L’orsa ci ricorda i doveri della vita
(IStock)
L’Europa, in continua ricerca di cose da fare, si lancia in stravaganze «ambientaliste». Ma Jj4 ci interroga su un mondo riempito di «diritti» che scorda gli obblighi dell’uomo.

Il mondo selvatico ha – tra tutti i suoi pericoli e sgradevolezze – la caratteristica della verità: non è falso o superficiale, come una virostar o un influencer. È autentico come la vita e a guardarlo senza frette e pregiudizi, c’è sempre da imparare, anche spaventandosi. È per questo che sono con Martino Cervo nel riconoscere (su La Verità del 21 aprile) come Jj4 ci costringa, con la forza mostruosa della sua specie e dell’omicidio commesso, a chiederci «cosa sia un orso, cosa sia un uomo», e cosa sia il «pregnancy tissue», il «tessuto di gravidanza «da aspirare per evitare che nasca il bambino indesiderato», come propongono da decenni protagoniste che vanno da Emma Bonino a Joan Fleischman. Questi fenomeni, nella loro apparente diversità, riguardano questioni oggi essenziali per la vita di tutti noi e forse anche dello stesso pianeta. È vero che, di solito, li si complica con linguaggi e categorie estremamente analitiche e specializzate, affondandoli quindi sotto interessi e ideologie molto limitate: i diritti, l’animalismo, l’ambiente, ecc. Ma non serve, è molto di più: si tratta della vita. E di tutti i viventi: uomini, donne, bambini, animali.

Per cavarne qualcosa, vanno affrontati con una postura religiosa, nel senso proprio della parola latina religo, ovvero mettere insieme. Soltanto riunendo (religiosamente) l’uomo che c’è a quello che sta nascendo e a quello che viene soppresso dalla madre (che a volte è un orso) possiamo dare risposte al loro tema comune, che è la vita sulla terra, oggi: di chi ci vive, ci nasce e ci muore. Un tema primario, basico, elementare, per nulla ideologico. Di fronte al quale è necessario porsi come di fronte al sacro: con il timore (numinosum, spiegato dal filosofo delle religioni Walter Otto) suscitato dalla dimensione trascendente, che va al di là delle passioni, istinti e conoscenze di tutto il mondo vivente, manifestato con la sua creazione.

Il vecchio e presuntuoso prezzemolo delle ideologie illuministe dei «diritti», con cui si usa condire qualsiasi sproloquio sui problemi attuali, naturalmente (come nota Cervo) serve a nulla. Anche per la ragione elementare che l’affermazione del diritto di A (ad esempio quello degli abitanti dei territori che non vogliono l’orso o degli altri che, invece, lo reclamano), può violare quello delle altre zone di destinazione. Il fatto è che comunque, come diceva sbrigativamente la filosofa Simone Weil e ampliavano Levinas e altri filosofi, «l’uomo non ha alcun diritto, ma doveri verso Dio», il creatore. L’uomo deve soprattutto conservare il mondo e non distruggerlo fingendo di esserne il padrone o, addirittura (preso da improvvisa follia paranoide, personale o collettiva), convincendosi di esserlo davvero. Come i diversi «grandi» che oggi giocano con la guerra mondiale e con le bombe atomiche nei depositi, con l’assenso di tutti quelli che li lasciano fare. Il dovere di conservare la vita e il mondo, senza avvelenarlo e distruggerlo con manie di grandezza e aggressività deliranti, deve essere riconosciuto e ricordato come il primo compito dell’uomo.

Non basta, poi, qualsiasi sciocchezza «ambientalista» per autorizzarci a dimenticare l’esortazione di Gesù Cristo (Matteo, 6,24-34) di togliere di mezzo le mille aspirazioni inutili e grandiose e prendere esempio di dignità, bellezza e letizia dai «gigli dei campi e dagli uccelli del cielo». Non stravaganze pretenziose come orsi importati dalla Slovenia grazie anche ai programmi di un’Unione europea in cerca di cose da fare, ma gigli campestri e uccelli che con un leggero colpo d’ala sono già in cielo: sono loro i maestri da cui imparare.

Molti anni dopo Matteo, Søren Kierkegaard, uno dei protagonisti del pensiero esistenzialista, ha scritto «I gigli dei campi e gli uccelli del cielo» (Fratelli Bocca editore), una straordinaria meditazione su quali siano le vere ricchezze dell’esistenza e della terra e quali le vanità derivanti da manie di grandezza, quasi sempre nate dalla stravagante fantasia di sostituirsi al Creatore. È solo dalla loro ammirata e silenziosa contemplazione che può derivare «il centuplo quaggiù», per la vita dell’uomo capace di ascoltarne la lezione.

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