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Lavinia Mennuni (Imagoeconomica)

Mentre i giovanissimi arruolano TikTok per coordinare la guerriglia urbana, Bruxelles impone lo stop ai governi nazionali sul disegno di legge per vietare i social ai minori di 14 anni (che, se in vigore, avrebbe tenuto i giovanissimi lontano dai cortei violenti di questi giorni), in nome di una presunta «armonizzazione» tecnica: l’incolumità dei minori può attendere, i profitti delle Big tech no.

Un verdetto grottesco che sbatte la porta in faccia alla tutela dell’infanzia, stigmatizzato dalla senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni, membro della Commissione per l’infanzia e l’adolescenza e prima firmataria del provvedimento al Senato.

Se la vostra proposta trasversale fosse già stata approvata le devastazioni si sarebbero potuto evitare?

«Se questa legge fosse stata in vigore, molti di quei ragazzini non avrebbero partecipato alle manifestazioni e soprattutto a quelle devastazioni. Il motivo è semplice: non sarebbe stato possibile convocarli. A Milano, le piattaforme digitali come TikTok sono state il motore e lo strumento principale per il coordinamento delle violenze in piazza tra i giovanissimi. Attraverso i social i ragazzi si sono dati appuntamento pochissimi minuti prima dell’accaduto. Questo ha reso il lavoro delle forze dell’ordine difficilissimo».

C’è poi l’aspetto psicologico.

«Soprattutto quello: un ragazzino di 11 o 12 anni che si ritrova in mezzo a gente che delinque spesso non è nemmeno pienamente consapevole del delirio e della violenza in cui viene trascinato. Prevedere il limite d’età a 14 anni ci avrebbe permesso di salvaguardare e tirare fuori da queste dinamiche tutti i ragazzini fino a quella fascia d’età. Ormai è un problema serio di pubblica sicurezza. E al di là dell’attualità, c’è un problema di tutela della salute mentale e persino una mutazione antropomorfica in atto a causa delle ore passate sui social. Sui social passano contenuti violenti, sessisti, volgari e non è giusto che i nostri bambini debbano soggiacere a queste influenze. Lo Stato ha il dovere di intervenire».

La Commissione Ue ha annunciato una moratoria di 12 mesi. Come risponde allo stop di Bruxelles?

«Un comportamento paradossale e inspiegabile, soprattutto se guardiamo a quello che sta succedendo nelle piazze italiane ed europee. Stupisce che ci venga chiesto di stare fermi un anno per l’armonizzazione tecnica in un frangente del genere, con un’emergenza sociale in atto. Peraltro, noi con la Commissione Ue abbiamo già fatto un negoziato lunghissimo, durato più di un anno, abbiamo ottenuto il parere favorevole e l’autorizzazione ufficiale già da mesi. Ora ci chiedono di aspettarne altri 12 ma per noi la sicurezza dei minori viene prima delle comodità delle multinazionali».

L’obiezione di Bruxelles è che una legge nazionale si sovrapporrebbe al futuro regolamento Ue (il Kids act).

«No, perché nel testo della nostra legge abbiamo inserito una “sunset clause” o clausola di decadenza. Ciò significa che nel momento esatto in cui entrerà in vigore il regolamento europeo armonizzato, la norma nazionale decadrà automaticamente per adeguarsi a quella comunitaria. Quindi, nelle more del percorso europeo, noi avremmo potuto intanto legiferare e mettere in sicurezza i nostri ragazzi. Non c’era alcun intralcio. La Commissione non dovrebbe frapporsi tra uno Stato sovrano e il bene dei suoi cittadini più fragili».

Cosa farà il governo? Si ipotizzava l’inserimento della norma come emendamento nel Decreto Sicurezza o nel Decreto Cortei.

«Il testo è pronto ed è a costo zero. Potremmo completare l’esame del ddl in Senato: manca una sola seduta in commissione per votare gli emendamenti e poi andare alla Camera. In alternativa possiamo inserire la norma come emendamento nel Decreto Cortei, che garantirebbe la conversione in legge entro 60 giorni. Si sta valutando quale sia la strada tecnicamente più rapida e pulita. Ma una cosa è certa: dobbiamo centrare l’obiettivo e chiudere la partita il prima possibile per il bene dei nostri ragazzi».

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