- I messaggi del pm indagato per corruzione, depositati dalla Procura di Perugia, svelano gli altarini del caso Csm e creano panico nella magistratura. Le carte certificano anche l’aiutino chiesto da Marco Mancinetti per il figlio.
- Nelle lettere alla Procura generale, il magistrato dice di non aver trattato procedimenti viziati da rapporti esistenti con gli indagati. Ma quelle relazioni non si erano interrotte.
Lo speciale contiene due articoli.
La Procura di Perugia ha depositato buona parte delle chat rintracciate nel cellulare sequestrato al pm Luca Palamara, il magistrato indagato per una presunta corruzione. Ora queste conversazioni dovranno essere trasmesse al Consiglio superiore della magistratura (ma forse le carte sono già partite) e rischiano di offrire una chiave di lettura totalmente nuova di quello è conosciuto come lo scandalo Csm. E forse non si parlerà più di poche mele marce, ma di un sistema mosso da un unico motore immobile: le nomine. La notizia del deposito delle conversazioni segrete, a quanto ci risulta, circola nei corridoi del Palazzo dei marescialli, creando grande fibrillazione.
Uno dei file più significativi è quello con i messaggi che Palamara ha scambiato con il consigliere Marco Mancinetti, da lui soprannominato «ciccino», amico e compagno della corrente centrista di Unicost.
Palamara con Mancinetti commenta per esempio l’articolo del Fatto Quotidiano che, nel settembre 2018, annunciava l’inchiesta perugina su Palamara stesso alla vigilia del voto per Ermini. E il pm indagato dietro al servizio individua la regia di Giuseppe Cascini, allora procuratore aggiunto a Roma e candidato al Csm con le sinistre di Area: «Cascini dovrà risponderne», scrive Palamara. «Mi hanno accoltellato alle spalle e questo devi ricordarlo anche tu. Marco sono figlio di mio padre. Non avrei mai barattato la mia onestà. È una coltellata che non meritavo, soprattutto dal mio ufficio». A inviare l’informativa su Palamara a Perugia era stato lo stesso Cascini con altri aggiunti. «Come vedi la vita è imprevedibile da ora in avanti sarà Peppe a non potersi più guardare allo specchio. Io continuerò a guardare tutti in faccia senza abbassare la testa. Però me la pagheranno». Mancinetti prova a rincuorarlo: «Capisco la tua amarezza, ma tutto passa. Stai tranquillo». Replica: «Quella di Peppe è una grandissima porcheria». L’amico gli ricorda di averlo già messo in guardia: «Beh, ma te lo abbiamo detto da anni tutti». Evidentemente dentro a Unicost non tutti condividevano i rapporti stretti di Palamara con Cascini.
Anche in un’altra chat, quella tra il pm indagato e Silvana Sica, ex vicepresidente dell’Anm, si parla dell’articolo del Fatto. «La più grande porcata che Peppe e il mio ufficio potesse farmi», commenta Palamara. «Sarà guerra totale». Risposta della Sica: «Perché, non lo sapevi già?». Il mattino dopo la Sica informa Palamara: «Mi ha scritto Peppe». Il pm: «Andasse a fare in culo». Sica: «Ti giro il messaggio, ma non dirlo mi raccomando». Ecco il presunto testo di Cascini: «Il pensiero che molti, compreso Luca, possano pensare che c’entri qualcosa con quell’articolo mi suscita grande rabbia e tristezza. Tu sai bene che io non sono quel tipo di persona. Sono mesi che ho questo enorme peso sulle spalle. Senza poterne parlare con nessuno. Tantomeno con Luca. Sapevo da tempo che la cosa girava tra i giornalisti. Ma cosa potevo fare per impedirlo?». Insomma, mentre la Procura di Perugia indaga sui presunti favoreggiatori di Palamara nel maggio 2019, Cascini, mesi prima, sostiene che «da tempo la cosa girava tra i giornalisti».
Ma torniamo a Mancinetti: è lo stesso che il 17 gennaio scorso aveva chiesto alla pm perugina Gemma Miliani le chat di Palamara per poter fare causa a questo giornale. La nostra «colpa» era di aver riportato una conversazione intercettata il 16 maggio 2019 tra Palamara e il pm Luigi Spina in cui il primo ricordava al secondo di essersi interessato al passaggio del test di ingresso a medicina di Mancinetti jr presso l’università cattolica del Buon consiglio a Tirana, convenzionata con Tor Vergata di Roma: «Mi chie… fare i test […] mi fisso l’appuntamento con il preside, che tra l’altro è pure amico mio, Novelli, Tor Vergata, e con quello che faceva i quiz, viene Annamaria, Soldi (sostituto procuratore generale della Cassazione, ex moglie di Mancinetti, ndr), perché Marco non viene […] facciamo il colloquio». Spina gli suggerisce di scaricarsi «tutti questi messaggi». «Tutto c’ho», è la risposta di Palamara. Adesso ha tutto anche il Csm. Il 28 agosto 2018 Mancinetti invia a Palamara il «codice di Enrico», il figlio. L’8 settembre il padre manda al collega i «dati completi» e quelli della figlia di amici comuni, L. C. Il 19 settembre Mancinetti scrive: «Allora ti do i dati di mio figlio» e aggiunge il «numero di iscrizione», presumibilmente la matricola. Il 28 settembre Palamara chiede di essere aggiornato: «Dammi notizie di Enrico». Mancinetti: «Sta facendo i test… ora». Il 2 ottobre il consigliere aggiorna Palamara: «Enri è dentro! Pure la figlia di Angela (L.C., ndr). Siamo molto contenti». Palamara: «A Ciccino. Sta bono. C. (il padre della ragazza, ndr) un secondo dopo si è precipitato. La cosa più importante è Enrico. Sono veramente felice per lui e sono sicuro che da oggi partirà la riscossa […] la cena la facciamo pagare a C. tu sta’ bono». Mancinetti: «E certo». Il 27 novembre si discute dei festeggiamenti: «Ciccino quelli di Tor Vergata mi chiedono la cena quando vogliamo farla? Chiamiamo anche C. o solo noi?». Risposta: «Forse vogliono con Annamaria…». Palamara: «Con te Marco. Dobbiamo farla». E pensare che i coniugi Mancinetti ci avevano fatto scrivere dall’avvocato Giuseppe Ruffini per «contestare fermamente la verità dei fatti» da noi raccontati.
In un’altra chat Mancinetti chiede un intervento di Palamara sul presidente del tribunale, Francesco Monastero: «A Monastero gliela devi presentare come una tua preoccupazione […] gli devi buttare là di mandarmi al civile… tipo alle tutele». In un altro messaggio aggiunge: «Devi dire che non va bene che io vada al Riesame, non va bene come orari e cadenze. Poi non va bene come tappabuchi… quindi gip, che è posto mio dovuto». Palamara promette di pensarci.
Per Mancinetti, Monastero, nell’attribuire gli incarichi, sarebbe succube di Area: «Come tutte le scelte e le persone di fiducia di Monastero ultimamente, assolutamente e completamente a favore di Area, pende dalle loro labbra, indecente». In un altro botta e risposta si capisce che Area si muove come le altre correnti nella partita delle nomine. Al Csm arriva la notizia che il cartello delle sinistre ha improvvisamente cambiato cavallo per un posto di giudice del lavoro di Roma, e per questo occorre più tempo: «Provo a rinviare la votazione», fa sapere Palamara a Mancinetti.
Ci sono poi gli scambi sul magistrato Luciano Panzani. Mancinetti temeva lo facessero presidente della Cassazione: «Se fate Panzani litighiamo! È un disastro ambulante! Una catastrofe». Palamara lo rassicura: «Decidiamo io e te». Per lui niente Palazzaccio. «Cassazione? Ma scherzi davvero?». Lo hanno fatto presidente della Corte d’appello. In un altro scambio Mancinetti commenta così una «nota» di Panzani: «Lo dovete asfaltare. È un matto».
Dal 5 ottobre 2017 Maria Casola riveste l’incarico di Direttore generale della direzione generale dei magistrati presso il ministero della Giustizia. Pochi giorni prima Mancinetti scrive a Palamara: «Chiedi tu a Maria Casola se prende la Golfieri (Maria Teresa, ndr)? Sta veramente incasinata». Una settimana dopo Palamara domanda all’amico: «Sei contento per la Golfieri?». Mancinetti: «Sì… se mi chiamava per ringraziare era meglio». Nel 2017 per il giudice la Casola è «ok perché è tutelata da Legnini (Giovanni, all’epoca vicepresidente Csm, ndr)». Qualche mese dopo, però, non la sopporta più: «Maria Casola non la voglio più vedere». Quindi nelle carte emergono i movimenti per far conquistare a Mancinetti il posto di consigliere al Csm. Le chat raccontano le trattative passo passo. Il candidato è preoccupato: «Io Luca rischio». Replica: «La primaria esigenza è blindare te. Il resto mi interessa poco».
In un’ulteriore conversazione Mancinetti sponsorizza un’altra collega per un posto in Cassazione: «Luca dobbiamo portare la Dell’Erba al Massimario… lo stramerita». Poi suggerisce due colleghi come presidenti di sezione del tribunale di Roma. Di questi viene nominata Paola De Martiis. Nelle carte ci sono anche i movimenti per le nomine fuori dal Lazio («Laura ok su Grosseto»). C’è poi da piazzare un’altra Laura: «Mandiamola al ministero vicecapo ispettorato […] intanto entra e poi si vede. A lei la conferma anche la destra […] cioè se vince Berlusconi lei rimane», ragiona Mancinetti. Il quale se la prende con Unicost: «Laura la corrente la deve aiutare». Ma il consigliere fa anche il buttafuori. In una chat prende di mira un magistrato segretario del Csm, Maria Vittoria Caprara: «Da più parti viene considerata di Cartoni (Corrado, ex consigliere in quota MI dimessosi dopo lo scandalo, ndr). Lei è libera di fare quello che vuole, ma sta lì a 2.200 euro al mese in più da 5 anni con i voti di Unicost Roma. Questo è intollerabile. Lei se ne deve andare da lì». In effetti dopo l’esplosione del caso la donna è tornata a fare il giudice. Mancinetti doveva avere un particolare astio nei confronti di Cartoni: «Tu dovresti chiedere a Monastero per tua curiosità come fa Cartoni a essere sempre libero… solo questo… quante udienze fa…».
A fine aprile 2018 Palamara invita Mancinetti al suo compleanno a casa dell’allora consigliera del Csm in quota Sel, Paola Balducci. Palamara informa l’amico che si tratta di «un gruppo ristretto». Invitati: Pignatone e signora, Monastero, Casola, Stefano Palazzi (ex procuratore della Figc), Legnini, l’allora procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio, il prefetto Alessandro Pansa e altri magistrati: Emilia Fargnoli, Francesco Prete, Paolo Auriemma, Roberto Carrelli, Annalisa Pacifici, da poco nominata vicecapo del Dipartimento organizzazione giudiziaria del ministero della Giustizia. Appena diventa consigliere Mancinetti si lamenta di non essere stato invitato a una cena della Balducci, indagata a Perugia per corruzione dal dicembre scorso. «È una vergogna: Pignatone, Baldi (Fulvio, capo di gabinetto del ministro Alfonso Bonafede, ndr), Basentini (Francesco, ex capo del Dap, ndr), delegittimazione totale del consigliere di Roma». Il quale, però, fresco di nomina chiede al mentore Luca: «Ma se la disciplinare la fai la mattina e poi rinvii alcuni processi al pomeriggio, ti danno doppio gettone?». Così si muoveva uno dei «salvati» dello scandalo Csm. Ed è solo una delle chat di Palamara che presto dovranno essere valutate dal parlamentino dei giudici.
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