• Oggi la firma del patto: Berlino dividerà il seggio Onu con Parigi. L’intesa serve a spingere l’unione Almston-Siemens. E ad arginare l’attivismo di Leonardo.
  • Luigi Di Maio svela il trucco del franco Caf. E la Francia convoca l’ambasciatrice. Con la moneta, agganciata all’euro, sono tenute sotto controllo 14 ex colonie. Sulla carta l’adesione è volontaria ma Mali e Costa d’Avorio rinunciarono a uscire dopo ritorsioni finanziarie. Il vicepremier: «Così Paesi sfruttati».

Nel 936 Ottone I, futuro imperatore del Sacro romano impero, fu incoronato re di Germania. Avvenne nella cattedrale di Aquisgrana. Nel diciassettesimo secolo e in quello successivo la città è stata sede di importanti trattati diplomatici, fondamentali per rilanciare il ruolo della Francia nello scacchiere europeo. E lo stesso potrebbe accadere oggi. Qui si incontrano infatti Emmanuel Macron e Angela Merkel per celebrare il terzo trattato di Aquisgrana. Il nuovo documento mira a «creare una grande convergenza» tra i due Stati (ancora più grande della attuale) e a detta dei portavoce dei rispettivi governi vuole fare un passo avanti rispetto allo storico accordo firmato all’Eliseo nel 1963.

Fondi comuni su temi come la sicurezza, la formazione professionale, l’università e pure l’industria. Fin qui nulla di così trascendentale se non fosse per i commi apparentemente secondari. L’articolo 8 lavorerà per l’ammissione della Repubblica federale tedesca nel consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, grazie alla condivisione del seggio francese. Un passaggio storico dal momento che un Paese vincitore della Seconda guerra mondiale si impegna a lasciare spazio vitale alla nazione contro la quale la composizione stessa dei membri del suddetto organismo è stata ideata e costruita. Il tutto senza aver condiviso la strategia con gli altri Paesi Ue.

La mossa avrà numerosi effetti dirompenti. Innanzitutto a Washington, dove dovremo attenderci reazioni poco composte da parte di Donald Trump, ma anche in Italia e nel resto dell’Ue. Non tanto perché l’Onu sia considerato decisivo, quanto perché il passo segna la rottura definitiva della finta impalcatura della diplomazia europea, quella guidata da Lady Pesc, Federica Mogherini, tanto per capirsi.

Perché Merkel e Macron siano arrivati a tale provocazione lo si può forse facilmente spiegare con le rispettive situazioni politiche di crisi. Parigi brucia per mano dei gilet gialli e la Merkel si prepara a uscire di scena con inaspettati segni «meno» di fronte ai principali indicatori economici. Serve forzare la mano nel tentativo di unire le forze. La speranza è quella di assemblare una sola locomotiva che traini l’Ue. Il senso è: o la va o la spacca.

Il rischio che sia una scelta rovinosa è molto elevato. Parigi e Berlino dovranno far fronte comune in politica estera, ma le due economie non sono allineate. La Cina non rappresenta lo stesso pivot per entrambe e i rapporti con gli Usa sono asimmetrici. Inoltre le due nazioni dovranno premere l’acceleratore anche sui trattati interni all’Unione. Basti pensare alle dichiarazioni di ieri del ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, che si è speso per fare pressioni sul regolatore Ue affinché la fusione tra Alstom e Siemens venga approvata senza indugio.

La firma del nuovo trattato di Aquisgrana getterà ponti preziosi per fondere i rispettivi colossi e nulla impedisce di pensare che banche francesi possano intervenire in Commerzbank e pure in Deutsche Bank. Non sappiamo se Bruxelles sarà prona ai diktat. Al momento lo è stata. Lo si capirà ancora di più quando l’Authority Ue sulla concorrenza dovrà pronunciarsi sull’acquisizione di Stx da parte della nostra Fincantieri. Le autorità anticoncorrenza francese e tedesca hanno chiesto alla sorella maggiore di bloccare il deal. Sarebbe contro le logiche del mercato. E lo hanno fatto il mese scorso, dopo aver capito che la francese Thales, specializzata in aerospazio, non avrebbe più potuto mangiarsi pezzi importanti di Leonardo e al tempo stesso l’accordo voluto da Giuseppe Bono non avrebbe garantito all’industriale sommergibilistica tedesca il classico posto al sole.

L’Eliseo è consapevole che il nuovo governo gialloblù, ma soprattutto la Casa Bianca sotto la guida di Trump, non sono disposti ad assegnare ai francesi un ruolo di predominio nell’industriale aerospaziale. Già comandano in Airbus, cedere anche la sovranità dell’industria militare avrebbe comportato uno spezzatino di Leonardo. Gli Usa (anche fosse per la semplice logica del divide et impera) non lo possono accettare. Da qui il passo indietro del governo di Macron e la scelta di rafforzare il matrimonio con la Merkel.

Stressato dai problemi interni non sappiamo quanto possa aver calcolato i rischi della mantide religiosa teutonica. Legarsi definitivamente a Berlino porterà una parte dell’intellighenzia francese a ribellarsi. I militari non sono disposti al gemellaggio con i cugini tedeschi. La tradizione bellica glielo impone e pure il senso di superiorità. Sembrano dettagli, ma non vanno sottostimati. Perché nei prossimi mesi Macron rischia di vedersi impegnato su due fronti: le proteste in piazza e la guerra alle spalle nei palazzi che contano.

Dal canto italiano, bisognerà capire se il desiderio – reso pubblico poche settimane fa da Matteo Salvini – di dialogare con la Germania si realizzerà solo dopo le europee e soprattutto il governo dovrà prepararsi a una piano B nel caso in cui l’Authority Ue bocci l’acquisizione dei cantieri di Saint Nazaire da parte del colosso guidato da Bono.

Riorganizzare il sistema Difesa facendo dialogare Fincantieri e Leonardo? Affidare a Cdp un ruolo tecnico che al momento non sembra essere sul tavolo? Dopo l’F 35, il caccia di Lockheed Martin, salire sul treno di nuovi progetti Usa? Dal Sì o dal No dell’Antitrust Ue a Bono dipenderanno molte cose.


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