Forse soltanto la letteratura è in grado di rendere fino in fondo la complessità del rapporto che la civiltà occidentale intrattiene oggi con l’identità e, in particolare, con la spinosa questione gender. Di sicuro ci è riuscita la drammaturga francese Yasmina Reza, una delle più strabilianti autrici contemporanee, in una pièce intitolata James Brown si metteva i bigodini, al solito accolta da grande successo in Francia e pubblicata ora da Adelphi in traduzione italiana.
«Sono molto ricettiva ai grandi temi sociali e ho deciso di esplorare senza preconcetti questo fenomeno contempoaneo per cui tutti reclamano il diritto di definirsi», ha detto la Reza in un’intervista a Tuttolibri. «Ho voluto dunque esplorare il tema attraverso personaggi differenti, indagandoli a fondo senza risparmiarmi. E ho scoperto, non senza turbamento, che ero d’accordo con ognuno di loro. Il risultato è un racconto in cui il tema dell’identità non è trattato da un punto di vista sociologico, ma piuttosto esistenziale». In effetti, le vicende dei singoli personaggi e i loro problemi con l’identità sono affrontati con rispetto e sensibilità, segno che criticare certe derive contemporanee non significa per forza odiare o insultare. Empatizzare con il singolo e le sue sofferenze, tuttavia, non necessariamente deve comportare l’accettazione del delirio o delle derive più surreali. A ben vedere quel che emerge dall’opera della Reza – chirurga della mente e dell’anima – è una radiografia disastrosa del rapporto degli occidentali non tanto con il sesso o con le questioni razziali, ma con la realtà nel suo complesso. I protagonisti rifiutano il reale e pretendono di riscriverlo ben oltre le umane possibilità.
C’è ad esempio Philippe, un ragazzo bianco che «si identifica» come nero. Più precisamente, come spiega la sua psichiatra, «Philippe è un giovane studente che ha un problema con la sua identità nera. Al suo arrivo si dichiarava antillano, ma adesso si identifica con una comunità nera diasporica, più globale diciamo, con un tropismo afroamericano di lieve entità».
La psichiatra – come si evince dalle parole che pronuncia – è una sorta di caricatura degli esperti di questioni di genere che hanno optato per l’approccio affermativo, oggi tanto di moda. Di fatto, questa dottoressa pensa che per risolvere i guai dei suoi pazienti li si debba assecondare. Purtroppo, il modo in cui larga parte dei professionisti che oggi trattano la cosiddetta disforia di genere è sostanzialmente lo stesso. Anche quando si tratta di minori, quel che medici e psichiatri tendono a fare è approvare e appunto «affermare» ciò che il singolo sostiene.
Philippe, bianco che si definisce nero, si trova in una clinica assieme a Jacob, un giovane che i genitori chiamano «cucciolotto» ma che è convinto di essere Céline Dion. Sono entrambi in un elegante centro psichiatrico, ma ritengono di essere in una beauty farm, il che è abbastanza emblematico del loro stato.
Il modo in cui la psichiatra descrive il loro rapporto è di una comicità feroce, quasi spaventosa nel mostrare il livello a cui può giungere l’ottenebramento degli intellettuali woke: «Per quanto Philippe e Céline siano diversi come il giorno e la notte, sono accomunati da alcuni punti fondamentali», dice la dottoressa. «Entrambi disprezzano le classificazioni vecchio stampo e nessuno dei due si è lasciato scoraggiare dalla biologia. Quel che Philippe ha di eccellente per Céline è la sua indifferenza alla notorietà. Sa chi è lei, rispetta la sua carriera ma non le dimostra alcuna particolare deferenza. Tra loro si parlano liberamente, battibeccano, ieri giocavano a badminton. Con Philippe, Céline si sente apprezzata per quella che è. Stavo per dire, come una donna qualunque».
Yasmina Reza, a un certo punto, decide di lasciare la scena al personaggio della psichiatra, mettendole il bocca un monologo suggestivo ma, di nuovo, profondamente inquietante, in cui la donna paragona i suoi pazienti con disturbi di identità alle sorellastre di Cenerentola.
«Pensiamo alle sorellastre che sono ben più simili a noi», proclama la psichiatra, «a quegli innominabili venuti al mondo nel corpo sbagliato, nel genere sbagliato, che non hanno scelto di nascere e passano la vita a fare i salti mortali per abbracciare il loro status originario, per assimilarsi, o ridursi, e fare quel che chiamiamo storia o società. Ebbene, alcuni individui trovano la forza di sottrarsi a questa fatalità. Aprono la strada a una società non di libertà, parola ingannevole intessuta solo di vincoli, bensì di emancipazione. Hanno accantonato il racconto scritto alle loro spalle. Avanzano in disparte su un sentiero disagevole, accidentato, il cui orizzonte non è più il destino collettivo – quali disastri, quali foschi archetipi richiama questa formula – ma la loro storia universale. È solo in base ai loro criteri che plasmano la loro sorte. Ciascuno ha i propri, con buona pace delle convenzioni. Non vogliono più essere quei personaggi sballottati a destra e a manca nel corso del tempo, rassegnati alla solitudine di ruoli tracciati da sempre. Un tempo fondato unicamente sulla norma. Un tempo cristallizzato nella sua scorza amara che non era ancora, per parafrasare Shakespeare, fuori dai cardini».
Raccontata così, la autoidentificazione assume tratti perfino eroici. Parlando al Venerdì di Repubblica, la Reza ha spiegato che «la posizione della psichiatra si riassume in: perché no? Non frena la volontà altrui, rivoluziona tutti i pregiudizi: se Jacob vuole essere una donna, che lo sia. Non me l’aspettavo, ma quando ho scritto il suo monologo mi sono ritrovata a essere d’accordo con lei».
Sorprendente, ma non troppo. La retorica degli attivisti gender è affascinante, talvolta molto coinvolgente. Essi vedono le identità come performance teatrali, e in effetti su un palco certe forzature possono apparire esaltanti, intrise di prometeica potenza. Ma la realtà è ben più triste. Nell’opera dell’autrice francese l’aggancio con la realtà è rappresentato dai mesti genitori di Jacob che non si capacitano di come il figlio non si riconosca e non li riconosca. Tentano di assecondarlo ma sono frantumati dallo sforzo, come del resto avviene a un buon numero di genitori di ragazzi trans. Non capiscono dove sia finito il loro bambino, e la psichiatra certo non li aiuta a ritrovarlo. Queste due figure tragiche che si muovono quasi sullo sfondo ricordano allo spettatore/lettore che l’identità è anche e soprattutto relazione, con gli altri e con il mondo. Una relazione che ormai è andata persa.
Possiamo provare, certo, a riscrivere da soli la parte che ci è stata assegnata sulla scena del mondo. Ma nemmeno Yasmina Reza sa scrivere come Dio, figuriamoci gli altri.
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