Così i tecnici spingono il bando totale al fumo
Per spiegare la stretta in arrivo su e-cig e sigarette anche all’aperto si usa il collaudato «metodo coronavirus»: studi di parte che vengono solamente ratificati dalla politica.

La primavera sta arrivando e per un fumatore non c’è niente di meglio di una sigaretta dopo un caffè seduti in un tavolo di un bar o di un ristorante all’aperto. Bisogna frenare l’entusiasmo, però, perché tra poco anche questo piccolo piacere potrebbe divenire illegale.

Per ora non c’è nulla di certo, ma sembrerebbe che i tecnici del ministero della Salute stiano portando avanti i dettagli della crociata antifumo del ministro Orazio Schillaci. Sui giornali sono cominciate a uscire delle veline con qualche dettaglio in più sul provvedimento in arrivo.

Quindi, un divieto di fumare nei dehors, nei parchi e alle fermate dei mezzi pubblici che sarà esteso anche alle sigarette elettroniche. Insomma il divieto di fumo non varrà solo all’interno dei locali ma anche all’esterno, salvo che i gestori non decidano di creare una zona fumatori. Niente sigaretta neanche in attesa dell’autobus o del traghetto o del treno, mentre negli aeroporti saranno eliminate le zone fumatori. Una vera e propria tortura per chi fuma e affronta ore di viaggi intercontinentali con scali.

La follia più assoluta si raggiunge nei parchi: sicuramente sarà vietato fumare a meno di due metri da bambini e donne in attesa, ma si studia la possibilità di imporre addirittura un divieto totale. La sanzione prevista è una multa di 275 euro ridotta del 50% se si paga entro 60 giorni. La stessa cifra prevista per chi infrange il divieto di fumo tradizionale al chiuso.

Il ministero insomma, cambia il pelo (il ministro) ma non il vizio. Troppo abituati a imporre divieti durante il Covid, non hanno resistito alla tentazione di inventarsi un motivo per imporne ancora. E lo schema è sempre lo stesso: si mandano avanti i «tecnici» che, sulla base di studi di parte, producono testi per portare la politica non a decidere, ma semplicemente a ratificare relazioni tecniche. Come in un regime di tecnocrazia pura. Sia chiaro: non c’è alcun dubbio sui danni che provoca il fumo tradizionale. Sulle nuove tecnologie per fumatori, invece, sappiamo ancora troppo poco, ma i vertici del nostro ministero non sembrano voler scavare. In altri Paesi le cose vanno diversamente. Come già riportato da La Verità, il Public health England, l’ente di salute pubblica britannico, ha detto in più occasioni che le sigarette elettroniche sono il 95% più sicure del fumo tradizionale. La Food and drug administration americana, l’ente governativo statunitense responsabile dei prodotti farmaceutici, nel 2020 ha autorizzato la commercializzazione di un dispositivo che scalda il tabacco riconoscendolo come «a ridotta esposizione» di sostanze nocive. Qui, invece, si è deciso di fare di tutta l’erba un fascio, senza distinguere tra fumo tradizionale e sigarette elettroniche.

Non fumare accanto ai bambini e alle donne in gravidanza è buon senso, ma ancora una volta non si prende minimamente in considerazione che i cittadini ne possano avere. Esattamente come in epoca Covid. La scienza (spesso inesatta e fallibile come già ampiamente dimostrato) come ragion di Stato.

Il provvedimento potrebbe diventare un decreto legge o un disegno di legge governativo. Le due vie cambiano i tempi ma non la sostanza. Il testo, per quello che sappiamo, contiene misure liberticide degne di una dittatura che poco hanno a che fare con un liberale governo di centrodestra. Tanto che parte dell’esecutivo non è d’accordo. Il vicepremier Matteo Salvini ha detto: «Le sigarette elettroniche stanno aiutando tanta gente ad abbandonare quelle normali. Il divieto di fumarle all’aperto appare esagerato».

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