- Anche il Venerdì santo in Vaticano è stato dominato dal tema dell’accoglienza. Ogni stazione è stata dedicata alla retorica dei porti aperti. Un cammino doloroso scandito dai testi di una suora a cui non piacciono i confini.
- La Chiesa lancia la crociata anti populista. Dalle colonne di Civiltà cattolica sale l’inno europeista di monsignor Hollerich. Il presidente delle Conferenze episcopali della Comunità europea difende i dogmi di Bruxelles e scomunica i sovranisti. Una predica a cui si unisce anche il Quirinale.
Lo speciale comprende due articoli.
Ci sono i «nuovi crocifissi di oggi», ovvero «gli immigrati costretti a vivere nelle baracche ai margini delle nostre società, dopo aver affrontato sofferenze inaudite». Questi martiri vivono in «accampamenti senza sicurezza» che «vengono bruciati e rasi al suolo insieme ai sogni e alle speranze di migliaia di donne e uomini emarginati, sfruttati, dimenticati».
Ci sono poi i bambini, quelli che vengono «discriminati a causa della loro provenienza, del colore della loro pelle o del loro ceto sociale». E voi proprio non sapete «quante mamme soffrono l’umiliazione nel vedere i loro figli derisi ed esclusi dalle opportunità dei loro coetanei e compagni di scuola». Manca solo un riferimento alle scuole dell’infanzia di Lodi che «cacciano dalla mensa gli immigrati» e sembra un editoriale di Repubblica.
Ci sono le africane che si scaldano attorno a un braciere nella notte romana. Ci sono le donne che vivono lo stesso dramma di Maria, «madri che soffrono per i loro figli che sono partiti verso altri Paesi nella speranza di trovare opportunità per un futuro migliore per loro e le loro famiglie, ma che, purtroppo, trovano umiliazione, disprezzo, violenza, indifferenza, solitudine e persino la morte».
Insomma, non c’è stazione della Via Crucis che non sia stata dedicata ai migranti. Le frasi che abbiamo citato sono tratte dalle meditazioni di suor Eugenia Bonetti, presidente dell’associazione «Slaves no more». A lei papa Francesco ha dato l’incarico di scrivere i testi che hanno accompagnato le preghiere dei fedeli durante la celebrazione della passione di Cristo al Colosseo.
La vera Via Crucis, tuttavia, consisteva proprio nel leggere i pensierini della suora, un concentrato di retorica immigrazionista di una banalità sorprendente, roba che non sfigurerebbe sotto la firma di Roberto Saviano. E per fortuna che è stato il cardinale Gianfranco Ravasi, penna brillante, a rivedere il tutto… Ora, non è che c’è sempre un Ratzinger a disposizione, ma bastava vedersi un film di Mel Gibson e appuntarsi due concetti per produrre qualche riga appena più dignitosa.
Prendiamo la quinta stazione. È il momento in cui Simone di Cirene si avvicina al Cristo aiutandolo a sostenere il peso della croce. È una scena di una potenza narrativa e spirituale devastante, gravida di emozione, di dolore, ma anche di dolcezza. Ecco, di fronte a tanta grandezza, suor Bonetti non trova di meglio che «ricordare l’esperienza di un gruppo di religiose di diverse nazionalità, provenienze e appartenenze con le quali, da oltre 17 anni, ogni sabato visitiamo a Roma un centro per donne immigrate prive di documenti, donne spesso giovani, in attesa di conoscere il loro destino, in bilico fra espulsione e possibilità di rimanere».
La preghiera che segue è «per tutti i cirenei della nostra storia. Perché non venga mai meno in loro il desiderio di accoglierti sotto le sembianze degli ultimi della Terra, coscienti che accogliendo gli ultimi della nostra società accogliamo te». E all’undicesima stazione, quando Gesù viene inchiodato sulla croce? Beh, qui i fedeli devono pensare alle persone che «ancora oggi sono state inchiodate su una croce, vittime di uno sfruttamento disumano, private della dignità, della libertà, del futuro. Il loro grido ci interpella come uomini e donne, come governi, come società e come Chiesa».
Alla dodicesima stazione (Gesù muore sulla croce) si è chiamati a meditare su «quanti agonizzano oggi nei troppi calvari sparsi per il mondo, tra cui i campi di raccolta simili a lager nei Paesi di transito, le navi a cui viene rifiutato un porto sicuro, le lunghe trattative burocratiche per la destinazione finale, i centri di permanenza, gli hotspot, i campi per lavoratori stagionali». Giunti alla tredicesima stazione, invece, «sentiamo risuonare ancora una volta il grido che papa Francesco levò da Lampedusa, meta del suo primo viaggio apostolico». Ed eccoci, infine, alla quattordicesima stazione. Indovinate a chi dobbiamo volgere la mente? Ai migranti, chiaro. «Il deserto e i mari sono diventati i nuovi cimiteri di oggi», scrive suor Bonetti. «Di fronte a queste morti non ci sono risposte. Ci sono, però, responsabilità. Fratelli che lasciano morire altri fratelli. Uomini, donne, bambini che non abbiamo potuto o voluto salvare». Visto che si trovavano al Colosseo, già che c’erano potevano invitare Matteo Salvini e farlo sbranare dai leoni.
Oddio, che sarebbe andata così lo si poteva immaginare. Le sue posizioni politiche suor Bonetti le ha ripetute in numerose interviste: «Noi, che per primi siamo stati emigranti, ora non siamo capaci di accogliere chi si trova nelle stesse condizioni», ha detto pochi giorni fa. «Non nego che ci vogliano norme per regolare il fenomeno, ma quante frasi forti, quante volgarità abbiamo sentito? Lo ripeto: è una vergogna per un Paese che si definisce civile e non avrei paura di dirlo a nessuno».
Difficile trovare una più accanita sostenitrice dell’invasione. Però, insomma, un piccolo sforzo in più si poteva fare. Su 14 stazioni non si poteva dedicarne mezza alla famiglia? O ai cristiani perseguitati nel mondo? O alle sfide del gender e della tecnologia che rischiano di modificare per sempre l’essere umano? In realtà, non c’era nemmeno bisogno di toccare questi temi, per quanto fondamentali. Sarebbe bastato, ogni tanto, concentrarsi un po’ meno sulla politica e un po’ più sull’anima e sulla fede. Ma forse non sono più faccende che interessino alla Chiesa cattolica.
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