- Lo zar ferma l’assalto all’acciaieria: si negozia sull’evacuazione delle truppe. Mistero sul rogo in un centro missilistico in Russia.
- Francesco insiste: «Sia tregua». Da Ankara partono accuse alla Nato. I turchi: «Alcuni vogliono allungare la guerra». Intanto il premier ucraino vola a Washington.
Lo speciale comprende due articoli.
Al cinquantasettesimo giorno di guerra la città di portuale ucraina di Mariupol è caduta, mentre circa 2.000 irriducibili soldati (ma c’è chi parla di un numero che va dai 300 ai 1.000) restano ancora asserragliati all’interno dell’acciaieria Azovstal, che si trova fuori città. A loro, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ieri pomeriggio, ha offerto una scappatoia: «I militari ucraini possono deporre le armi e lasciare Mariupol attraverso i corridoi umanitari. I militari ucraini hanno avuto e hanno ancora la possibilità di deporre le armi e lasciare la città attraverso i corridoi designati». E a proposito della proposta del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che ha chiesto «che le truppe russe catturate siano scambiate con la fornitura di un passaggio umanitario sicuro per i militari ucraini», Peskov ha affermato: «Questa possibilità esisteva anche prima che il presidente Zelensky facesse la sua dichiarazione».
Dubbi sulla caduta di Mariupol ha espresso Joe Biden, secondo cui «non ci sono prove» della presa della città. Il segretario del Consiglio nazionale di sicurezza e difesa ucraino, Oleksiy Danilov, ha dichiarato all’agenzia Ukrinform che il leader ceceno Ramzan Kadyrov, che documenta compulsivamente la guerra su Telegram (un fatto che ha creato più di un problema ai russi), sarebbe stato incaricato lo scorso 3 febbraio da Vladimir Putin di assassinare il presidente ucraino Zelensky. A proposito delle continue spacconate mediatiche del leader ceceno, Danilov le ha liquidate così: «Posso dire con certezza che non è mai stato qui. Tutte queste foto secondo le quali sarebbe stato in zona di guerra sono una totale sciocchezza».
Secondo il sindaco di Mariupol, Vadim Boychenko , nei dintorni della città martire «i soldati russi hanno scavato una fossa comune di 30 metri e portato dei corpi con i camion».
La notizia del giorno però è arrivata dalla televisione di Stato russa, che ha diffuso il video del colloquio tra Putin e il suo ministro della Difesa, il Generale Sergej Shoigu. Questi, nonostante non goda più dei favori del Cremlino, che lo accusa del sostanziale fallimento di quello che doveva essere nei piani un blitz di 72 ore, molto probabilmente si aspettava di vedersi autorizzare l’assalto finale all’acciaieria. «Attualmente», ha riferito il funzionario allo zar, «la situazione in città è calma, permettendoci di iniziare a ristabilire l’ordine, riportare la popolazione e stabilire una vita pacifica. Per quanto riguarda coloro che sono fuggiti allo stabilimento dell’Azovstal e sono rimasti completamente bloccati lì e attorno all’intero perimetro, ci vogliono circa tre o quattro giorni per completare questo lavoro all’Azovstal. Il rapporto è terminato». A quel punto Putin, seduto di fronte a lui, con tono gelido, lo ha fermato: «Ritengo inopportuno il proposto assalto all’acciaieria. Ti ordino di annullarlo». Shoigu non ha potuto fare altro che abbozzare, con un sommesso: «Va bene». Poi, il presidente russo, senza tradire la minima emozione, ha aggiunto: «In questo caso dobbiamo pensare – voglio dire, dobbiamo pensarci sempre, ma in particolare in questo caso – dobbiamo pensare a preservare la vita e la salute dei nostri soldati e ufficiali. Non c’è bisogno di arrampicarsi in quelle catacombe e strisciare sottoterra sotto quelle strutture industriali. Blocca questa zona industriale in modo che nemmeno una mosca possa entrare o uscire».
Perché Putin ha deciso di non distruggere l’acciaieria? Secondo il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulé, nelle Azovstal ci sarebbero «ordigni chimici». Alla Verità, però, risulta che le ragioni dello zar siano diverse – certo, non quelle da lui narrate, ovvero: «Per evitare un bagno di sangue», visto che fino a oggi egli ha avallato ogni azione commessa dai suoi soldati. Il leader russo ritiene inutile sacrificare altri soldati (oltre ai 21.000 già deceduti), specie ora che gli occhi di tutto il mondo sono puntati su questa acciaieria; inoltre, una volta che Mariupol sarà russa a tutti gli effetti, gli acciai della Azovstal faranno molto comodo al Cremlino.
Mentre scriviamo, Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, viene bombardata senza sosta, come ha riferito al Guardian il sindaco Ihor Terekhov: «La Federazione russa sta bombardando furiosamente la città», dove vivono ancora 1 milione di persone, mentre circa il 30% della popolazione, per lo più donne bambini e anziani, sono stati evacuati.
Bombe anche a Kherson, dove i russi costringono i civili a combattere con loro, mentre nel Donbass l’avanzata dell’Armata, secondo il consigliere del capo dell’ufficio del presidente ucraino, Oleksiy Arestovych, incontra le prime difficoltà sia nella regione di Lugansk che in direzione di Gulyai Pole, nella provincia di Zaporizhzhia (Ucraina sudorientale).
Clamorose notizie arrivano direttamente dalla Russia: a Tver, nella zona europea centrale del Paese, una struttura di ricerca militare, apparentemente coinvolta nello sviluppo di almeno alcuni dei missili terra-aria della «serie S» e dei missili balistici Iskander, è esplosa. Il primo bilancio parla di diversi morti e altrettanti feriti. Ignote la ragioni, ma visto l’obbiettivo altamente sensibile non è azzardato ipotizzare che possa esserci un legame con la guerra in corso.
Infine, sempre ieri pomeriggio, è bruciato l’impianto chimico di Dmitrievsky, il più grande produttore russo di solventi chimici, che si trova alla periferia di Mosca. Rogo accidentale? Forse.
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