La rabbia degli operai Ilva investe il ciuffo di Conte. E Mittal snobba i giallorossi
  • Il premier a Taranto accolto dai fischi di migliaia in sciopero. Duro botta e risposta: «Zitti parlo io», «Non sapete come viviamo». Nessun incontro previsto con gli indiani.
  • Intesa apre alla nazionalizzazione: «Se serve, che sia dura e contro l’Ue». L’opzione di un ingresso temporaneo dello Stato prende piede, anche dopo il rifiuto di Jindal a subentrare. Non la esclude nemmeno Carlo Messina: «Asset strategico». L’arma ambientale da usare per sfidare Bruxelles.
  • «Gli acciaio-bond comprati nel 2011 da Belsito, e poi venduti nel 2015». Il tesoriere Giulio Centemero: «Con il nuovo corso li abbiamo dismessi». Matteo Salvini querela il M5s.

Lo speciale comprende tre articoli.

Ha l’aria di chi si chiede «ma chi me lo fa fare?». Il premier Giuseppe Conte arriva all’ingresso dell’Ilva di Taranto, alle 16.55 di ieri. È già notte fonda, sia per l’oscurità, che per il governo giallorosso. Dalle 7 del mattino è in corso lo sciopero di 24 ore indetto da Fim, Fiom e Uilm nello stabilimento siderurgico di Taranto e negli altri siti del gruppo Arcelor Mittal. Migliaia di lavoratori sono in presidio nei pressi della portineria D, quella dove è atteso Conte. Il ciuffo in disordine annuncia il suo arrivo: stavolta la pettinatura non è stata il primo pensiero di Giuseppi, pallido in volto, sudato, esausto ancor prima di affrontare la folla inferocita. L’accoglienza è durissima: «Basta prese in giro!», urlano alcuni cittadini, mentre il cerchio di telecamere e fotografi si muove, ondeggia, sembra inghiottire questo ex avvocato pugliese, che si trova a dover contrastare la furia dei manifestanti.

La furia, anzi le furie: c’è chi chiede la chiusura immediata dello stabilimento a causa dei danni all’ambiente, chi urla la disperazione di chi ha un familiare ammalato e imputa la tragedia ai veleni che fuoriescono dalle ciminiere, chi invece vorrebbe solo salvare il posto di lavoro. Conte fa il duro, all’inizio: «Se non state zitti non riesco a parlare», dice. «Io ascolto, ma state zitti!», ripete. Suona male, molto male, questo invito del premier al silenzio, considerato che in realtà chi dovrebbe tacere è lui, il premier per tutte le stagioni, che si è assunto la responsabilità Sorprende la compostezza della protesta, anche quando risuona quel coro «Noi vogliamo vivere!» che potrebbe arrivare da un gruppo di operai che temono di perdere il posto di lavoro, o da un manipolo di cittadini che chiedono la chiusura dello stabilimento. Conte inizia il confronto con i manifestanti col piglio sicuro, poi mano a mano che si rende conto dell’aria che tira diventa più dimesso. Ascolta tutti, tenta di fornire qualche rassicurazione, ma il clima è ostile, scettico, disilluso: «Ne abbiamo abbastanza di promesse! Basta, basta!» urla un giovane assai corpulento, barba incolta, occhiali.

«Parlerò con tutti, ma con calma», continua Conte, come se fosse mai possibile essere calmi in quella situazione. In realtà, sono anche molto più calmi di quello che ci si potrebbe aspettare, operai e cittadini che circondano Conte, a loro volta circondati dalle telecamere. «Dovete conoscere la situazione! In questa fabbrica non ci sono le condizioni di sicurezza!», grida un operaio. «In quale reparto?», chiede il premier. «In tutti!» è la risposta. Sorprende che le proteste più numerose siano quelle dei cittadini dei quartieri adiacenti l’impianto, che chiedono la chiusura dell’Ilva e la bonifica. «Volete la riconversione?» domanda Giuseppi, che aggiunge: «Stiamo lavorando per l’energia pulita».

Conte sguscia all’interno dello stabilimento, dove lo attendono i sindacati. Sindacati che, come dicevamo, sono in sciopero dal mattino. Fim, Fiom e Uilm sostengono che «la multinazionale ha posto delle condizioni provocatorie e inaccettabili e le più gravi riguardano la modifica del Piano ambientale, il ridimensionamento produttivo a quattro milioni di tonnellate e la richiesta di licenziamento di 5.000 lavoratori, oltre alla messa in discussione del ritorno a lavoro dei 2.000 attualmente in amministrazione straordinaria». Chiedono ad Arcelor Mittal «l’immediato ritiro della procedura di retrocessione dei rami d’azienda» e al governo «di non concedere nessun alibi alla stessa per disimpegnarsi, ripristinando tutte le condizioni in cui si è firmato l’accordo del 6 settembre 2018 che garantirebbe la possibilità di portare a termine il piano ambientale nelle scadenze previste».

Il fantasma della perdita del posto di lavoro si è già concretizzato, in mattinata, per gli operai dell’indotto. Enetec, azienda tarantina che si occupa di progettazioni, costruzioni e montaggi industriali, ha inviato una comunicazione ai sindacati metalmeccanici e a Confindustria Taranto, nella quale afferma di «ritenere improcrastinabile l’avvio di una procedura di cassa integrazione ordinaria per 50 unità lavorative, 46 operai e 4 impiegati, su un organico complessivo di 56 unità, 50 operai e 6 impiegati, da sospendere per un massimo di zero ore a decorrere dall’11 novembre per 13 settimane complessive». Il ricorso alla procedura di cassa integrazione «appare inevitabile vista la sussistenza di elementi concreti che inducono a ritenere assolutamente ipotizzabile il perdurare di questa fase di stallo per tutto il prossimo trimestre e in ogni caso sino a che non saranno definiti i tempi e le modalità dell’eventuale prosecuzione della gestione da parte di Am Investco Italy, (la società di Arcelor Mittal, ndr) o del paventato subentro di nuovi soggetti giuridici».

Si chiude così questa ennesima giornata amara, per il premier col ciuffo, mentre – altro schiaffo all’esecutivo – il secondo incontro previsto con i Mittal, che il governo aveva annunciato per oggi dando le famose «48 ore» agli indiani, molto probabilmente non si terrà. Quando il giornale va in stampa non è previsto in agenda a Palazzo Chigi né nella sede italiana del gruppo.


Da non perdere