Al via il congresso della Lega voluto dallo stesso Matteo Salvini per mettere ordine in un partito in oggettiva crisi di consensi, ma non solo. Troppe, infatti, le voci critiche sulla condotta del segretario, che siede nella sua posizione di leader dal 2013 e che per questo si è dimesso per cercare la riconferma del suo ruolo.
È davvero largo il dissenso all’interno della Lega? Pontida ha mostrato delle spaccature, certo, ma non così ampie come ci si poteva aspettare. E ieri tutte e undici le mozioni presentate sono state approvate all’unanimità. Manca la prova del nove, il voto di oggi. Il segretario uscente difende la linea nazional-sovranista. Il rivale, Massimo Garavaglia, chiede di tornare a essere un partito federalista. Ieri parola ai delegati. Oggi gli interventi dei candidati e il voto a scrutinio segreto.
La Lega al voto tra Salvini e Garavaglia
Tra le prime novità, c’è l’introduzione di una segreteria politica accanto al segretario federale. Via libera anche all’emendamento che introduce la figura di coordinatore federale delle segreterie regionali. Il congresso lo infiamma Massimiliano Romeo, il più critico di tutti, che ha ribadito: «Nessuno ha mai messo in discussione la riconoscenza e il valore del segretario Salvini, mai nessuno di noi ha chiesto un congresso, io non ho mai sfidato nessuno, non ho mai chiesto a Salvini di fare un passo indietro. Ho chiesto un confronto politico in un momento di difficoltà. Non “inutili” polemiche, ma sappiamo tutti che siamo in difficoltà perché la gente non ci vota più».
E poi: «È vero che non siamo il Pd, ma evitiamo di fare come Matteo Renzi che dal 40% è arrivato al 2%», ha avvertito Romeo. Che rivendica la natura tutta politica della sua posizione: «La gente ci dice che siamo poco riconoscibili e per questo abbiamo fatto delle proposte. Non chiesto un congresso. Ma qualcuno ha pensato che fosse una questione personale, no signori: questa è una questione politica e come tale abbiamo cercato di dare una mano alla Lega e allo stesso Salvini. Cosa c’è di rivoluzionario nel chiedere una linea collegiale, nel momento in cui il partito è in difficoltà? Il problema non è dentro il nostro movimento, ma nella gente fuori che non ci vota più. Mettere al fianco del nostro segretario una squadra, a partire dai governatori che sono quelli con il maggior appeal, dà quell’idea di forza e squadra che può contrastare la polarizzazione del voto tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Allargando la squadra e dando questa idea precisa, ci sono sondaggi che ci danno al 10%. Abbiamo fatto una proposta, tre Leghe, ognuno padrone a casa sua, come diceva Umberto Bossi 30 anni fa. Una Lega confederata perché il federalismo unisce e non divide. Se dire questo è una colpa, mi dichiaro assolutamente colpevole».
Un discorso che pare un’arringa finale quello di Romeo. Non l’unica voce critica, come ricorda lo stesso Romeo ai cronisti. «Il voto (per il segretario della Lega, ndr) sarà segreto e a chi non si è esposto, pur condividendo le ragioni dei “nordisti” della Lega, dico che qualcuno deve pur cominciare. Intanto ci siamo esposti io, Attilio Fontana, poi è arrivato Garavaglia, chissà mai. Più passa il tempo e più qualcuno che magari è un po’ meno intenzionato e che trova il coraggio di fare questo passo, c’è».
Zaia sostiene la svolta federale, ma frena sulla segreteria
Un asse trasversale guidato dal governatore della Lombardia, Attilio Fontana, e dal capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo (anche segretario della Lega Lombarda), e irrobustito dall’ex Doge, Luca Zaia, dal presidente del Friuli-Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, e da quello della provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti. La spinta è dovuta alla necessità di un rilancio della questione settentrionale e a una gestione più collegiale del partito. «Io sono convinto che Matteo Salvini chiederà a Luca Zaia di entrare a fare parte della segreteria politica, perché tu ci devi mettere la faccia insieme a noi, si può fare soltanto insieme e solo insieme si deve fare», ha commentato Claudio Durigon, criticando poi Romeo: «Ha sbagliato il metodo e il modo. Non si va sulla stampa, in Lombardia hanno problemi ma si affrontano nel partito».
L’intervento di Luca Zaia era tra i più attesi. Si rivolge direttamente a Salvini: «Matteo, tu dici spesso che sono tutti ministri del Nord ma la questione settentrionale deve essere oggetto e pilastro del programma di governo. Bisogna pretendere che l’Autonomia proceda». Poi Zaia sposa e benedice la posizione di Garavaglia. «Propone una modifica dello statuto per un partito federale? È la mia idea, storicamente è la mia, io sono quello della Csu-Cdu bavarese. Ne ho sempre parlato in tempi non sospetti». E sul voto: «Per me il congresso si chiude con l’assunzione dei programmi e spero che chi avrà perso dirà “lui è il mio segretario”». E sull’auspicio di Durigon di un suo ingresso nella segreteria: «Io non ne so niente. Non ho mai rincorso le cariche di partito. Cerchiamo di chiudere questo congresso, poi si vedrà».
Il nuovo simbolo cancella la scritta Salvini premier
Il nuovo simbolo conferma una solida certezza, l’Alberto da Giussano, e rimuove un pezzo di storia, la scritta Salvini premier. Un segno di cambiamento. Basterà? La chiosa la dà Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera: «Si discuta e si voti ma da domenica sera tutti uniti per i prossimi obiettivi».
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