Tentazione inciucio sul ddl antiomofobia. Niente «genere» ma resta il bavaglio
  • Si allarga a Iv il fronte che invoca un’intesa tra destra e sinistra. Il compromesso però salverebbe l’impianto della legge Zan.
  • Il leghista Maurizio Fugatti minacciato per la gestione degli orsi. Ma il caso non indigna nessuno.

Lo speciale contiene due articoli.

Salvini (Lega), Gaetano Quagliariello (Cambiamo) e Paola Binetti (Udc), cui poi ha chiesto di unirsi anche Fratelli d’Italia. E riparte anche la grancassa della sinistra che accusa la destra di voler soltanto insabbiare il provvedimento già votato alla Camera. «Respingo questa accusa», protesta la senatrice Ronzulli. «Noi ci impegniamo a fare approvare un buon testo in questa legislatura». Addirittura? Dopo mesi in cui il ddl Zan è rimasto fermo in commissione Giustizia ora arriva l’impegno a un’approvazione entro la fine del prossimo anno? «Ripeto: dev’essere una legge largamente condivisa, non un pasticcio com’è il testo di Zan che già nell’articolo 1 vuole perfino introdurre nuove definizioni senza fondamento».

Questo delle «nuove definizioni» è il primo scoglio contro il quale si va a sbattere. All’articolo 1 il ddl Zan introduce infatti la nozione di «identità di genere», ovvero «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione». Un contorsionismo verbale spacciato per verità scientifica e lessicale acclarata. «Un pasticcio», per dirla con Ronzulli. E il fronte di chi è d’accordo con lei si sta allargando. Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani, ha detto che non si deve «sconfinare in terreni scivolosi come la cosiddetta “identità di genere”: una simile confusione antropologica mette in discussione la differenza uomo-donna e per noi è inaccettabile». Ieri poi c’è stato un incontro tra Davide Faraone, capogruppo di Italia viva al Senato, e le rappresentanti delle associazioni femministe che chiedono cambiamenti al ddl Zan. Anch’esse hanno espresso «forte preoccupazione» proprio per l’espressione «identità di genere», ritenuta «discutibile sul piano scientifico e utilizzata in diverse parti del mondo per mettere in discussione i diritti acquisiti delle donne attraverso l’autocertificazione dell’identità sessuale».

Dalla galassia femminista al cardinale Bassetti passando per Italia viva: non si può proprio dire che la discussione sul ddl Zan sia un semplicistico destra contro sinistra. «Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che non è uno scontro tra progressisti e oscurantisti», dice Quagliariello: «Con il testo del centrodestra la sinistra non ha più alibi e si vedrà se il suo scopo è davvero contestare la violenza. Il resto è ideologia». «È una narrazione pretestuosa e strumentale», aggiunge Ronzulli, «quella secondo cui il centrodestra ha presentato il suo testo di legge soltanto per affossare il ddl Zan. Chiediamo confronto, chiarezza, discussione di tutti attorno a un tavolo dove mettere da parte le bandiere ideologiche e lavorare su una normativa utile e fatta bene».

In settimana dunque si riunisce l’ufficio di presidenza della commissione Giustizia del Senato, sotto la guida del leghista Andrea Ostellari, per decidere il calendario delle audizioni. Qui si misurerà la volontà di tentare di venirsi incontro o di insistere nel muro contro muro. Discussioni e audizioni riguarderanno entrambi i ddl, sia lo Zan sia il Renzulli-Salvini. Le richieste depositate in commissione sono 225. Difficile che vengano convocati tutti, ma secondo indiscrezioni il numero delle audizioni sarà comunque superiore a 150. Dall’interno della commissione non giungono conferme. Licia Ronzulli, che non ne fa parte, dice: «Quel numero sarà ridotto, non sono in grado di quantificare con precisione ma credo verrà contenuto».

Sembra invece confermato che il calendario delle audizioni partirà rapidamente per non disperdere il clima di collaborazione parlamentare che si starebbe formando tra tutti i gruppi. È però presto, al momento, per capire quali saranno i punti sui quali i fronti che hanno presentato i due disegni di legge sono disposti a venirsi incontro. Un passo alla volta: ora si affronta il tema del calendario delle audizioni, poi nel corso del dibattito si vedrà che cosa ognuna delle parti è disposta a cedere. La questione dell’identità di genere, cioè il punto «d» dell’articolo 1, è già materia di discussione. Pare che alcune «colombe» di Pd e M5s siano disponibili a rivedere la formulazione. Sarebbe un primo passo, anche se l’impianto della legge non verrebbe toccato. Ma ogni modifica del testo arrivato in Senato costringerebbe al terzo passaggio alla Camera. Forza Italia e Italia viva sembrano comunque parlare la stessa lingua: «Vogliamo un testo condiviso e non divisivo», dice Ronzulli. E Faraone le fa eco: «Ci impegniamo affinché tutte le voci che vogliono contribuire all’approvazione di un testo largamente condiviso vengano costruttivamente coinvolte».


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