Adesso nel gruppo «Repubblica» si sono inventati i nazisti «perbene»
Ansa
Gedi, proprietà degli Elkann, va in tilt per la presenza delle truppe filohitleriane nell’esercito ucraino. L’«Huffington post» risolve il dilemma: visto che si oppongono allo zar di Mosca, si può chiudere un occhio.

Allacciate le sinapsi. La flotta progressista di John Elkann è in volo, pronta a raggiungere le vette più inarrivabili. Lassù: dove solo le menti più eccelse osano. Ieri, alle 11,20 del mattino, viene dunque pubblicato il pezzo destinato a detronizzare qualsivoglia semplificazione ed elevare ogni mente. Lo pubblica, onore al merito, l’Huffington post. Titolo: «Perché l’Ucraina per difendersi usa anche i nazisti ma non è nazista». Risolvere l’insondabile enigma sembra ostico. Non resta allora che tuffarsi nella lettura del sommario: «La propaganda di Putin non ha senso, non c’è nulla da denazificare a Kiev. Il governo però ha irregimentato i super-estremisti di destra del battaglione Azov nell’esercito regolare».

Dunque, riassumiamo. Fino a ieri, gli illuminati negavano l’esistenza dei nazisti in Ucraina. Pena dileggi e insulti. Persino un super campione dell’esercito del bene come Enrico Mentana, irreprensibile direttore del tiggì de La 7, ha dovuto chiarire in onda l’equivoco in cui i boccaloni senza cuore erano colpevolmente caduti: «Il battaglione Azov non è nazista». Tranchant. Definitivo. Inappellabile.

L’HuffPost adesso invece sfuma e rilancia la partigianeria. Quei cattivoni esistono. Ma non sono poi così cattivi.

«L’Ucraina» scrive Pietro Salvatori nell’incipit chiarificatore «è un paese dalle istituzioni liberaldemocratiche, non è un paese neo-nazista o neo-fascista, ci sono neo-nazisti e neo-fascisti in Ucraina». Avete già un cerchio alla testa? Colpa vostra. Vittime di argomentare dozzinale e propaganda moscovita. Comunque sia, l’articolo prosegue: «È questo l’assunto da cui partire per qualsivoglia analisi del fenomeno dell’estremista di destra nel paese, che ha caratterizzato frange della protesta di Euromaidan nel 2014, che è un elemento presente nella guerra a bassa intensità combattuta in Donbass negli ultimi otto anni».

Nazisti sì, ma per bene. A loro insaputa, ecco. Non come quelli abbiamo conosciuto, esecrato e combattuto. Una specie più evoluta. Compatibile con i precetti liberali. Niente baffetti, frustini ed eccidi. Il battaglione dichiaratamente neohitleriano, dopo accurato risciacquo buonista, diventa a modo. Inevitabile, dato che si oppone agli spietati russi di Vladimir Putin. D’altronde, i tempi impongono il manicheismo più estremo. L’informazione indossa l’elmetto. Anche a rischio di qualche abbaglio. Sempre in casa Gedi, dunque ancora eredi Agnelli, la prima pagina di due giorni fa della Stampa va incorniciata in emeroteca. Il giornale diretto da Massimo Giannini pubblica una foto di enormi dimensioni e grande effetto: un uomo si copre il volto, in mezzo ai cadaveri. Titolo del quotidiano torinese: «La carneficina». Occhiello: «I russi tengono in ostaggio 400 persone all’ospedale di Mariupol». Commenti a corredo: «I traumi dei bimbi in fuga a Leopoli» e «Così Kiev affronta l’assalto finale».

Chiunque, guardando quella straziante immagine, concluderebbe: colpa delle bombe di Putin. In realtà, lo scatto immortala il massacro di Donetsk, la capitale di una delle autoproclamate repubbliche indipendenti del Donbass. Un missile lanciato nel centro della città ha fatto strage di russofoni, cioè di ucraini di lingua russa. Chi è il responsabile? Non si sa con sicurezza. E, del resto, poco importa. L’unica cosa certa è un’altra: quella mattanza non c’entra nulla con Kiev, Mariupol o Leopoli. Anche se si lascia intendere il contrario.

A questo punto, all’arricciamento di naso dei rei non confessi, seguirà il più atroce degli insulti contemporanei: «Putianini!». Anzi «putinversteher», come li definisce Gianni Riotta, detto Gionni per i folgoranti trascorsi statunitensi, ricorrendo a un evocativo neologismo tedesco. Sulla Repubblica, corazzata dell’editoria progressista elkanniana, Riotta pubblica quindi una lista di proscrizione. Sono i putianini d’Italia. «Zeloti filorussi» affina su Twitter. Vil razza zarista, insomma. Fiancheggiatori dello spietato imperialista.

Vabbè. Tocca fare la solita premessa. Come ha scritto e riscritto il nostro direttore, Maurizio Belpietro, non ci sono dubbi: Putin è l’aggressore, l’Ucraina è la vittima. Ma considerare a ogni costo Kiev e il suo presidente, Volodymyr Zelensky, dei gigli immacolati porta a contorsioni ideologiche sensazionali. Difatti, la valanga di commenti sottostante al tweet che lancia l’articolo dell’Huffington post è straordinariamente concorde. Nel dileggio, però.

Tutti «putinversteher», ovvio. E poi, si sa, quelli del tuitter sono subumani incattiviti con il mondo. Istruzione approssimativa. Voglia repressa di menar le mani. Codardi leoncini da tastiera. Difatti anche Giannini, dopo l’insostenibile accusa d’aver pubblicato una «fake news», ospite due sere fa a Otto e mezzo, salottino di Lilli Gruber, deflagra: «Sono i soliti miserabili del web. Chi ha disinformato? Chiunque sia stato a fare quella carneficina, noi lo denunciamo». Fossero pure i diversamente nazisti del battaglione Azov.

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