Un pedigree da romanzo di Malaparte, le radici in una storica famiglia di diplomatici, l’anima polifonica che ha scelto di non farsi bastare una sola vita, Maria Luisa Gaetani d’Aragona è cresciuta dove la politica non arrivava per televisione: entrava in casa e si sedeva a tavola.
Figlia del conte Massimo Magistrati, ambasciatore e cognato di Galeazzo Ciano, moglie del duca Niccolò Gaetani, discendente di due Papi, appartiene a un mondo che ha attraversato guerre, restaurazioni e cambi di regime, non sempre senza dolori.
Lei, invece di limitarsi a custodirne i codici, ai conforti del lignaggio ha preferito gli orizzonti del mondo, attraversandolo (anche in sella a una moto) con la macchina fotografica al collo e una rubrica di relazioni, dalla cultura alla politica fino alle stanze vaticane, trasformando la curiosità in libri e mostre e l’obiettivo in uno strumento di testimonianza e riscatto.
Ma la sua vera opera d’arte è una diplomazia umanitaria colta e pragmatica, capace di far fruttare il suo network globale per cause nobili: per 24 anni ha guidato il comitato Lazio dell’Airc portandolo ai vertici della raccolta fondi italiana, è stata vicepresidente della Fondazione per la Pace e ambasciatrice dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù.
Oggi è mecenate dell’Accademia di Santa Cecilia e dal 6 novembre il Museo Accorsi-Ometto di Torino le dedica una mostra. Intanto continua a dividersi tra Europa, Africa e Sud America, osservando da vicino le metamorfosi del potere e accogliendone i protagonisti nel suo salotto: cardinali e direttori d’orchestra, imprenditori e ministri, Gaetani osserva questo universo dall’interno e si concede il lusso di giudicarlo senza troppi inchini.
Quindi non è una diplomatica dell’establishment?
«(ride, ndr) Non lo sono e non lo voglio essere. Mio padre avrebbe adorato ma io preferisco dire quello che penso».
Si può ancora dire quello che si pensa?
«Una volta si discuteva senza litigare, ora si è tutti politicamente corretti. L’ideologia woke ci ha inquinati, è un serpente subdolo che si insinua anche nelle menti più lucide. L’ansia da prestazione antifascista si cura con dosi quotidiane di politically correct quasi patologiche…».
Suo padre ha attraversato il fascismo e la scure dell’epurazione prima di guidare la ricostruzione. Una lezione di responsabilità?
«Di rettitudine. Mio padre serviva lo Stato, non il regime: a Berlino fece i salti mortali per evitarci la guerra a rimorchio della Germania. La sua unica colpa, aver sposato in prime nozze la sorella di Galeazzo Ciano. Un “reato di parentela” che gli è costato due anni di purgatorio, naufragato però contro la sua monumentale onestà: non aveva rubato un centesimo, ha restituito persino i regali di nozze. In quel periodo ci sostenne il patrimonio di mia madre (la cui famiglia fondò la Deutsche Petroleum Company, ndr). Poi lo Stato, ravvedutosi da quell’ingiustizia, lo ha richiamato per gestire il Piano Marshall e la cooperazione e lui ha contribuito a ricostruire il Paese. Senza rancori».
Un civil servant d’altri tempi. Oggi cosa vede?
«Una carenza drammatica di senso dello Stato».
Cosa resta di quella classe dirigente?
«Il deserto: lo spartito è cambiato. Allora la ricostruzione era una missione collettiva tra giganti come De Gasperi, che da noi era di casa, e Vittorio Valletta, che mio padre mi portò a conoscere a Mirafiori quando avevo 13 anni. Ormai i veri statisti non esistono più».
Politica, denaro, relazioni o media: ora chi comanda davvero?
«I media: il potere si è trasferito nei palinsesti».
Politici: chi l’ha colpita di più?
«Fanfani, Andreotti, tanti… ma la politica non mi ha mai impressionata. Certo, a casa nostra passavano giganti come Gaetano Martino o Gabriele D’Annunzio ma il mio mondo erano gli scienziati e i direttori d’orchestra. Con Umberto Veronesi abbiamo fatto nascere a Roma l’Istituto dei tumori, per risparmiare ai malati del Sud i viaggi della speranza. Lui laico specchiato, io cattolica convinta: facevo da ponte diplomatico, portando il vescovo Sánchez Sorondo della Pontificia Accademia delle Scienze a dialogare con gli “infedeli”».
La sua famiglia ha appena venduto allo Stato la Tomba François, capolavoro della pittura etrusca, dopo cent’anni di corteggiamento. Rimpianti?
«Affatto. Meglio esposto che sepolto nei nostri ricordi».
E finalmente fruibile…
«Sono allergica alla parola “fruibile”! Il Comune di Roma la spalma ovunque, con la stessa grazia con cui si parla di un tostapane. L’arte si contempla, non si consuma».
Torino le dedica una mostra. Orgogliosa?
«Grata, ma il verdetto spetta ai torinesi. L’arte è il mio solo carburante. Arte è saper vivere con stile: saper guardare, ascoltare, scrivere, anche mangiare. Soprattutto saper scegliere, talento rarissimo».
Quando lo Stato non ce la fa, arrivano i privati. La cultura non rischia di diventare un affare d’élite?
«Semmai, “rischia” di salvarsi! Lo Stato dovrebbe fare molto di più, le nostre scuole sono deserti di cultura che sfornano analfabeti della bellezza. Ben vengano, allora, i mecenati: se non ci fossero, il nostro patrimonio cadrebbe a pezzi. Il National Trust in Inghilterra ha fatto scuola, da noi c’è il Fai. Lo Stato non deve approfittarsene ma ringraziare».
Nobiltà e censo obbligano all’impegno civile o concedono l’immunità?
«Il nostro ambiente ha una colpa storica: dagli anni Sessanta ha disertato il Palazzo. E la politica non tollera le sedie vuote, se te ne vai, il posto lo prende il primo che passa. Ed è andata così, guardi i 5 stelle… Quanto agli industriali, ci hanno provato, ma più per curare il proprio orticello…».
Cosa le sembra l’Europa in cui viaggia: una comunità di valori o un condominio litigioso?
«Una rissa sul pianerottolo. La storia non si fa con le beghe di vicinato».
Dove avverte più paura e dove trova fiducia?
«La fiducia è merce esaurita, dovunque. Forse la Grecia ne conserva un briciolo, ma solo perché avendo toccato il fondo, hanno scoperto che non si può scendere più giù. Altrove è il panico».
Anche nella sua Germania?
«Lì sono disperati. Da locomotiva d’Europa son diventati il vagone di coda…».
Ma come, non si fidano del cancelliere Merz?
«E chi si fida di Merz? Nessuno».
Alice Weidel?
«Una leader autentica, vicina ai suoi concittadini».
È vero che l’ha battuta a ping-pong?
«Scherza? È stato un testa a testa (ride, ndr)!».
Cosa dice la classe dirigente francese delle rivolte studentesche?
«Un disordine orchestrato: gli universitari farebbero bene a lanciare idee invece di molotov. Come avevo previsto, la guerriglia è arrivata anche in Italia, puntuale per la campagna elettorale».
Giorgia Meloni governa da quasi quattro anni. Bilancio?
«Ha una tenacia formidabile e non ha avuto la strada spianata: ha dovuto imbarcare chi c’era, non sempre i migliori, ma in politica estera è stata impeccabile e ci ha restituito rispetto. Ora speriamo si dedichi di più alle questioni di casa, forte di una stabilità mai vista prima. Ma la polemica interna, però, è grottesca: imputarle il caro bollette è ridicolo».
Nel suo ambiente si vota a destra?
«Si figuri, è la dittatura della gauche caviar: tutti di sinistra per non macchiare il passaporto sociale. E per esorcizzare la paura delle tasse: corteggiano il boia sperando di salvarsi. Ipocriti!».
Tentazioni centriste?
«Renzi & Calenda? Quello che io chiamo il “campo letargo” è un fantasma. Se proprio si vuole sbandare a sinistra, tanto vale l’originale del Pd, senza passare dalle sottomarche».
Pranzo a casa sua con il cardinale Müller: tra Meloni, Salvini e Tajani a chi riserva il posto d’onore?
«Ho il privilegio di essere amica del cardinale, gli metterei accanto Giorgia Meloni, scortata da Giorgetti. Salvini lo tengo in quota affetti: è un caro amico, una bravissima persona».
E dell’opposizione chi inviterebbe?
«Angelo Bonelli, per quel magnifico coup de vent nei capelli: quel ciuffone mi diverte moltissimo!».
In quale città si litiga di più a tavola per la politica?
«A Roma, tra una portata e l’altra. Da noi la politica uccide il galateo. All’estero hanno più stile: a Madrid, dove i miei amici mi dicono che la situazione è terrificante, sanno demolire Sánchez senza rovinarsi la digestione».
Lei è molto vicina alle sacre stanze. Leone XIV è un buon affare per la Chiesa?
«Un affare necessario, che avevo previsto: le casse erano vuote e i dollari potevano arrivare solo da lì. Promosso per il ritorno alla mozzetta e alla sacralità degli appartamenti papali; rimandato perché flirta ancora troppo con l’eredità di Francesco e con la sinistra curiale. Giudizio sospeso».
E Bergoglio?
«Le assicuro che l’Argentina, dove vado spesso per raggiungere la mia estancia in Uruguay, non lo rimpiange».
L’eleganza oggi ha ancora un valore etico?
«Non è il vestito che indossi ma il rispetto dei codici. Che però adesso sono regolati dai social network: i miti ormai li fabbrica Instagram».
…dove c’è anche lei. Il potere si misura in follower?
«Ci sono per gioco, ho molti seguaci, perfino in Australia. Ma resto fedele alla pellicola: con il digitale ci siamo salutati con garbo. In un secolo che corre disperato verso il nulla, il vero lusso è sapersi fermare, guardare e scattare: è l’unico modo che conosco per capire il mondo».
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