- I miliziani controllano 20 province, ma forse attenderanno una data simbolica tra settembre e ottobre per conquistare la capitale. Raid americano su Kandahar.
- La Farnesina accelera sugli italiani da rimpatriare, ok ai visti per gli ex aiutanti.
- Le donne considerate «bottino di guerra» e usate come merce di scambio per partite di armi e droga.
Lo speciale contiene tre articoli.
«Penso che l’amministrazione Biden dovrebbe essere consapevole che, in base alle tendenze attuali, la storia potrebbe giudicare che l’Unione sovietica abbia gestito la sua uscita dall’Afghanistan in modo migliore di quanto fatto dagli Stati Uniti». Il tweet scritto ieri da Carl Bildt, ex primo ministro svedese oggi copresidente dello European council on foreign relations, riassume efficacemente le difficoltà di Washington e dei suoi alleati davanti all’avanzata dei Talebani in quella che la propaganda estremista definisce, per mostrare i muscoli, la «tomba degli imperi».
Quanto manca alla caduta della capitale Kabul, dove intanto si svuotano le ambasciate? È l’interrogativo che assilla le cancelliere mondiali. L’avanzata dei Talebani prosegue. Ieri gli insorti hanno preso le province di Kunar e Paktika, situate sul confine tra Afghanistan e Pakistan, a poche ore di distanza dalla conquista della provincia centrale di Logar. Ora sono 20 le province controllate dai miliziani. Che soprattutto hanno raggiunto il distretto di Char Asyab, a soli 11 chilometri a sud della capitale.
La presa di Kabul sembra a portata di mano. Ma i Talebani potrebbero pensare di prendere tempo e aspettare l’11 settembre o il 7 ottobre, due date simbolo della guerra avviata degli Stati Uniti nel 2001: la prima è quella dell’attentato di Al Qaeda contro le Torri gemelle, la seconda è quella dell’inizio del conflitto con l’intervento americano. Prendere la capitale in uno di questi giorni (meglio forse il 7 ottobre, per evitare che l’Emirato rinasca con un così forte collegamento all’organizzazione di Osama Bin Laden) avrebbe un forte significato simbolico e propagandistico.
I Talebani continuano a mandare messaggi agli afgani. Il gruppo ha dichiarato che il sostegno da parte della popolazione dell’Afghanistan ha permesso loro una rapida avanzata: tutti i cittadini che vivono nelle province da loro conquistate continueranno a vivere la loro vita nella piena normalità, si legge in un comunicato dell’Emirato.
I numeri dell’Unhcr lasciano però supporre che l’avanzata non sia stata indolore: «Quasi 400.000 persone sono state costrette a lasciare le loro case dall’inizio dell’anno, andando a ingrossare le fila dei circa 3 milioni di afgani già sfollati interni in tutto il Paese alla fine del 2020. Dall’inizio di quest’anno, quasi 120.000 afghani sono fuggiti dalle aree rurali e dalle città di provincia verso la provincia di Kabul», ha comunicato l’agenzia delle Nazioni Unite riaccendendo i riflettori europei sulle conseguenze dell’instabilità afgana sui flussi migratori. Il tutto, senza ignorare le testimonianze che raccontano il ritorno del fanatismo islamico. Lo dimostra, per esempio, l’imposizione da parte dei Talebani dell’obbligo del burqa alle donne.
Ma i messaggi del gruppo sono rivolti anche alla comunità internazionale. «Assicuriamo a tutti i Paesi limitrofi che l’Emirato non causerà loro alcun problema», dichiarano i Talebani, tentando di rassicurare anche tutti i diplomatici, dipendenti di ambasciate, consolati e istituzioni di beneficenza, siano essi stranieri o afgani.
Ma mentre Nazioni Unite e Stati coinvolti nei colloqui di Doha invitano i Talebani alla tregua per trovare un accordo politico, i Paesi occidentali continuano a ridurre il personale nelle ambasciate, se non addirittura a chiudere del tutto le loro rappresentanze diplomatiche.
Gli Stati Uniti di Joe Biden ripongono una minima fiducia nelle forze regolari e stanno cercando di contrastare l’avanzata dei Talebani via aerea. Ieri Washington ha lanciato raid all’aeroporto di Kandahar, seconda città del Paese: «Molti combattenti talebani» sono rimasti uccisi, ha spiegato la Bbc.
Proprio a Kandahar gli insorti hanno preso il controllo della principale stazione radio della città afghana Kandahar, ribattezzandola Voce della Sharia. Nel video di annuncio della presa, un combattente dichiara che tutti i dipendenti sono presenti e trasmetteranno notizie, analisi politiche e recitazioni del Corano. I Talebani hanno gestito stazioni radio mobili nel corso degli anni, ma non controllavano una stazione all’interno di una grande città da quando governavano il Paese dal 1996 al 2001. A quel tempo, gli insorti gestivano una stazione chiamata Voice of Sharia a Kandahar, il luogo di nascita del gruppo armato.
Ieri il presidente afgano Ashraf Ghani ha chiamato a una «rimobilitazione». «Nella situazione attuale», ha detto, «è la nostra massima priorità e seri passi vengono presi in questo senso». Il presidente, durante un discorso televisivo alla nazione, ha comunicato che sono in corso «consultazioni» per trovare rapidamente una soluzione politica che garantisca «pace e stabilità». «Procedono rapidamente», ha spiegato aggiungendo che sono coinvolti il governo, i leader politici e i partner internazionali.
Ma le sue parole sembrano un modo per dare l’impressione di essere ancora in controllo della situazione e rimanere un interlocutore nel futuro prossimo piuttosto che una convinta mossa per arginare un’ascesa che appare inarrestabile.
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