- Joe Biden ha molti più elettori, ma gli Stati decisivi sono separati da pochissimi consensi. Le preferenze via posta lasciano grossi dubbi di sicurezza.
- In Georgia, Wisconsin, Michigan, Pennsylvania, Nevada e Arizona la disputa rischia di finire in tribunale. I giudici accontentano il presidente: i repubblicani potranno assistere allo spoglio. Il tweet: «Grande vittoria».
Lo speciale contiene due articoli.
Gli Stati Uniti non ancora un vincitore delle ultime elezioni presidenziali. Nel momento in cui La Verità è andata in stampa ieri sera, né Donald Trump né Joe Biden avevano ancora conseguito il fatidico quorum dei 270 grandi elettori necessari per conquistare la Casa Bianca. Cnn ne attribuiva infatti al presidente 213, mentre 253 erano quelli attribuiti al candidato democratico.
La situazione continua del resto a rimanere in bilico in quattro Stati. Trump spera ancora in un colpaccio in Nevada (dove era indietro di un punto), in Arizona (dove era indietro di 1,5 punti) e in Pennsylvania (dove al momento manteneva un vantaggio di circa 2 punti). Brutte notizie per lui rischiano invece di arrivare dalla Georgia: Stato in cui Biden sta guadagnando terreno grazie al voto postale e che vede ormai l’ex vicepresidente a solo uno 0,3% dall’inquilino della Casa Bianca (anche se va rilevato come in loco lo spoglio sarebbe ormai quasi completato). Per vincere, il presidente ha quindi bisogno di Georgia e Pennsylvania, da associare a loro volta o al Nevada o all’Arizona. Una via non impossibile, certo. Ma neppure troppo semplice.
Anche perché proprio in Arizona si registra una situazione confusissima. Nella serata italiana di ieri, Associated Press manteneva l’assegnazione dello Stato a Biden, mentre Cnn continuava a considerarlo in bilico. Tutto questo, mentre il segretario di Stato della Pennsylvania, Kathy Boockvar, ha dichiarato sempre ieri che i risultati definitivi in loco «potrebbero» arrivare nell’alba italiana di oggi. La situazione è talmente ingarbugliata che potrebbe addirittura delinearsi un clamoroso 269 pari: ipotesi che si verificherebbe se il candidato democratico si aggiudicasse la Georgia e a Trump (calcolando un grande elettore del Maine) andassero invece Nevada, Pennsylvania e Arizona. Si tratta di uno scenario scarsamente probabile, ma comunque non impossibile: uno scenario che – in caso di conferma in sede di elezione di secondo grado – porterebbe la Camera dei Rappresentanti a doversi pronunciare in gennaio: non per singolo deputato, ma per singola delegazione statale.
Come che sia, il comitato elettorale di Biden prosegue intanto a ostentare ottimismo. Il candidato democratico ha tenuto mercoledì una conferenza stampa in cui, pur non dichiarando formalmente vittoria, si è comunque espresso con toni da presidente, parlando – non senza una certa retorica – di unità del popolo americano e benedicendo le truppe. Un discorso un po’ strano, che aggiunge confusione a una situazione già incerta. Un discorso pronunciato, come abbiamo visto, senza ancora detenere la fatidica soglia dei 270 grandi elettori. Eppure quello stesso galateo istituzionale che era stato invocato martedì per condannare le affermazioni con cui Trump si era autoproclamato vincitore, non è stato tirato in ballo per il candidato democratico. Del resto, questa campagna elettorale ci ha abituati a un «vago» doppiopesismo.
Nel frattempo i due comitati elettorali hanno espresso sicurezza di vincere. Il consigliere di Trump, Jason Miller, ha dichiarato ieri: «Presto, forse entro la fine di domani (oggi, per chi legge, ndr), venerdì, sarà chiaro al popolo americano che il presidente Trump e il vicepresidente Pence serviranno altri quattro anni alla Casa Bianca». Tutto questo, mentre – sempre ieri – la manager della campagna di Biden, Jen O’Malley Dillon, ha detto di «essere assolutamente fiduciosa che Joe Biden sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti». Su un punto entrambe le campagne sembrano concordare: oggi potrebbe essere il giorno decisivo per conoscere formalmente il nome del vincitore delle elezioni presidenziali. Una notizia che, se anche arrivasse, non scongiurerebbe comunque il clima di forte incertezza che è venuto creandosi negli ultimi giorni. Anche perché Trump ha già avviato una serie di serrate battaglie legali in vari Stati, tra cui Michigan, Pennsylvania, Nevada e Georgia. Certo: la matematica dei grandi elettori appare fortemente avversa al presidente. Non è dunque chiaro se l’ostentato ottimismo del suo comitato sia un bluff o se – al contrario – la Casa Bianca disponga di informazioni in controtendenza.
Si delineano intanto maggiormente i destini del Congresso. La Camera dei Rappresentanti dovrebbe restare ai democratici che hanno ciononostante perso svariati seggi. Il Senato si avvia invece a rimanere repubblicano. In particolare, The Hill riportava ieri a tal proposito scoramento e disappunto da parte dell’asinello, che sperava evidentemente di riprendere il controllo integrale del Campidoglio: un altro effetto di quella mancata «onda blu» che molti analisti avevano erroneamente preconizzato.
In attesa di capire come andrà a finire questa intricata vicenda, resta comunque un mistero sul tavolo. Ma che fine hanno fatto le interferenze russe? I democratici hanno sempre sostenuto che la vittoria di Trump nel 2016 fosse il frutto di un complotto ordito dal Cremlino. Di minacce russe sul voto americano del 2020 hanno tra l’altro parlato negli scorsi mesi la Speaker della Camera, l’appena rieletta Nancy Pelosi, e la candidata alla vicepresidenza, Kamala Harris. Eppure adesso che Biden sembra in dirittura d’arrivo per la Casa Bianca il problema pare non porsi più. Che cosa dobbiamo pensare? Che, se risulterà eletto presidente il candidato democratico, Vladimir Putin abbia cambiato affiliazione partitica? Oppure che forse il Russiagate sia stato un disegno progettato ad arte per mettere con ogni mezzo i bastoni tra le ruote a un avversario politico?
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