- Nasce a San Francisco il primo distretto riservato ai trans. E promette di essere un faro di «resistenza» contro Donald Trump.
- Nel Regno Unito per combattere gli stereotipi il garante che vigila sugli spot cancella lo humour british.
Lo speciale contiene due articoli
Prendere tutte le persone con un determinato orientamento sessuale e metterle in un apposito quartiere della città: vi sembra una cosa agghiacciante? Vi viene in mente la parola «ghetto»?
Avete ragione, eppure la cosa sembra piacere particolarmente ai trangender di San Francisco, che ora avranno un quartiere della città tutto per loro. Si chiamerà distretto culturale transgender di Compton e prenderà il nome dalla famosa sommossa della Compton’s Cafeteria dell’agosto 1966, la prima rivolta transgender nella storia degli Stati Uniti d’America, avvenuta tre anni prima dei più noti moti di Stonewall verificatisi a New York nel 1969.
«Siamo orgogliosi di essere il primo quartiere culturale trans della nazione, e non vediamo l’ora di continuare a onorare la nostra memoria collettiva e di costruire il nostro futuro a San Francisco», esultano i gestori della pagina Facebook del distretto, che si estende per sei isolati nello storico quartiere di Tenderloin. Nell’autodescrizione che ne danno gli organizzatori si tratta di un «sicuro, accogliente ed emancipato quartiere fatto da persone trans per persone trans», un «hub di servizi e di opportunità economiche per le comunità trans e di genere non conforme», e un «luogo per onorare la storia della comunità». Jane Kim, che rappresenta in consiglio comunale quell’area della città, si è sbilanciata definendolo «il quartiere più importante in America per la storia, la cultura e i diritti civili dei transgender». Dal Comune di San Francisco sono arrivati 215.000 dollari di finanziamenti. L’attivista transessuale Donna Personna ha dichiarato che il distretto fungerà anche da «atto di lotta e di resistenza» contro il presidente Donald Trump. Come si possa gestire con soldi pubblici un quartiere che intende fare «resistenza» al governo centrale non è chiaro, ma tant’è.
A San Francisco può succedere questo e altro. La città della California è da sempre uno dei luoghi più gay friendly del mondo. Basti pensare che un suo quartiere, Castro, dà il nome a un determinato stile gay, il «Castro clone», quello del classico omosessuale con baffi e look particolarmente mascolino (quello di Freddie Mercury, per capirci). È qui che ha aperto il primo gay bar ad avere finestre trasparenti ed è sempre qui che, nel 1975, Harvey Milk aprì il suo negozio di fotografia.
Un altro quartiere, quello di South of Market, è invece considerato il fulcro della gay leather community, cioè della sottocultura omosessuale basata sul feticismo per l’abbigliamento in pelle. Un riferimento culturale che il comune di San Francisco ha addirittura deciso di promuovere tramite l’accesso a fondi pubblici. «Viviamo a San Francisco», ha detto il supervisore Jeff Sheehy, «molte comunità stanno riconoscendo che le loro storie culturali, uniche, sono andate perse. Stiamo quindi lavorando per preservarle laddove possiamo». Come si può ben vedere, siamo molto lontani dall’affermazione, ovviamente sacrosanta, del doveroso rispetto verso tutti gli esseri umani, a prescindere dal loro orientamento sessuale. Politiche di questo genere postulano semmai la parcellizzazione della società in tanti micro ghetti, dove peraltro ciascuna specificità anche superficiale, tipo per l’appunto l’adesione a una qualche sottocultura, diventa un fattore da promuovere e valorizzare, come se parlassimo delle bellezze di una città d’arte rinascimentale. Il tutto, ovviamente, con soldi pubblici. Questo in una città che, pur ospitando ben 57 miliardari, appena quattro meno che a New York, vede l’11,6% dei suoi abitanti (circa un milione di persone) vivere sotto la soglia di povertà, e ospita stabilmente circa 8.000 senzatetto. Davvero non c’era modo migliore per spendere i denari cittadini che creando un quartiere per trans?
Adriano Scianca
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