- Siamo la seconda manifattura Ue: possiamo aggirare i blocchi tedeschi. E a Firenze c’è l’impianto farmaceutico dell’esercito.
- L’Istituto superiore di sanità bacchetta il Meridione: «Folle a sciare e aperitivi, il conto arriverà». I casi totali volano a 14.955, i morti a 1.266. Già occupati 1.328 posti in rianimazione. Virginia Raggi chiude solo i parchi recintati.
Lo speciale contiene due articoli.
Per fortuna che gli italiani sono tradizionalmente un popolo che sa reinventarsi. Anche perché, se dovessero fare affidamento sui alcuni Paesi Ue, resterebbero molto probabilmente in difficoltà.
È infatti di ieri l’altro la notizia secondo cui il governo tedesco avrebbe bloccato l’esportazione, in piena emergenza coronavirus, di camici chirurgici (sterili e non sterili), respiratori per particolato (di livello FFP2/FFP3), maschere chirurgiche, occhiali di protezione, visiere, indumenti di protezione. Tutto quello che, in pratica aiuta, a salvare la vita delle persone in questi tempi di epidemia. La notizia è emersa dopo che il colosso 3M, nella prima settimana di marzo, ha inviato una lettera alle società italiane sue clienti spiegando di non poter far più fronte alle richieste a causa delle volontà di Berlino.
Ci sono però italiani che hanno saputo fare di necessità virtù. Del resto l’Italia è e resta il secondo Paese manifatturiero d’Europa e questa emergenza può trasformarsi in una opportunità per chi la vuole cogliere. Giusto ieri il premier Giuseppe Conte ha fatto sapere all’incontro con le parti sociali in videoconferenza a Palazzo Chigi che «con la Protezione civile stiamo compiendo sforzi straordinari per essere nella condizione, già nei prossimi giorni, di distribuire gratuitamente a tutti i lavoratori dispositivi di protezione individuale. Dobbiamo essere tutti consapevoli», ha continuato il premier, «che tutti coloro che stanno lavorando, operai, tecnici, quadri, non espletano semplici prestazioni lavorative secondo lo schema di scambio lavoro/retribuzione. In questo momento, questo loro sforzo assume un particolare significato: è un atto di grande responsabilità verso l’intera comunità nazionale. E proprio perché è un atto di responsabilità nei confronti di noi tutti, noi tutti abbiamo il vincolo morale e giuridico di garantire loro condizioni di massima sicurezza».
Con questi presupposti la Montrasio Italia, società che opera nella trasformazione del tessuto non tessuto (Tnt) in prodotti per uso domestico, igienico, cosmetico e medicale, in tre settimane ha deciso di aggiungere alcune linee produttive e mettersi a produrre mascherine monouso attraverso il marchio «L’Unico Originale».
Certo, si tratta di mascherine in Tnt, non quelle di livello FFP2 o FFP3 che filtrano il virus, ma possono rappresentare un grande aiuto per limitare il passaggio del virus da un soggetto infetto a uno sano.
Il vero dilemma è come mai non ci siano altre realtà italiane che hanno avuto lo stesso «lampo di genio» e non si siano messe a convertire la loro produzione come hanno fatto in Montrasio Italia.
«Il problema è che l’epidemia si è diffusa in pochissimo tempo e per molti dei nostri associati non c’è stato il tempo materiale per convertire la produzione», spiegano alla Verità da Confindustria Como, area dove il tessile è tradizionalmente molto sviluppato. «Poi va aggiunto che non sempre la produzione di tessuto tecnico può essere scambiata con quella di produzione per abbigliamento», spiegano dall’associazione degli industriali, «è molto probabile, però, che se la situazione perdurerà ci saranno nostri associati che intraprenderanno questa strada. Le aziende più predisposte a un cambiamento del genere potrebbero essere quelle più piccole, sicuramente più flessibili. Gli stabilimenti più grandi, al momento, potrebbero scegliere di non voler dire addio ai loro clienti più grossi per spostarsi sulla produzione di mascherine».
Il distretto comasco, insomma, si sta preparando al peggio e in molti potrebbero scegliere si seguire l’idea della Montrasio Italia. Alla fine, sebbene si debbano fare alcuni investimenti, è anche vero che questa potrebbe essere un’opportunità per una zona che da tempo è fiaccata dalla concorrenza a basso costo dei Paesi asiatici.
Lo stesso vale per la produzione del liquido lavamani, anch’esso utile a ridurre la trasmissione del virus e che ultimamente viene venduto a peso d’oro. In Italia abbiamo persino lo Stabilimento chimico farmaceutico militare voluto da re Carlo Alberto. Oggi è un ente interforze alle dirette dipendenze della Direzione generale della Sanità militare di Roma.
Un’istituzione statale che, recita il sito dell’ente, «con i suoi prodotti è sempre stata a fianco della popolazione durante le gravi calamità naturali verificatesi nel corso degli anni: basti pensare all’alluvione di Firenze del 1966, ai terremoti del Friuli (1976), dell’Irpinia (1980) e alla triste vicenda della nube radioattiva di Chernobyl (1986)». Proprio in questa fase lo Stabilimento chimico si attivò per produrre 500.000 compresse di ioduro di potassio, farmaco usato per combattere i danni alla tiroide provocati dallo Iodio131, isotopo radioattivo estremamente pericoloso.
Viene da chiedersi come mai questo istituto oggi non si sia ancora attivato per produrre strumenti sanitari come gel ingienizzanti o compresse per curare l’influenza, come la Tachipirina.
Mai come oggi la produzione da parte dello Stato di presidi sanitari potrebbe essere un aiuto indispensabile per la popolazione, come, d’altronde, potrebbe essere una vera occasione mettersi a produrre mascherine per tutte quelle società che già oggi operano nel campo dei tessuti. Se attendiamo l’aiuto dall’estero, il rischio è che non arrivi nulla o che quel poco che c’è costi moltissimo.
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