Gian Marco Centinaio, vicepresidente del Senato e dirigente della Lega
Gian Marco Centinaio, vicepresidente del Senato ed esponente della Lega (Ansa)

Lo chiamavano il compagno di banco di Matteo Salvini: lui pavese, il riconfermato segretario della Lega milanese. Sono stati l’anima nuova del movimento fondato da Umberto Bossi e certo oggi Gian Marco Centinaio, vicepresidente del Senato, è uno dei più autorevoli esponenti del partito.

Ministro dell’Agricoltura nel governo gialloblu, è stato il solo a intuire che serve una valorizzazione unica del territorio. Unì alla delega agricola quella del turismo e oggi l’enoturismo e il turismo rurale sono uno dei motori dello sviluppo delle aziende agricole. Tifoso del Parma, appassionato di moto, gran cultore e produttore dei vini dell’Oltrepò Pavese, si direbbe più un manager prestato alla politica che un politico di professione. E certo oggi è chiamato a dare forma al rilancio della Lega così come uscita dal recentissimo congresso in vista delle prossime politiche.

La Lega dopo il congresso: «Siamo più forti e compatti»

Dal congresso quale Lega esce, con quali temi da proporre agli elettori?

«È una Lega più forte e decisa, che si presenta compatta attorno alla leadership di Matteo Salvini e arricchita dalle idee promosse dalla candidatura di Massimo Garavaglia. L’introduzione nel simbolo della scritta “Italia Federale” è una buona idea del segretario e rende bene il concetto di un partito nazionale, che mantiene l’obiettivo originario di difendere e promuovere la rappresentanza e l’autonomia dei territori. Chi sperava di vederci divisi e armati l’uno contro l’altro è rimasto deluso».

Salvini aveva detto: dobbiamo essere autonomisti in Italia e sovranisti in Europa. È ancora un «programma» attuale? E se sì, come si declina?

«È più attuale che mai. Grazie alla Lega, l’autonomia differenziata sta per diventare realtà per le Regioni che ne hanno fatto richiesta. Sono certo che, quando abbandoneranno l’opposizione ideologica e si renderanno conto dei benefici che porta, anche altre Regioni ne faranno richiesta, non solo quelle del Nord e non solo quelle governate dal centrodestra. Allargando lo sguardo, la nostra visione è sempre stata quella di un’Europa dei popoli, che decide solo su pochi temi sovranazionali e lascia ai singoli Stati i poteri su tutto il resto. Il filo rosso, anzi il filo verde della lotta al centralismo lega questi due concetti».

Ucraina, Centinaio: «All’Europa manca un’iniziativa diplomatica»

La Lega ha rotto il fronte degli aiuti a Kiev. Non avete paura di passare per putinisti? Peraltro la Meloni è indicata come mediatrice possibile per l’Ue al tavolo ucraino…

«Magari avessimo il nome di un mediatore o qualsiasi altra iniziativa diplomatica da parte dell’Europa! Il problema che poniamo noi è proprio questo: se continuiamo a parlare solo dell’invio di armi in Ucraina, la guerra non finirà mai. Noi abbiamo avuto a cuore dall’inizio dell’invasione la sorte dei cittadini ucraini, li abbiamo aiutati anche sul piano militare, ma soprattutto abbiamo sempre chiesto all’Europa di lavorare per far dialogare le parti e porre fine al conflitto. Purtroppo a Bruxelles, come in qualche altra capitale europea, non ci vogliono dare ascolto».

Torna il «pallino» delle pensioni per superare la Fornero. È un punto qualificante per voi e però come si concilia con il rigore di bilancio che Giancarlo Giorgetti ha meritoriamente perseguito?

«La legge di Bilancio approvata dal consiglio dei ministri prevede un fondo da 850 milioni di euro per consentire di andare in pensione a 64 anni, anziché 67. È la dimostrazione che si possono ottenere i risultati per chi ha lavorato per tutta la vita, anche chiedendo una mano a chi in questi ultimi anni ha incassato più profitti, come le grandi banche e assicurazioni».

La maggioranza Ursula e le critiche a Bruxelles

In Europa si vota il prossimo anno in Italia, in Francia, in Spagna si sta per votare, in Germania Merz è in grandissima difficoltà. Ritiene possibile che la maggioranza Ursula si sfaldi e in quel caso la Lega che posizione assumerebbe?

«Questa maggioranza europea politicamente non esiste già più e, forse, in questa legislatura non è mai davvero esistita, come si è visto in diversi passaggi parlamentari. La Spagna è l’unico grande Paese europeo ad avere un governo di sinistra, probabilmente ancora per poco. I Paesi retti da coalizioni trasversali, dalla Germania a Polonia, Romania, Belgio e Austria, mostrano grandi difficoltà, così come la Commissione Von der Leyen. Solo una maggioranza europea di centrodestra, condivisa tra Commissione e Consiglio europeo, avrebbe la forza e la coerenza di prendere decisioni importanti per lo sviluppo delle nostre economie e la difesa dei confini. Noi siamo pronti, ma il Ppe finora ha sempre preferito l’inciucio con la sinistra, con i risultati che vediamo».

Lei è tra i più critici verso l’Ue. Forse lo è anche come produttore di vino e come ex ministro del Turismo. Cosa contesta a Bruxelles e come deve evolvere l’Europa a suo giudizio?

«Io non critico a prescindere l’Ue, critico questa Ue. Non sono d’accordo che a prendere le decisioni siano tecnocrati, che ignorano il voto degli elettori e che pensano che una decisione possa valere allo stesso modo in ogni parte di un continente così variegato. Non sono d’accordo che i nostri prodotti, soprattutto quelli agroalimentari, siano colpiti da una concorrenza sleale che viene dai nostri stessi partner. Oltre che da accordi commerciali con altre aree del mondo che non rispettano le nostre stesse regole. Non sono d’accordo con le follie del Green deal, con l’idea di un esercito comune sotto il controllo di chissà chi, con la burocrazia che pretende di regolare ogni singolo aspetto della nostra vita. L’Ue sarebbe molto utile se guardasse al futuro come un’opportunità, anziché con paura. Ad esempio, mentre altri grandi Paesi sviluppano nuove tecnologie, noi produciamo solo faldoni di regole per limitarle. Non ci possiamo sorprendere poi se i giovani scappano a cercare fortuna altrove…».

Legge elettorale e programmi: il confronto con il centrosinistra

Da vicepresidente del Senato lei ha un osservatorio privilegiato per giudicare la legge elettorale e le molte obiezioni di costituzionalità che sono state sollevate. A suo giudizio sono fondate?

«Questa legge non è stata proposta dalla Lega, anche se l’abbiamo votata lealmente. Io stesso non ho mai nascosto alcune mie perplessità sul testo, a partire dalla scelta delle preferenze al posto dei collegi uninominali. Condivido molto invece l’obiettivo di avere una maggioranza certa e stabile per tutta la legislatura. Si tratta comunque di considerazioni politiche, mentre sinceramente non vedo il rischio di incostituzionalità. Al limite potrebbero esserci solo piccole correzioni marginali».

Il Campo largo è in cerca d’autore e di programma. E il centrodestra? Quali sono a suo modo di vedere i punti qualificanti della vostra proposta e quali quelli inaccettabili del cosiddetto centrosinistra?

«Per la prima volta nella storia della Repubblica, abbiamo un governo che durerà per tutta la legislatura e una maggioranza che si propone con fiducia agli elettori per proseguire il lavoro iniziato: sicurezza delle città e lotta all’immigrazione illegale, crescita dell’occupazione, riduzione delle tasse e aumento degli stipendi (a partire dai giovani e dai redditi bassi e medi), difesa e promozione dei nostri prodotti, una transizione energetica che non devasti il territorio.

Queste sono alcune priorità su cui abbiamo lavorato e su cui possiamo fare ancora tanto. A sinistra, più che un «campo largo» c’è un «campo vago», di cui non si conoscono i confini, il leader, il programma. Mi pare che siano d’accordo sulla patrimoniale, sulla cittadinanza facile per gli immigrati, sulla legalizzazione della cannabis e su poche altre cose. C’è bisogno che dica cosa ne penso?».

Sicurezza e integrazione: «Chi si ghettizza fa una scelta»

La questione sicurezza è al centro del dibattito. Lei pensa che i provvedimenti adottati siano sufficienti?

«Siamo intervenuti a contrastare ogni emergenza che si presentava, sulla base di un principio chiaro: nessun colpevole può restare impunito. C’è una questione specifica che riguarda i giovani, soprattutto quelli di seconda e terza generazione. Non permetteremo che le nostre periferie finiscano sotto il controllo di queste bande e se ci sarà bisogno di altre norme, non avremo problemi ad approvarle. Anche la magistratura però deve contribuire, anziché mettersi di traverso. Youssef Siher, la mente del Movimento 17 ottobre, è solo l’ultimo esempio di una persona pericolosa che gira a piede libero per volere dei giudici. Così ogni sforzo diventa vano».

Si parla molto di disagio giovanile, ma non c’è invece un pericolo strisciante di islamizzazione e di sradicamento dei giovani dalla nostra identità?

«Chi sta in Italia deve rispettare la cultura e le leggi italiane. Devi conoscere la nostra lingua, o non puoi acquisire la cittadinanza. Devi rivolgerti ai nostri tribunali, non a quelli che applicano la sharia. Puoi vestirti come ti pare, ma devi tenere il volto scoperto. I giovani sono quelli che hanno più opportunità per integrarsi, grazie alla scuola, allo sport, alle tante occasioni di stare insieme ai coetanei italiani. E molti di loro lo fanno. Se invece alcuni decidono di ghettizzarsi e di diventare violenti, non è colpa della società ma è una loro scelta e noi abbiamo il dovere di intervenire per proteggere la sicurezza delle città».

Il Quirinale e la candidatura della Lega a Milano

Molti indicano nel 2029, quando si rinnoverà la presidenza della Repubblica, la vera sfida. Pensa che il centrodestra sarà in grado di portare un suo uomo o una sua donna al Quirinale?

«Non prevedo il futuro, ma trovo scandaloso che questa possibilità sia vista come un tabù a sinistra. Per fortuna, gli elettori hanno capito che la loro presunta superiorità morale nasconde solo l’attaccamento alle poltrone. La Lega e gli altri partiti di centrodestra possono esprimere tanti nomi in grado di essere degni successori del presidente Mattarella».

Un candidato leghista per Milano?

«Ce l’abbiamo, Silvia Sardone. Non mi sembra di aver visto nomi più competitivi».

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