proseguono con la loro battaglia giudiziaria. Ripetono che la figlia, in queste condizioni, avrebbe preferito morire. Lo stesso che diceva Beppino di Eluana, nel profluvio di critiche: come si fa a ricostruire la volontà di chi quella volontà non ce l’ha più? Grazie soprattutto, spiegano i giudici, alle testimonianze di padre e madre.

Samantha vive così da quasi un anno. Una banale caduta davanti casa. Una banale operazione di routine. Dovevano metterle due viti al femore. Ma il suo cervello, per una complicazione, rimane senza ossigeno. Qualche secondo. Poi la giovane, ricoverata al San Martino di Belluno, entra in «stato vegetativo».

Il 20 novembre D’Incà sarà nominato amministratore di sostegno, quindi. Poi l’équipe medica deciderà. Interrompere i trattamenti o continuarli? Le condizioni della ragazza sono ormai irrecuperabili o bisogna tentare altre cure? Saranno i medici a dire l’ultima parola. Come da volontà della Corte costituzionale. A settembre 2019 la Consulta, allora guidata dall’attuale guardasigilli Marta Cartabia, decide di aprire al suicidio assistito. Con il Comitato etico incaricato di fornire il parere definitivo, prima di dare l’ultima parola ai medici. Un copione perfettamente ricalcato a Belluno. È una sentenza storica, giubilano i favorevoli. Di sicuro, la strada verso l’eutanasia di Stato è ormai un solco.

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