Si apre la stagione di caccia a Di Maio. Mezzo M5s chiede le sue dimissioni
  • La riunione d’emergenza non ha sedato i malumori. Gianluigi Paragone, vicino ad Alessandro Di Battista, è chiaro: «I quattro incarichi sono troppi». Carla Ruocco, fedele a Beppe Grillo: «Lasci». E c’è la grana del gruppo all’Ue: senza, addio ai rimborsi.
  • Il governatore della Liguria Giovanni Toti lancia un suo movimento moderato: «Ma non lascio Fi». Il Cav lo fulmina: «Ha risentimenti personali, chi è uscito prima di lui è scomparso».

Lo speciale contiene due articoli.

La tentazione di rimuovere il lutto e la voglia, invece, di affrontarlo seriamente, in modo adulto e un minimo partecipato. Oscilla ancora tra questi due estremi il pendolo grillino dopo l’euro disfatta di domenica, con il Movimento dimezzato in soli 15 mesi. A guardare il Blog delle Stelle, sembra che non sia successo niente, anzi, che abbiano vinto. Ma ieri il malcontento verso Luigi Di Maio ha cominciato a prendere forma e voce, con alcuni tra gli esponenti più esperti e autonomi che hanno chiesto un cambio di passo, una nuova strategia, un diverso metodo per stare al governo (se proprio è necessario), senza però morire salviniani e dopo un lungo dissanguamento. Questa sera, nell’assemblea romana dei deputati di M5s, Di Maio non potrà cavarsela come ha fatto lunedì pomeriggio al suo ministero, riunendo quattro fedelissimi per dirsi l’un l’altro: «Allora andiamo avanti». Dovrà spiegare la linea «governativa» e dovrà convincere le truppe che il capo del Carroccio può essere logorato, a costo di giocare un po’ di sponda con Bruxelles, Francoforte, il Quirinale e le odiate banche. Insomma, con quei poteri forti, per i quali questo colosso ferito da pur sempre 330 deputati può diventare il ventre molle del governo gialloblù.

Anche ieri, a 48 ore dall’incubo del misero 17% raccolto alle europee, il Blog delle Stelle, unica fonte d’informazione ufficiale e certificata per il popolo grillino, aveva un qualcosa di vagamente sovietico. In testa all’homepage, nomi e foto dei 14 eletti del Movimento a Bruxelles. Sotto, tra i post in evidenza, ecco subito un nuovo annuncio da battaglia: «E ora allarghiamo la platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza!» Molto probabile, con la Lega di Matteo Salvini diventata il primo partito con il 34% dei consensi. Ah, già, perché si è votato. E in effetti, sul blog pentastellato, trova spazio anche la conferenza stampa di lunedì pomeriggio di Di Maio, così titolata: «Una grande lezione: impariamo e non molliamo». Stop.

Ma che ogni lezione, prima di essere imparata, vada compresa, è quello che ieri hanno cominciato a dire pubblicamente alcuni grillini con testa non programmata dalla Casaleggio e Associati o, peggio, dai «guru della comunicazione» interna. L’abruzzese Primo Di Nicola, una carriera da cronista all’Espresso, senatore alla prima legislatura, di buon mattino si dimette da vicepresidente del gruppo a Palazzo Madama. Non fa alcuna polemica, ma si affida a poche righe su Facebook: «È una decisione che ritengo necessaria non solo alla luce del risultato elettorale ma anche e soprattutto delle cose che ci siamo detti in tanti incontri e assemblee. Mettere a disposizione del Movimento gli incarichi. È l’unico modo che conosco per favorire una discussione autenticamente democratica su quello che siamo e dove vogliamo andare». Non ci vuol tanto a capire che quel riferimento generico a «mettere a disposizione gli incarichi» dopo una sconfitta rompe il tabù delle dimissioni di Di Maio. Come Di Nicola la pensano in molti, che però parleranno questa sera, ma nella breccia s’infilano subito Carla Ruocco e Gianluigi Paragone, ovvero altri due esponenti non abituati a chiedere il permesso prima di aprire bocca. La Ruocco, presidente della commissione Finanze di Montecitorio, è tra coloro che avrebbero preferito un governo con il Pd e non lo esclude neppure adesso. Ma intanto sceglie Il Messaggero di Francesco Gaetano Caltagirone, probabilmente il quotidiano più inviso ai vertici del Movimento insieme alla Stampa, per mandare a dire che si può stare benissimo all’opposizione e condurre le proprie battaglie in Parlamento. Quanto all’amico Di Maio, eccolo servito di barba e capelli: «Io ritengo che agli onori debbano seguire gli oneri; voglio bene a Luigi con cui per anni abbiamo fatto crescere il Movimento, ma c’è una responsabilità politica di questo brutto risultato che non spunta dal nulla ma ha radici lontane: penso all’esperienza di Roma». Poi la bomba: «Pensi alle dimissioni».

A fare più male di tutti, però, è Paragone. Il giornalista si è sbattuto come pochi in questa campagna elettorale, girando tutta l’Italia per sostenere i candidati del Movimento, ha macinato ore e ore di dirette video autogestite che ha riversato sui social e sul web. Insomma, non ha molto da rimproverarsi per questo maledetto «17», eppure spiega al fattoquotidiano.it: «Che ci sia bisogno di una discontinuità è fuor di dubbio, che si debba esaurire nella decisione di Primo Di Nicola di dimettersi credo di no, credo debba essere molto più sostanziosa: la generosità di Luigi di mettere insieme 3-4 incarichi in qualche modo deve essere rivista».

Intanto, al di là delle congratulazioni per i 14 che vanno a Strasburgo, c’è anche il problema di fare un gruppo con qualcun altro, in modo da arrivare almeno a quota 25 e prendere i relativi rimborsi da 80.000 euro a testa. Ma i croati di Zivi Zid hanno ottenuto un misero seggio, mentre i polacchi di «Kukiz 15», gli estoni di Elurikkuse Erakond, i greci di Akkel e i finalndesi di Liike Nyt non hanno piazzato neppure un deputato. Risultato, se si vuole limitare l’impatto finanziario di alleanze sbagliate, bisognerà sedersi intorno a un tavolo con il Brexit Party di Nigel Farage.


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