Una trentina di luminari chiede al governo di ridurre le emissioni del 90%. E, per farlo, racconta frottole.

È mitomane chi, creatasi una storia inventata, la fa reale, crede in essa, vive per essa e con essa cerca di attirare l’attenzione, quando non la compassione, degli altri. È quel che hanno fatto una trentina di sottoscrittori di una lettera poi inviata a Giorgia Meloni e a Gilberto Pichetto Fratin ove si esorta il governo a, quanto prima, azzerare le emissioni italiane di CO2. Giova far presente al presidente del Consiglio e al ministro all’Ambiente che essi potrebbero bellamente ignorare la suddetta missiva e, così, alleviare il loro già intenso lavoro, giacché dalla lettera si evince non poca mitomania, con nessuno dei sottoscrittori – pur tutti nella missiva sedicenti scienziati – che si comporti da scienziato.

Informo subito il lettore che uno dei firmatari è il professor Giorgio Parisi, che nel 2021 fu premiato col Nobel per la fisica, circostanza che, ad un occhio inesperto, farebbe sembrare azzardata la mia tesi. Dopotutto, Parisi è fisico di professione, la fisica è una scienza, cosicché Parisi è uno scienziato; anzi, avendo vinto il Nobel, è la quintessenza dello scienziato. Il fatto è che la cosa importante nella parola «scienza», ciò che dà garanzia e rassicurazione ogni volta che la si nomina, non è tanto che essa inglobi un insieme di professioni, quanto piuttosto il fatto che a essa attenga un preciso metodo d’indagine, il più potente a nostra disposizione. Orbene, ogni regola del metodo scientifico che poteva essere violata, i sottoscrittori della missiva l’hanno violata e il testo, pertanto, non vale il peso del francobollo usato per spedirlo.

Una specifica regola del metodo scientifico è la valutazione quantitativa di ciò che si sostiene. Nella missiva si dice che, per tenere sotto controllo il clima del pianeta, l’Italia dovrebbe ridurre del 90% le proprie emissioni di CO2 entro il 2040; ma nessuno dei sottoscrittori (uno, sì, professorone, ma tutti gli altri professorini) s’è curato di valutare quantitativamente le conseguenze delle proprie richieste. La valutazione la facciamo ora noi, al solo scopo di far dormire sonni tranquilli a Meloni e a Pichetto Fratin. Userò, come sempre, numeri tondi (tanto la scienza non cambia) e, per facilità di calcolo, assumo una riduzione più drastica: non del 90% dal 2040 ma del 100% da oggi.

I fatti sono tre: la concentrazione di CO2 in atmosfera è di 400 ppm (parti per milione); l’umanità ne immette meno di 3 ppm l’anno; il contributo dell’Italia è meno dell’1% di quello dell’umanità. Ergo: nei prossimi 100 anni l’umanità avrà immesso 300 ppm di CO2 – l’1% dei quali, cioè 3 ppm, è il contributo dell’Italia – elevando così, per allora, a 700 ppm la concentrazione atmosferica di CO2. Se, però, l’Italia segue l’esortazione della lettera – anzi, meglio: se l’Italia azzera domattina le proprie emissioni – la concentrazione atmosferica di CO2 fra 100 anni sarà 697 ppm anziché 700 ppm. Insomma, che l’Italia segua l’esortazione della lettera è irrilevante per il clima del Pianeta.

Il più furbo dei sottoscrittori dirà: «Non solo l’Italia, ma tutto il mondo deve seguire il nostro consiglio». A parte il fatto che il mondo ha già detto che farà l’opposto di quel consiglio: l’han detto la Cina, l’India e gli Stati Uniti, che da soli contano per la metà delle emissioni mondiali. E, indirettamente, l’ha detto anche l’Europa col suo piano di riarmo: a meno di fabbricare cannoni virtuali (quelli reali si fabbricano con abbondanza di emissioni). A parte questo fatto, dicevo, ci tocca ricominciare da capo: se tutto il mondo, Italia compresa, azzera le emissioni domattina, la concentrazione atmosferica di CO2 rimarrà ferma agli attuali 400 ppm; se, però, l’Italia non segue l’esortazione della lettera, fra 100 anni la concentrazione atmosferica di CO2 sarà 403 ppm anziché 400 ppm. Allora, non solo che l’Italia segua, ma anche che l’Italia non segua l’esortazione della lettera è irrilevante per il clima del Pianeta. E Meloni e Pichetto Fratin possono tranquillamente e a cuor leggero cestinarla. Naturalmente la lettera non si attenta a dire come esattamente la detta riduzione del 90% dovrebbe ottenersi. Ma chiudiamo qua il capitolo scienza e apriamo quello della mitomania, ché di miti ve n’è in abbondanza. Ne cito solo tre dei miti nella lettera e, di seguito, la realtà per come è nota a chi l’ha studiata.

Primo mito: «Negli ultimi decenni le temperature sono cresciute con una rapidità che non ha eguali almeno negli ultimi 2000 anni». No, negli ultimi decenni le temperature sono prima scese (anni 1940-80 quando, pur nel boom di emissioni, si temeva l’avvento di un nuovo periodo glaciale), poi sono salite (1980-99); poi di nuovo leggermente scese o rimaste costanti (2000-14, anni che gli studiosi chiamano hiatus climatico) e nell’ultimo decennio sono salite. In ordine alla rapidità: all’inizio dell’uscita dalla Piccola era glaciale, negli anni 1690-1730, le temperature crescevano con rapidità doppia che negli anni 1980-2000. E, se andiamo nel più lontano passato di 11.000 anni fa, la fine del «Dryas recente» avvenne con temperature che salirono di 7 gradi in soli 50 anni.

Secondo mito: «Le proiezioni indicano aumento delle ondate di calore e ritiro dei ghiacciai». No. Secondo l’Agenzia per l’ambiente americana, negli ultimi 140 anni, il periodo col più elevato indice di ondate di calore fu il decennio 1930-40. E secondo i pluriconfermati studi del gruppo del professor Walter Kutschera dell’università di Vienna, negli ultimi 11.000 anni furono diversi i periodi coi ghiacciai molto più ritirati di adesso.

Terzo mito: «L’obiettivo di riduzione delle emissioni comporta maggiore sicurezza energetica». Già: se ne sono ben accorti, lo scorso 28 aprile, gli spagnoli e i portoghesi.

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