- Tra il 1992 e il 1999, i due ex premier hanno privatizzato e svenduto il patrimonio industriale nazionale. Non ce lo chiedeva l’Europa, ma il «patto di avidità» tra élite nostrane e lobby finanziarie internazionali.
- Quella leggina pro Atlantia passata di notte. Nello «Sblocca Italia» del governo Renzi fu inserita una proroga della concessione senza passare da alcuna gara pubblica. Il ministro Graziano Delrio andò poi a Bruxelles per trattare con l’Ue un ulteriore prolungamento fino al 2042 a favore dell’azienda.
- Da premier gestiva le concessioni, ora Enrico Letta lavora per i casellanti. L’ex presidente del Consiglio è infatti entrato nel cda della Abertis, ora «preda» di Benetton.
- Hanno chiesto i soldi pure alle ambulanze. La Croce Bianca di Rapallo denuncia: ai mezzi di soccorso è stato verbalizzato il mancato pagamento del pedaggio. Retromarcia della società dopo le critiche.
Lo speciale contiene quattro articoli
Sotto le macerie del ponte Morandi non ci sono solo i 39 morti, le centinaia di feriti e le vite in bilico di chi ha perso la casa. Si sono sbriciolate anche biografie presunte illustri. Beniamino Andreatta, Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi, Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Mario Draghi: qualcuno chieda conto di cosa accadde e perché, tra il ’92 e il ’99, in questo Paese.
Chi dice che il ponte è crollato per colpa anche dell’Europa non ha tutti i torti. Ma non c’entra il patto di stabilità. La colpa è del «patto di avidità» tra le élite di questo Paese e le lobby finanziarie internazionali, e che portò nel 1992 il ministro degli esteri Andreatta a concordare con l’allora commissario europeo al Mercato e alla concorrenza Karel Van Miert lo smantellamento dell’Iri. Cominciò allora l’assalto alla diligenza del patrimonio pubblico favorito da Romano Prodi, incentivato da Carlo Azeglio Ciampi, raccomandato da Mario Draghi e concluso da Massimo D’Alema che nel ’99 agevolò il passaggio ai Benetton e ai Gavio delle autostrade pubbliche. È stata una stagione in cui si è inaugurato lo storytelling del «ce lo chiede l’Europa» per nascondere le azioni di distribuzione dei beni pubblici a gruppi di privati che li hanno acquisiti senza tirare fuori un soldo.
Era scoppiata Tangentopoli, c’era stato l’imprevisto chiamato Silvio Berlusconi, con l’ascesa di Romano Prodi si poteva finire il lavoro cominciato con i «capitali coraggiosi» di Telecom. Sorsero in quel periodo i nuovi salotti della finanza. Una volta c’erano solo Mediobanca, presidiata da Enrico Cuccia, e il San Paolo di Giovanni Bazoli, referente della finanza cattolica. Ora si aggiungevano i bresciani, i veneti, i romani. Ognuno di questi gruppi faceva riferimento a una privatizzazione.
Bene, di quella stagione si pagano gli amari frutti oggi. Non a caso sul ponte di Genova si registra fin qui il silenzio del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, lo stesso che vuole portare gli industriali in piazza contro il governo. Rispetto dei morti? Forse. Boccia forse sa di rappresentare anche coloro che hanno caratterizzato la stagione delle cosiddette privatizzazioni. Se la prendono tutti col nuovo governo: con i grillini perché hanno dato voce a stupidaggini su quel ponte, con i leghisti perché troppo ruvidi. In realtà tutto l’ancien régime ha paura dei «nuovi» anche perché non hanno impastato il potere di favori e sudditanze con cui è stato costruito il Morandi.
Mentre si attende che Oliviero Toscani, indossando una maglietta rossa, venga a fotografare gli united dead, va riconsiderata quella stagione per capire lo sfascio di oggi. Perché delle due l’una: o i manager pubblici dell’Iri erano migliori di quelli di oggi, oppure l’Iri è stata la grande droga che ha illuso l’Italia di essere una potenza economica quando in realtà i suoi «grandi» economisti altro non erano che ragionieri di partito, e i suoi illuminati industriali solo dei «prenditori». Rileggere quella stagione, che ci avrebbe portato nell’euro, mette in capo ai sindacati e alla sinistra colpe storiche gravissime.
Molto, se non tutto, passa attraverso Romano Prodi. Sale la prima volta al vertice dell’Iri nel 1982. Semisconosciuto, lo spinge Andreatta. Il punto è che l’Iri ha troppi debiti. Prodi taglia e vende. Il più grande «omaggio» lo fa agli Agnelli con l’Alfa Romeo, poi prova a coprirsi a sinistra cercando di regalare la Sme a Carlo De Benedetti. Si mettono di traverso i socialisti, e per la prima volta compare sulla scena che conta anche Silvio Berlusconi, che comincia da lì la sua sfida in stile Paperone-Rokerduck con l’Ingegnere. La Sme alla fine resta pubblica perché è troppo basso il prezzo chiesto da Prodi a De Benedetti. Prodi avrebbe una missione da compiere: sistemare i debiti dell’Italsider. Non ci riuscirà, tanto che Enrico Cuccia – allora plenipotenziario di Mediobanca e della finanza laica – dirà: «L’Iri con Prodi non ha guadagnato una lira, anzi ha svenduto e ha perso esattamente come prima, solo gli è stato consentito di trasformare le perdite di Italsider in riserve, ma sono sempre soldi persi».
Questa operazione contabile diventerà esiziale nella successiva privatizzazione di Italsider. Facciamo un salto di dieci anni: all’Iri c’è di nuovo Prodi. Lo richiama ancora Andreatta, che ha fatto un patto in sede europea con Van Miert: portare i debiti delle aziende pubbliche a livello di quelle private. E tutto perché l’Italia deve stare nei parametri di Maastricht ed è cominciata la grande corsa all’euro. L’hanno decisa Mario Draghi – allora direttore del Tesoro -, sempre Andreatta, Carlo Azeglio Ciampi, con il benestare dei Rothschild. George Soros farà il doppio gioco, scatenando nel ’92 la tempesta sulla lira per indurre gli italiani a vendere. Il venditore di Stato si chiama Romano Prodi. Si libera subito delle tre banche d’interesse nazionale: Banco di Roma, Credito Italiano e Commerciale, facendo infuriare Cuccia. Poi trasforma l’Italsider in Ilva e comincia lo spezzatino che favorisce tutti i privati. Infine vende la Sme con un’operazione folle: altro spezzatino, i pomodori della Cirio a Cragnotti e il latte all’Unilever (di cui era stato consulente). Prodi da presidente dell’Iri diventa presidente del Consiglio. Svende Telecom, poi il suo successore svenderà Autostrade ai Benetton. I sindacati, che hanno contribuito allo sfascio delle aziende pubbliche applaudono, e la sinistra s’innamorano del capitalismo perché finalmente ha sconfitto il potere democristiano. Tra il ’92 e il 2000 Prodi porta al Tesoro 56.000 miliardi svendendo un patrimonio industriale che probabilmente valeva almeno tre volte tanto.
Cioè, le cosiddette privatizzazioni hanno fatto ricchi tutti tranne lo Stato, che peraltro non ha rispettato neppure l’impegno preso da Andreatta con Van Miert! E oggi si potrebbe mettere in rapporto ogni privatizzazione con ogni disastro. L’Ilva, il bracciantato al Sud, la crisi delle banche, in ultimo il crollo del ponte Morandi. Altrettante pietre tombali sull’illusione che i salvatori della patria di allora siano stati tali. I Benetton hanno ricevuto da D’Alema la società autostrade sulla scorta del verbo prevalente della sinistra: privatizzare. Il primo interprete è stato Pier Luigi Bersani. Era la sinistra di Piero Fassino che faceva la corte a Consorte (Unipol) per «avere una banca». È la sinistra dei Macron, dei fanatici dell’euro innamorati dei finanzieri, che spinse Repubblica quando la Stet finì sotto forma di Telecom nelle mani di Gnutti–Colaninno a fare il titolo «La privatizzazione del secolo».
Forse per questo tutti temono l’ approccio ruvido di Giuseppe Conte e dei suoi: si rischia che raccontino all’Italia perché viene giù tutto. Con tanto di nomi e cognomi.
Carlo Cambi
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