Ora Orbán tende la mano a Salvini. Un blocco a destra del Ppe è possibile
  • Il premier ungherese, fresco di uscita dal gruppo trainato da Angela Merkel, annuncia: «Serve un nuovo contenitore per cambiare l’Ue, contatti con i polacchi e la Lega». La crisi della Cdu apre scenari inediti anche per Giorgia Meloni.
  • Il saltafosso del sindaco con i Verdi non è affatto piaciuto al partito. Mentre Filippo Del Corno entra nella segreteria Letta, Pierfrancesco Maran va verso le Infrastrutture. E Beppe resta a guardare.

Lo speciale contiene due articoli.

«Per cambiare l’Europa serve un contenitore nuovo». Viktor Orbán rompe gli indugi, sale a quota pericospio e alla radio pubblica ungherese Kossuth annuncia ciò che da due settimane prendeva forma sotto il pelo dell’acqua: «Italia, Polonia e Ungheria stanno cercando di riorganizzare la destra europea. Sono in contatto con il primo ministro polacco e con Matteo Salvini, pianificheremo insieme il futuro».

È il primo passo verso il nuovo gruppo che il premier magiaro sponsorizza dopo l’uscita dal Partito popolare europeo dei suoi 12 parlamentari di Fidesz (prima di essere espulsi per questioni legate allo stato di diritto a Budapest). Orbán tesse la tela per riunire la destra europea sotto un solo tetto, con un unico simbolo e con un progetto politico che lascia pochi margini alla fantasia: «Sarà una casa aperta a tutti i cittadini che non vogliono migranti, multiculturalismo, che non sono dipendenti dalla mania Lgbt, che proteggono le tradizioni cristiane e rispettano la sovranità nazionale».

In nome di un euroscetticismo vigile, reso ancora più indispensabile dalla deludente gestione della campagna vaccinale di Bruxelles, Orbán vuole accelerare i tempi. Così ha coinvolto dapprima il premier Mateusz Morawiecki per ottenere un sostanziale appoggio del partito di maggioranza a Varsavia (il Pis di Jaroslaw Kaczynski), finora perplesso; operazione non impossibile, i due leader guidano gruppo Visegrad da sei anni oppositore strutturale dell’alleanza franco-tedesca. Adesso si appresta ad affrontare la parte più complicata del programma: mettere d’accordo Lega e Fratelli d’Italia sull’opportunità strategica di unire le forze.

Se il gruppo conservatore riuscisse a diventare la casa di tutti sarebbe il secondo più numeroso a Strasburgo, dopo il sempre più centrista e moderato – a rischio impalpabilità – Ppe (175 seggi), ma con un maggior numero di delegati rispetto ai Socialisti e democratici (147) fra i quali milita il Pd. Il nuovo soggetto avrebbe un peso specifico ben maggiore nel chiedere ruoli di responsabilità e nell’indirizzare le politiche comunitarie verso quei valori tradizionali oggi considerati residuali.

L’operazione di assemblaggio è tutt’altro che facile perché oggi la destra europea è divisa in due tronconi: da una parte i Conservatori e Riformisti (Ecr), lo storico raggruppamento dei tories britannici oggi guidato da Giorgia Meloni, e dall’altra Identità e democrazia (Id), il partito di Salvini con i suoi 30 delegati, di Marine Le Pen e di Alternative für Deutschland. Se una convergenza sui temi è naturale anche se non scontata, una fusione fredda è operazione complicata. I veti incrociati non sono pochi, la suddivisione di cariche e finanziamenti è sempre uno scoglio.

I polacchi e Fratelli d’Italia, che oggi danno le carte in Ecr, non vedono di buon occhio l’ingresso della delegazione della Lega, che con i suoi 30 parlamentari diventerebbe la più consistente anche nella gestione degli equilibri di potere. I polacchi chiedono alla Lega buona volontà nel prendere le distanze da Vladimir Putin. E dicono: «Ora sembra che Matteo sia a favore delle sanzioni contro Mosca». Quanto a Salvini, se da una parte sarebbe contento di mettere una certa distanza fra sé e i tedeschi di Afd (considerati politicamente tossici da tutto il mondo occidentale, compresi i sovranisti polacchi e la Casa Bianca), dall’altra dovrebbe trovare una motivazione reale per staccarsi dalla Le Pen, con la quale continua ad avere rapporti di amicizia anche personale.

Un nuovo gruppo sarebbe importante per azzerare le incrostazioni e ripartire con un’agenda comune come faro, e le diplomazie sono al lavoro. Per ora le uscite pubbliche sono con il contagocce. Alla dichiarazione ottimistica di Orbán il leader della Lega ha risposto con un palleggio a centrocampo: «Ne parleremo più avanti, la mia urgenza sono i vaccini, la salute e i rimborsi per gli italiani. Non altro». È freddo. La prudenza è determinata anche dalla gestione delle armonie interne; è noto a tutti che Giancarlo Giorgetti preferirebbe passi d’avvicinamento in direzione Ppe. Anche Giorgia Meloni ha il freno tirato: «Per noi non c’è nulla di nuovo. Ecr è la casa dei conservatori europei, una famiglia politica che non si scioglie. Non abbiamo bisogno noi di cambiare una casa che abbiamo già». Porte aperte, ma per far entrare (solo) gli ungheresi.

Orbán ha più fretta degli altri perché nessuno è apolide ma un tetto è sempre vantaggioso. Fuori dal Ppe, potrebbe vagare per le praterie della Mitteleuropa con i suoi delegati fin quando lo ritiene opportuno, però non essere dentro un contenitore gli limita l’agibilità politica, i diritti e i privilegi europarlamentari. Su tutto dovrebbe fare premio l’obiettivo: costituire il secondo gruppo più consistente a Strasburgo per avvicinarsi all’Europa dei popoli e indebolire quella dei burocrati. Ma come dicevano gli anziani maestri d’ascia, bisogna smussare il tassello quadrato per farlo entrare nel foro rotondo.


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