Nelle cronache e nei commenti delle manifestazioni di piazza dei giorni scorsi quasi nessun rilievo è stato dato, dai principali organi d’informazione, alla comparsa di slogan, gridati e/o scritti a caratteri cubitali su striscioni e cartelli, contro la guerra e contro il riarmo.
Slogan che erano abitualmente presenti nelle manifestazioni promosse dalla sinistra ma che, quasi per incanto, erano spariti da quando, iniziatosi il conflitto russo-ucraino, il governo dell’epoca, presieduto da Mario Draghi e appoggiato anche dalla sinistra, aveva preso la nota posizione a favore del sostegno militare all’Ucraina, poi mantenuta anche dal governo attuale.
Questa ricomparsa avrebbe potuto essere interpretata come conferma della talvolta ventilata (e, peraltro, alquanto fantasiosa) ipotesi che dietro tutte le manifestazioni e i disordini, a partire da quelli per primi verificatisi in Francia, ci sia stato lo zampino dell’onnipresente zar di tutte le Russie, Vladimir Putin.
Almeno in Italia, però, la sinistra ha preferito presentare come motivo delle proteste soltanto il vero o presunto «disagio sociale» dovuto alle scelte di politica economica del governo presieduto da Giorgia Meloni. E ciò spiega, quindi, perché essa – e per essa gli organi d’informazione che le fanno abitualmente da cassa di risonanza – abbiano evitato accuratamente, per quanto possibile, di dare visibilità ad un particolare come quello in discorso, siccome oggettivamente suscettibile di far sorgere il dubbio che quelle proteste siano volte, in realtà, anche contro la prosecuzione dell’invio di armi all’Ucraina ed il progettato aumento delle spese destinate alla difesa.
Il che potrebbe essere, per la stessa sinistra, motivo di grave imbarazzo, atteso che nel suo ambito – così come, del resto, in quello del centrodestra – esiste, sui suddetti argomenti, una radicale contrapposizione di opinioni.
Le proteste contro la guerra
In realtà, però, nella riconoscibile misura in cui – depurate dalle violenze e dai disordini posti in essere dai professionisti dell’eversione e da coloro che hanno colto l’occasione per saccheggiare negozi di articoli di lusso – le proteste di piazza abbiano un effettivo fondamento in situazioni di disagio economico, è del tutto naturale che queste, senza bisogno di occulte suggestioni, vengano fatte derivare, nell’opinione di molti, anche dalla destinazione a favore dell’Ucraina e all’incremento delle spese per la difesa di risorse che potrebbero essere invece utilizzate a scopi di natura sociale o a sostegno dell’economia.
Di qui, appunto, la ricomparsa degli slogan contro la guerra e il riarmo. E ben poco può valere, contro di essi, l’assicurazione, da parte del governo, che le spese per l’assistenza militare all’Ucraina e per il rafforzamento della difesa non vadano a scapito delle altre.
Ad una tale assicurazione, infatti, o non si presta fede o si contrappone l’obiezione che, se ci sono comunque risorse aggiuntive, anch’esse andrebbero destinate a scopi quali, ad esempio, il miglioramento dell’assistenza sanitaria e l’adeguamento di salari e pensioni all’aumentato costo della vita.
Se quest’analisi ha un minimo di fondamento, occorrerebbe allora che si mettesse seriamente in discussione, nell’ambito del centrodestra, almeno la prosecuzione del sostegno militare all’Ucraina, utile soltanto a favorire il prolungarsi di una guerra ormai senza scopo e largamente impopolare anche tra gli elettori di Fratelli d’Italia che, con Forza Italia, ne è il maggior fautore (come in parte riconosciuto dalla stessa Giorgia Meloni, secondo quanto riportato nel libro-intervista di Bruno Vespa di cui è stata diffusa, nei giorni scorsi, un’anticipazione).
La nicchia geopolitica dell’Italia
Ed è il caso, in proposito, di mettere bene in luce che, contrariamente a quanto frequentemente affermato, anche da esponenti governativi (tra i quali, in particolare, il ministro della Difesa Guido Crosetto), l’invio di armi all’Ucraina non ha fondamento alcuno in pretesi obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea e alla Nato.
Quanto all’Unione europea, infatti, l’Italia ha assunto, nei suoi confronti, soltanto l’impegno a partecipare alla concessione di prestiti o di assistenza finanziaria ad altro titolo a favore dell’Ucraina, a sostegno della sua economia e dello sforzo bellico contro la Russia, rimanendo escluso che ciò comporti anche l’obbligo di fornire all’Ucraina una diretta assistenza militare in qualsiasi forma, ivi compresa quella dell’invio di armi.
Quanto alla Nato, l’unico obbligo assunto dall’Italia, unitamente agli altri partner europei, è quello di aumentare le spese per la difesa fino a farle coincidere con il cinque per cento del Pil, in vista dell’asserita (e, peraltro, del tutto indimostrata) probabilità di attacchi da parte della Russia, una volta che questa avesse chiuso a suo favore – cosa, quindi, che si vorrebbe impedire in tutti i modi – la partita con l’Ucraina.
Le possibili mosse dell’Italia
Deve pertanto ritenersi che le forniture di armi all’Ucraina siano frutto soltanto di autonome decisioni assunte dallo Stato italiano che sarebbe, quindi, perfettamente libero di interromperle senza per questo violare alcun obbligo internazionale.
Ed è presumibile che, se a ciò si determinasse l’attuale governo, ne trarrebbe, sul piano interno, notevole vantaggio anche in vista della non lontana scadenza elettorale. Una tale scelta, infatti, oltre a tagliare in buona parte l’erba sotto gli stivali del gen. Vannacci, nell’ipotesi che questi restasse fuori dalla coalizione di centrodestra, farebbe esplodere i contrasti che, sul punto, ancor più che nel centrodestra, si registrano nel centrosinistra, togliendo a quest’ultimo la possibilità di nasconderli, come qualcuno ha suggerito, con il furbesco espediente di non fare menzione alcuna, nel programma elettorale attualmente in gestazione, della questione degli aiuti all’Ucraina.
Cosa che, per converso, sarebbe impossibile al centrodestra, a fronte di un Vannacci che, sulla stessa questione, lo incalzerebbe senza pietà. E il risultato, in tal caso, sarebbe quello che, ove il centrodestra, com’è probabile, perdesse le elezioni, la sua attuale dirigenza ben poco potrebbe rispondere ad un elettorato che, non senza ragione, la riterrebbe responsabile di avere, in sostanza, consegnato l’Italia alla Schlein, a Bonelli e a Fratoianni per amore di Zelensky.
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