Consenso informato, famiglie al centro
(IStock)
Il provvedimento è richiesto da molti genitori, che vogliono continuare a educare i propri figli e che così potranno scegliere liberamente. Pure le scuole avranno doveri.

Considerato il dibattito in corso, contrassegnato anche da polemiche, spesso frutto di una non chiara comprensione del fatto, circa l’ introduzione dello strumento del consenso informato nella scuola, si rende necessaria qualche precisazione.

Si tratta di un provvedimento legislativo, fortemente richiesto da una vasta area del mondo delle famiglie italiane, nella speranza di veder recuperato quel fondamentale ruolo che l’articolo 30 della Costituzione assegna ai genitori: la responsabilità educativa della famiglia, con particolare attenzione a temi contrassegnati da una forte componente etica e morale. Non si tratta per nulla (purtroppo) né di fantasmi né di allarmismo ingiustificato, bensì di fatti concreti legati a numerose segnalazioni di percorsi educativi, realizzati nelle nostre scuole, di tematiche proprie dell’ideologia gender, mascherati da educazione alla sessualità/affettività. Ideologia gender che, con grande lucidità e chiarezza, papa Francesco definì «sbaglio della mente umana». Del resto, sostenere la fluidità di genere come antidoto al «pericoloso» binarismo sessuale che la natura ci consegna non può che essere follia ideologica. Il tutto tanto più grave se diventa oggetto di indottrinamento dei nostri figli attraverso la scuola. Per questo, il governo ha deciso di dare voce alle famiglie, ai genitori preoccupati e delusi da troppo silenzio, con lo strumento di una legge sul consenso informato, strumento di democrazia assoluta, che riconsegna a chi ne ha il diritto/dovere di decidere sui propri figli. Non si tratta di un «pallino» o fantasie del ministro Giuseppe Valditara – che ha scritto il testo, e che non ha fatto nessun passo indietro – ma di una decisione dell’ intero Consiglio dei ministri, segno di una condivisione assoluta nel sostenere questo strumento che – vale la pena di ripeterlo – è strumento di libertà democratica.

Ogni genitore, sulla base delle proprie legittime convinzioni, avrà la possibilità di esprimere consenso o dissenso. Altro aspetto di grande importanza sta nel fatto che ogni scuola avrà l’obbligo di informare nel dettaglio circa i temi che si tratteranno, i testi e la bibliografia di riferimento, il curriculum dei docenti, le modalità dell’ insegnamento. Finalmente, chiarezza e trasparenza, dopo tante mistificazioni. È davvero incomprensibile l’ alzata di scudi del mondo della sinistra politica – vedi dichiarazione di Alessandro Zan, storico sostenitore dell’omonimo disegno di legge voleva introdurre il «genere percepito» nell’ordinamento e nella cultura italiana – che si dichiara strenuamente «democratica», contro questa legge che lascia chiunque libero di scegliere e decidere: nulla di più democratico!

Una recente statistica non fa che confermare la soddisfazione del popolo italiano: più del 60% delle famiglie è favorevole alla legge. E fra chi ha manifestato un apprezzamento parziale, la maggioranza dichiara che avrebbe voluto una maggiore determinazione nel vietare derive ideologiche. Certamente apprezzabile e da tenere in conto; ma restando con i piedi per terra: il contrasto alla cultura woke che pervade questi ultimi vent’anni, sostenuta dal mainstream internazionale, non si scalza in un giorno. Sono necessarie pazienza, prudenza, determinazione e tanto coraggio, avendo piena consapevolezza che ognuno deve fare la propria parte, anche sostenendo chi concretamente dimostra volontà d’azione nel senso di una tutela dei principi e valori che fondano la storia del popolo italiano. È importante il primo passo – e questa legge è il primo passo corretto – cui potrà seguire un cammino più lungo e, come si suol dire, l’importante è cominciare.

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