{{ subpage.title }}

Le borse francesi Lancel diventano italiane

Le borse francesi Lancel diventano italiane
Studio Errani
  • La griffe, acquistata dal gruppo Piquadro che controlla anche The Bridge, ha svelato a Parigi la prima linea dopo la rivoluzione Il presidente: «Puntiamo sui mercati asiatici. Rivitalizziamo i modelli storici con colore e dinamismo per conquistare i millennial».
  • Rochas riscopre l'eleganza con volumi maxi e tessuti preziosi per il giorno, mentre Chanel va in passerella per la prima volta dopo la scomparsa di Karl Lagerfeld.
  • Kenzo rende omaggio al suo fondatore, ripescando dagli archivi stampe divertenti e colorate. Senza dimenticare l'amatissima tigre.

Lo speciale contiene gallery della Settimana della moda parigina


A volte le cose vanno al contrario rispetto alla norma. Tanto da diventare una notizia nella notizia. Capita con Marco Palmieri, patron del gruppo Piquadro, che, con una mossa delle sue, è riuscito a cambiare il verso a un andazzo che vede sempre l'Italia penalizzata con stranieri che fanno incetta di marchi nostrani. «Da azienda monobrand, sana e in salute che produce cassa» racconta Palmeri «ci siamo chiesti, cosa ci fosse in giro visto che siamo industriali e che abbiamo la capacità produttiva. Sfruculiando nel portafoglio delle multinazionali s'è trovato Lancel, e abbiamo chiesto subito a Richemont se ce la vendeva. Perché no, ci hanno risposto, per noi è un po' piccola».

In pratica, uno tra i più grandi gruppi del lusso mondiale che in portafoglio detiene nomi come Cartier, Van Cleef & Arpels, Vacheron Costantin, Piaget e Montblanc ha dato il suo ok. E una maison qual è Lancel, fondata da Angèle e suo marito Alphonse Lancel nel 1876 a Parigi, è diventata italiana. Già la storia è di grande fascino dagli accessori per fumatori alle borse scelte per tanti film famosi, dai rapporti con artisti parigini come Edith Piaf, Maurice Chevalier e Josephine Baker fino alle borsette disegnate da Salvador Dalì, e Dalì, per la moglie e la musa Gala. E si va oltre. L'attrice Isabelle Adjani, musa del marchio, con Lancel ha creato una sua linea di borse e non manca quella ispirata a Brigitte Bardot, la BB, dove l'attrice partecipò attivamente al disegno e alla realizzazione della borsa. Ma prima di Lancel, Palmieri si era mosso verso un altro marchio. Il 2016 era stata la volta di The Bridge. «Abbiamo iniziato da The Bridge e in due anni siamo riusciti velocemente a riposizionare un marchio che perdeva un sacco di soldi e stiamo facendo un sacco di cose. Il percorso in avanti non è finito, ma, senza dubbio, ora è stabilizzato e sta crescendo».

Se la Settimana della moda milanese è stata l'occasione per mostrare il nuova showroom del gruppo (Piquadro, The Bridge e Lancel), quella di Parigi ha rappresentato la cornice ideale per entrare nel dettaglio della nuova collezione Lancel presentata nella storica casa in Place de l'Opéra, ancora una volta, palcoscenico perfetto che non ha mai cambiato il suo volto fin da quando la maison ci arrivò nel 1929. «In questi primi mesi dall'acquisto ci siamo dati la missione di andare verso i Millennials con più dinamismo, più colore, più creatività, più velocità. Abbiamo le capacità produttive per farlo, abbiamo tenuto la francesità assoluta, infatti team creativo, marketing di prodotto, qualità controllo sono a Parigi mentre la produzione di The Bridge a Scandicci, in Toscana, nel cuore della pelletteria. Quindi totalmente made in Italy però con il quid francese. Abbiamo trovato un direttore creativo giovane e un direttore artistico con fascino francese, un team multiculturale, molto young». È Barbara Fusillo, con esperienze da Miu Miu e Marc Jacobs, a guidare il team. «La prima collezione è molto frizzante. Straordinario è l'archivio, si può immaginare cosa sia stato prodotto in quasi un secolo e mezzo. È ovvio che si attinga molto da lì per guardare a nuove idee. Parliamo di migliaia di prodotti tutti catalogati e mappati. Alcune chiusure storiche le abbiamo già recuperate così come molte creazioni Art déco che rappresenteranno il futuro di Lancel». Grande attenzione anche ai mercati. »Ci siamo dati l'obiettivo di distribuire poco e niente wholesale e di sviluppare molto bene il retail diretto ma soprattutto concentrarci sull'Asia, fare un po' di clienti in Europa "top of the top". Non abbiamo necessità di crescere molto ma con una serie di meccanismi visto che l'azienda va bene non vogliamo diluirla. Siamo già a buon punto».

Senza dubbio, alla base del successo, c'è un'azienda che dimostra, ormai da tempo, visioni strategiche e di percorso più che positive. Il Gruppo Piquadro ha archiviato i primi nove mesi dell'esercizio chiuso il 31 dicembre 2018 con ricavi pari a 107,3 milioni di euro, in crescita del 50,5% rispetto all'analogo periodo nell'anno fiscale precedente, a quota 71,3 milioni di euro. L'aumento del fatturato è stato determinato dall'introduzione nel perimetro di consolidamento della maison Lancel, dall'aumento del 2,5% delle vendite a marchio Piquadro e dall'incremento del 13,8% delle vendite di The Bridge. «Abbiamo grandi aspettative per Lancel» dichiara Palmieri. «Lo straordinario patrimonio di una maison nata a Parigi 143 anni fa rappresenta un grande potenziale che ci auguriamo di valorizzare, grazie alla sua integrazione in un gruppo specializzato nella pelletteria di qualità e con una produzione made in Italy».

Piquadro

La Ville Lumiére saluta Lagerfeld. Chanel debutta senza il Kaiser

Lo chiamano fashion month: inizia a febbraio con le sfilate di New York, passa da Londra, attraversa Milano e approda, per concludersi a Parigi. Intanto è arrivato il 5 marzo, data in cui la moda per il prossimo inverno 2019/2020 abbasserà definitivamente la cleir per riavvolgerla a settembre. Stessa manfrina, stesse città, stesso ordine. La Paris Fashion Week, con le date più lunghe di tutte le altre settimane (non a caso a Milano sono state tante le polemiche per un calendario troppo compresso, sfilate fondamentali nella stessa giornata, indossatrici contese e problemi annessi), è iniziata il 25 e, come detto, si concluderà martedì prossimo. Una settantina di sfilate, ancora più presentazioni: la Ville Lumière affascina come sempre. In passerella: Dior, Saint Laurent, Celine, Hermès, Givenchy, Valentino, Rochas, Giambattista Valli, Balmain, Hermes, Vuitton, Miu Miu. Il defilè più importante della stagione è senza dubbio Chanel, che dopo la scomparsa di Karl Lagerfeld ha affidato il timone della maison a Virginie Viard. Tutta la città è un ricordo: dai fiori ai bigliettini nelle tante boutique agli innumerevoli omaggi. D'altronde Kaiser Karl era sempre protagonista e tutti sono in attesa di vedere cosa accadrà il 5 marzo alle 10,30, data e orario della sfilata, nell'immenso Grand Palais dopo che sotto la sua guida si era assistito a veri e propri spettacoli e allestimenti da lasciare a bocca aperta: una spiaggia ricreata ad hoc, un gigantesco iceberg, una villa con tanto di giardino all'italiana e poi il finto supermercato, il finto aeroporto, il finto casinò. Infine alla Settimana della moda parigina presenzierà un altro nome illustre: Tommy Hilfiger. Lo stilista-star sfilerà per la prima volta durante nella città dell'amore. In quell'occasione, Tommy svelerà la sua collaborazione con l'attrice e cantante statunitense Zendaya.

Diversi sono i nomi francesi guidati da stilisti italiani. Maria Grazia Chiuri, direttrice artistica di Dior, si è concentrata sulle «teddy girls», controparte femminile dei «teddy boys», una delle prime sottoculture inglesi. E Dior ha amato tantissimo la Gran Bretagna. La collezione ha preso spunto dalla Christian Dior: Designer of Dreams, attualmente in scena al Victoria & Albert Museum di Londra, che include una stanza con l'abito che Dior ideò per il ventunesimo compleanno della Principessa Margaret nel 1951, quello che indossava quando è stata fotografata da Cecil Beaton. «Margaret è sempre stata una principessa ribelle. Scegliere Dior, e non un designer britannico, a quell'epoca era considerata una ribellione. E questo mi ha fatto riflettere», ha spiegato la Chiuri in un'anteprima pre-sfilata. Una linea che diventa un racconto femminista con tanto di t-shirt con la scritta "sisterhood is powerful" ('La sorellanza è potente'), indossata con la gonna in tartan rosso del clan Stewart.

Alessandro Dell'Acqua per Rochas ritorna invece alle radici del marchio creato da Marcel Rochas nel 1925, poi rilanciato da sua moglie Hélène nel 1955. In un'epoca volta allo streetwear, lo stilista napoletano inverte il timone, affermando che «è tempo di riappropriarsi della propria immagine e personalità senza rincorrere le tendenze».Così dai primi passaggi, ci si concentra semplicemente e senza cliché sullo spirito couture della maison francese. Dominano le lavorazioni complesse come la lana trattata a piuma, i volumi XXL e i drappeggi romantici che conferiscono leggerezza, l'utilizzo di costruzioni precise per le giacche baschina. Grande ricorso ai tessuti preziosi come pizzo, tulle e organza che funzionano di giorno come di sera. I tailleur di lana bouclé, illuminati di frange di resina come fossero gioielli in gaietto, sottolineano gli ampi spacchi e la costruzione di ogni capo.

Il nero, colore preferito dalle parigine, è onnipresente. Ma anche tabacco, blu di Prussia, rosa cipria. Stephen Jones, special guest della stagione, rivela l'estetica dei look da giorno con i suoi scultorei cappelli di resina nera. Le borse, infine, sottolineano lo stile da sera e prettamente femminile del marchio: micro, a gioiello, di velluto di raso e ricoperte di strass.

Kenzo omaggia il lato più fantasioso del suo fondatore nella nuova collezione

A Parigi si festeggia il nuovo capitolo di Kenzo con la collection Memento. Per la quarta edizione di questa collezione dedicata alla rivisitazione degli archivi della maison, Kenzo offrirà ai propri fan e clienti l'opportunità di acquistare i capi a partire dal giorno seguente la presentazione della collezione.

Come per ogni capitolo è stato scelto un elemento tratto risalente al periodo del fondatore della maison Kenzo Takada. Il tema della collection Memento Nº1 sono state stampe floreali e ruches, la numero due è stata un'ode al lancio di Kenzo Jeans e per la terza edizione la maglieria. Per la collection Memento Nº4 sono state scelte alcune delle grafiche e stampe più originali e vivaci della maison. Si celebra quindi il lato più fantasioso e divertente di Kenzo Takada, la sua sistematica capacità di portare un atteggiamento dissacrante al mondo della moda e, ancor più importante, il suo amore per il cibo e l'intrattenimento. Capi stampati iconici, immediatamente riconoscibili, formano la base della collezione. La passione per la tigre, simbolo di forza e potere, è sempre presente. Tigri fotorealistiche aerografate (collezione uomo Primavera-Estate 1991) appaiono in due versioni di colore, blu o marrone, su vari modelli di t-shirt, maglie o camicie in popelin di cotone per uomo e donna.

Per presentare la collezione, Kenzo e il regista Partel Olivia hanno invitato il coreografo e direttore di scena Paul Sadot e il coreografo Nqobilé Danseur a lavorare su una creazione comune basata sull'unione di diverse tradizioni.

Il legame con Pechino va preservato ma arginando la concorrenza sleale
Giorgia Meloni nella sua prima visita ufficiale in Cina il 31 luglio del 2024 (Ansa)
Nei colloqui, l’Ue si impegni solo su temi di reciproca utilità e preveda difese doganali.

Geopolitica economica. Con un occhio bisogna certamente fare attenzione alla soluzione della crisi di Hormuz, che se non fosse risolta nel breve avrebbe un impatto potenziale grave sull’economia europea, in particolare per l’Italia. Ma con l’altro occhio bisogna dare altrettanta attenzione al bilaterale tra Ue e Cina previsto nel prossimo giugno con oggetto principale le relazioni commerciali. Il punto: al momento non c’è una sufficiente convergenza tra le euronazioni per dare alla Commissione Ue un indirizzo preciso per il negoziato con Pechino. E tale constatazione indica un pericolo grave di deindustrializzazione nell’area europea a causa di una concorrenza sleale da parte della Cina, che non trova barriere politiche, doganali e condizioni di reciprocità sufficienti per arginarla. Lo scopo di questo articolo è stimolare un argine, rapidamente.

I dati sono preoccupanti. La concorrenza cinese per prezzi in molteplici settori industriali è crescente e comporta la chiusura o comunque la crisi di numerosi siti industriali. In alcuni di questi settori, per esempio il «bianco», la causa è prevalentemente la concorrenza sleale sui prezzi. In altri, come quello automobilistico, c’è un concorso tra regole europee suicide e concorrenza sleale stessa. Un’analisi complessiva mostra con estrema chiarezza che l’Ue (che ha la delega per gli accordi doganali) oltre a togliere vincoli con effetto deindustrializzante al suo interno deve riuscire a condizionare l’export cinese sleale per non renderlo distruttivo. Ma allora perché non c’è convergenza tra le euronazioni per farlo? La Germania ha trasferito nel passato molti impianti industriali in Cina per conquistare quell’enorme mercato, ma anche per vendere a costo più basso nei mercati evoluti alcuni prodotti. Inoltre non ha limitato l’ingenuità - per altro come tanti altri attori industriali di parecchie nazioni, statunitensi in particolare - di trasferire know how permettendo ai cinesi di rubarlo o imitarlo senza rispetto per i brevetti. Semplificando, Berlino ha il grosso problema di essere ricattabile dalla Cina. Oltre alla Germania, va poi annotato che la Francia ha interesse a mantenere una relazione forte con la Cina, ambedue con toni finalizzati a collocare l’Europa come terza forza tra America e Cina, con certa preferenza per la seconda dopo la divergenza crescente con l’America. Postura non nuova: va ricordato che nel 2020, dopo sette anni di negoziati e 35 round negoziali, l’Unione europea e la Cina hanno concluso l’accordo politico sugli investimenti «Eu-China Comprehensive Agreement on Investment (Cai)». La firma (preliminare) di questo accordo commerciale è avvenuta durante la teleconferenza del 30 dicembre 2020 alla quale hanno partecipato Xi Jinping, il presidente ai tempi del Consiglio europeo Charles Michel, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen. Ma questo accordo non è mai stato pienamente applicato. Ora, a giugno, probabilmente la Cina vorrà riprendere quella bozza di accordo, aggiornandola. Quale sarebbe la giusta postura Ue?

I tempi sono cambiati. La Cina è in crisi economica interna dal 2015 sia per il crollo del valore degli immobili, andato in bolla e poi sgonfiato da una variazione dei flussi migratori dalla campagna alle città, sia per una saturazione del suo potenziale di sviluppo economico dopo una crescita fortissima per più di 30 anni a seguito dell’impulso riformista avviato da Deng Xiaoping nel 1978, che concesse più libertà economica pur mantenendo il controllo monopolista e autoritario del Partito comunista. Inoltre, da decenni Pechino ha basato la sua crescita sull’export e non sui consumi interni: sta tentando di cambiare questo modello, ma non ci riesce a causa della sovracapacità, cioè una produzione manifatturiera di molto superiore alle capacità di assorbimento del mercato interno. Per tale necessità Pechino ha scelto di assistere le vendite a sconto da parte delle aziende esportatrici, cioè in dumping ossia concorrenza sleale. Non solo: in Cina non c’è welfare, non ci sono sindacati, la repressione delle proteste non trova né stampa né limiti e la mancanza di lavoro inizia a colpire i giovani. Quindi è un sistema in crisi. Ma il Partito vuole gestirla aumentando l’export e l’influenza geopolitica sul piano globale per trasformarla in vantaggio geoeconomico. I segnali di questa azione indicano molta aggressività sostanziale nascosta da linguaggio collaborativo.

Raccomandazioni. L’Ue deve difendersi dalla concorrenza sleale cinese, ma anche non deve perdere quel mercato per il suo export. La sua forza negoziale è limitata da quanto detto sopra, problema aggravato dal fatto che la Cina ha peso politico sia per calmare la crisi di Hormuz sia per fare pressioni limitative nei confronti della Russia per il caso Ucraina, ambedue interessi primari delle nazioni europee. Per questi motivi mi rendo conto della necessità dell’Ue di non prendere atteggiamenti conflittuali con la Cina. Ma va considerato che l’Ue ha anche punti di forza in prospettiva, quello principale il fatto che sta siglando accordi doganali con le nazioni di mezzo mondo impaurite dal dazismo statunitense, ma anche da un’eccessiva dipendenza dalla Cina. Semplificando, l’Ue è meno debole di quanto oggi appaia. Conseguentemente suggerisco alla Commissione di gradualizzare nel tempo eventuali accordi con la Cina, selezionando quelli che provocano meno danni e portano reciprocità utile al sistema industriale europeo, lasciando il resto esposto a sorveglianza rafforzata per eventuali blocchi doganali. L’Italia? Nel passato è stata molto penetrata da interessi cinesi che ora richiedono contenimento con qualche porta aperta, ma ben controllata.

www.carlopelanda.com

Cinema in ostaggio del copione antifascista
Juliette Binoche (Ansa)
Con la solita scusa della destra che soffoca l’arte, le produzioni «rosse» fanno incetta di fondi pubblici per imporre una narrazione ideologica «superiore». Ma il revival del Sessantotto rallenta l’adattamento all’ambiente mediale basato sulla pluralità delle voci.

Mentre in Italia la categoria che negli anni in cui hanno governato «i fascisti» ha percepito due miliardi e mezzo di sostegni sogna di poter vivere in un mondo simile a quello che sognava il compositore di corte del Re Sole, Jean-Baptiste Lully, in Francia è successo qualcosa di molto interessante. Sì, perché se è vero che in Italia la domanda da fare a chi auspica «mondi piccoli» è costretta ad aleggiare senza mai essere posta - «in un mondo in cui ci siete solo voi chi ve li dà i fondi per fare i film?» - la classe intellettuale francese, molto meno di mondo e sorniona di quella partenopea e molto più militante e priva di autoironia, si è prodotta in un classico: una bella «lettera aperta» contro i «fascisti» che soffocano il cinema.

Questa volta il bersaglio è stato il magnate dei media Vincent Bolloré e la vicenda si sarebbe dipanata sui binari soliti da 70 anni a questa parte, senonché questa volta la «cattiva oca» ha deciso di mordere chi le stava tirando il collo: Bolloré ha risposto che le sue aziende non avrebbero più collaborato con i firmatari della lettera. E così Juliette Binoche, Mark Ruffalo, Ken Loach, Aki Kaurismäki, Javier Bardem e molti altri «artisti militanti» saranno esenti dalle contaminazioni della «deriva di destra» e dalla «influenza indebita» sulla produzione cinematografica.

Questa è solo l’ultima puntata di una vicenda nata mesi fa quando sempre Bolloré attraverso il centro studi Institut de l’Espérance rese pubbliche le proposte volte a ridurre le spese statali e i sostegni pubblici alla cultura, al fine di contrastare forme di egemonia ideologica consolidate. Recentemente anche l’ex ministro Gennaro Sangiuliano, tornando sul tema della reale funzione dei sostegni pubblici per prodotti culturali che nessuno fruisce, si è posto all’interno della più ampia, complessiva, riflessione sulla forma-cinema intesa come sistema novecentesco sia dal punto di vista produttivo sia da quello fruitivo, dove la grande ombra che si proietta su tutto quel mondo arriva non solo dalla preminenza delle serie-tv sui film ma dal grande elemento ignoto e minaccioso che, come in Mulholland Drive di David Lynch, attende dietro l’angolo: l’Intelligenza artificiale.

Per l’arte che trova il suo senso estetico nell’essere espansione di una tecnologia, il trovarsi di fronte a un momento di cambio di paradigma tecnologico non consente la riproposizione pedissequa di schemi, poetiche, ruoli e richieste tipiche di un mondo che non esiste più. Il fatto che Hollywood appaia come l’ultimo posto al mondo in cui vigono ancora il woke e le normative Dei conferma proprio la sua obsolescenza e il suo rifiuto nell’accettare un viale del tramonto ormai imboccato.

Anche in Europa, e in Italia in particolare, il mantenimento di strutture centralizzate e sovvenzionate rischia di ritardare l’adattamento a un ambiente mediale frammentato, in cui la pluralità delle voci emerge più efficacemente da processi decentralizzati e dove l’insieme di queste dinamiche suggerisce che le tensioni tra capitale privato, finanziamento pubblico e produzione culturale non si riducono a dispute contingenti su singoli film o su singole personalità ma investono questioni di più ampio respiro che si sostanziano nel rapporto tra libertà tematica e pretese di sostegno statale. A tal proposito al Festival di Cannes finito ieri è stato presentato il film L’Abandon di Vincent Garenq, dedicato agli ultimi giorni di vita di Samuel Paty, l’insegnante francese decapitato nel 2020 da un attentatore islamista per aver mostrato vignette satiriche durante una lezione. La pellicola ha suscitato reazioni immediate da parte del conformismo di sinistra sottoforma di accuse di razzismo o di alimentazione di stereotipi. Ancora una volta ci siamo trovati di fronte alla riproposizione del tipico schema di inversione: la vittima che diventa colpevole e colpevole, più precisamente, di contraddire la narrazione che giustifica la presenza, il dominio e la costante espansione del Parastato gramsciano che governa sia immigrazione che mondo della cultura. Apparentemente, dunque, ricomponendo tutti i termini della questione, ci troveremmo semplicemente di fronte a un revival della linea sessantottina classica: dominio ideologico della sinistra in un settore culturale, richiesta di fondi pubblici, rivendicazione di poter produrre arte anche in assenza di pubblico, scontro coi «fascisti» che devono pagare e tacere, imposizione di gerarchia morale tra un mondo di artisti eletti e uno di gretti commercianti, talmente ignoranti da non andare al cinema e sfruttamento del conflitto ideologico secondo le tecniche del Parastato gramsciano.

Tutto già visto? E no, questa volta no. Come farebbe notare Carlo Freccero, ci troviamo oggi di fronte a una differenza sostanziale: mentre il cinema nel Sessantotto rappresentava forze di critica sociale che condividevano la spinta avanguardista di contrapposizione al sistema, oggi il mondo del cinema si schiera come un sol uomo a difesa e preservazione del sistema attraverso le più stataliste e privilegiate rivendicazioni, suggerendo addirittura una sorta di superiorità morale, proprio come i «papà» che François Truffaut contestava tanto.

Il manuale per i lupi solitari dell’Isis insegna come falciare i miscredenti
Ansa
Pubblicato all’apice dello Stato islamico, resta il testo chiave pure per i terroristi di oggi.

Sono passati ormai dieci anni da quando l’Isis ha pubblicato il suo manuale per lupi solitari. Si intitolava How to survive in the West (Come sopravvivere in Occidente) e rappresentava il testo sacro degli aspiranti jihadisti. Chiunque, all’epoca, poteva scaricarlo tramite i canali più o meno ufficiali dello Stato islamico e mettere in pratica gli insegnamenti raccolti negli 11 capitoli che lo compongono. E che oggi rappresentano un ottimo strumento per comprendere quali parti siano rimaste immutate nell’addestramento degli aspiranti terroristi islamici e quali siano cambiate.

Al centro di tutto, c’è la taqiyya, la capacità di dissimulare e mentire: «Non mostrate che siete musulmani, in questo modo eviterete di finire tra i sospettati di essere terroristi». Profilo basso, quindi. Si consiglia di evitare barbe lunghe e, per le donne, di indossare niqab neri. Meglio quelli colorati. Allo stesso modo, quando si è in pubblico, è preferibile evitare nomi che ricordino la religione islamica ed è necessario mostrarsi sempre cordiali con tutti.

Uno degli obiettivi principali dei lupi solitari, poi, è quello di raggranellare soldi nel modo più semplice possibile. E, ancora una volta, senza dare nell’occhio. Chi è in grado organizzi truffe bancarie o hackeri i conti di grandi aziende. L’obiettivo da colpire? Naturalmente gli infedeli, il «vero nemico». Meglio ancora se israeliani.

Comunicare in sicurezza è fondamentale. Ed è uno dei tanti errori che ha fatto il ragazzo nordafricano di Firenze. Lo Stato islamico suggerisce infatti di tenere un profilo basso: mai digitare parole come «jihad» o armi nei motori di ricerca. Per trovare informazioni in modalità anonima, meglio usare Tor.

L’apparenza è tutto: bisogna sembrare «puliti» agli occhi altrui. Anche, e soprattutto, quando ci si addestra. Correre e andare in palestra sono attività normali in Occidente, quindi si possono fare senza problemi. Bisogna evitare però di indossare simboli che richiamino armi o simboli legati all’islam. Ancora una volta la taqiyya, la dissimulazione: «Devi allenarti come una persona normale, non puoi sembrare diverso». Curiosamente, il volume per aspiranti jihadisti consiglia di imparare il krav maga, l’arte del combattimento corpo a corpo israeliana. Utilizzare le armi è fondamentale, ma è meglio evitare quelle vere e fare pratica con quelle di paintball e softair. Per imparare i movimenti di combattimento in zone urbane il videogioco Call of duty rappresenta un ottimo strumento.

Il volume suggerisce poi i metodi di attacco. Non solo bombe e armi da fuoco, che rappresentano strumenti più complessi, ma anche, e soprattutto, strumenti più semplici e facilmente reperibili. Del resto era stato proprio il portavoce dell’Isis, Abu Muhammad al-Adnani, a elaborare una nuova strategia, definendola delle «mille lame», per colpire l’Occidente. Attacchi improvvisi, rapidi e con mezzi di fortuna, alla portata di tutti, utilizzando auto-ariete e coltelli. La stessa dinamica dell’attacco di Modena.

Il ragazzo nordafricano di Firenze, però, voleva colpire in grande. Sognava l’attentato spettacolare, che causasse una carneficina. Cercava armi e preparava molotov. Un salto di qualità.

A distanza di dieci anni dalla sua pubblicazione, questo manuale rappresenta ancora il punto di riferimento di chi vuole colpire l’Occidente. Non a caso, dopo esser stato rimosso dal Web, circola tra la chat degli aspiranti terroristi. Che dissimulano e sembrano innocui mentre si preparano a colpire un Occidente sempre più stanco. Che ha abbassato la guardia, nonostante le tante ferite inflitte dal jihad.

Permessi: gli Usa chiudono, l’Ue apre
iStock
Stretta dell’amministrazione Trump sulla green card: ora la si dovrà chiedere nei Paesi d’origine. L’esatto opposto delle ultime direttive provenienti dall’Europa.

L’amministrazione Trump vara una stretta importante sulla concessione della green card, il permesso di residenza permanente che da sempre è l’obiettivo di chi emigra negli Stati Uniti. O anche di chi sogna di andarci, tanto che da decenni imperversano online lotterie più o meno attendibili per ottenerla. Anche perché la green card è di fatto l’anticamera per l’ottenimento della cittadinanza americana, che può essere richiesta dopo 5 anni di permanenza nel Paese. Da adesso, salvo rare eccezioni, i richiedenti dovranno iniziare la procedura nel loro Paese d’origine, anziché una volta negli Stati Uniti, come spesso accade nella pratica. «D’ora in poi, un cittadino straniero che si trova temporaneamente negli Stati Uniti e desidera ottenere una green card dovrà tornare nel proprio Paese d’origine per presentare la domanda, salvo circostanze eccezionali», ha reso noto Zach Kahler, portavoce dei Servizi per la cittadinanza e l’immigrazione degli Stati Uniti (Usics). I titolari di visite temporanee, «come studenti, lavoratori temporanei o persone con visti turistici, vengono negli Stati Uniti per un breve periodo e per uno scopo specifico. Il nostro sistema è concepito in modo che lascino il Paese al termine del soggiorno. La loro permanenza non dovrebbe fungere da primo passo verso la procedura per ottenere la carta verde», ha spiegato.

La mossa della Casa Bianca è in controtendenza con l’indirizzo politico dell’Unione europea, che non più tardi di due anni fa, a marzo del 2024, ha varato una riforma della direttiva unica per l’ottenimento del permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Le modifiche sulla carta non intaccano l’autonomia dei Paesi membri, ma l’obiettivo di Bruxelles era sempre il solito: rendere più incisiva la politica di integrazione dell’Unione Europea

Come detto, la competenza di stabilire i requisiti di rilascio del permesso unico a scopo di lavoro spetta agli Stati membri, ma la riforma accelera i tempi di trattamento delle domande di permesso, sulla carta soprattutto per contribuire all’efficace attuazione dei «partenariati volti ad attirare talenti» con i principali Paesi partner degli Stati membri.

Sta di fatto che gli eurodeputati hanno votato un provvedimento che ha abbreviato da 4 mesi a 90 giorni il termine utile per adottare la decisione sulla richiesta permesso unico, con possibilità di proroga di ulteriori 30 giorni per l’esame dei casi più complessi.

Meno tempo, meno controlli, quindi, con tutto quello che ciò rappresenta a livello di sicurezza.

Un punto in particolare della riforma va in direzione opposta e contraria rispetto a quella che stanno prendendo gli Usa: lo straniero titolare di un permesso di soggiorno valido può chiedere un permesso unico anche all’interno del territorio, in modo da evitare che chi risiede legalmente in Ue per ragioni diverse debba tornare nel proprio Paese di origine per chiedere il cambio di status giuridico.

Ma c’è di più: se il titolare di permesso unico è disoccupato la direttiva approvata nel 2024 (che in teoria prevede il recepimento da parte degli Stati membri entro due anni), gli concede tre mesi di tempo per trovare un altro posto di lavoro prima che gli venga ritirato il permesso. I tre mesi salgono a sei se il lavoratore è titolare di un permesso superiore a due anni.

Va detto che alcuni Paesi membri stanno cercando comunque di dare una stretta agli ingressi, sia per ragioni di sicurezza, sia per tutelare il lavoro dei loro cittadini. Ad esempio nuovo governo ungherese ha varato un piano di sospensione dei visti, che dovrebbe entrare in vigore a giugno, per i lavoratori extra-Ue. Ma l’esecutivo guidato da Peter Magyar deve far fronte a crescenti pressioni da parte aziende e associazioni di categoria che avvertono come un divieto improvviso potrebbe colpire la produzione in un mercato del lavoro già saturo.

Le Firme

Scopri La Verità

Registrati per leggere gratuitamente per 30 minuti i nostri contenuti.
Leggi gratis per 30 minuti
Nuove storie
Preferenze Privacy