Mentre le elezioni europee e americane si avvicinano, si insinua una domanda: e se il deep state fosse intenzionato a «votare» a destra? Lo sappiamo: un simile scenario può apparire paradossale. Anche perché qualcuno non fa che ripeterci che il deep state –lo Stato profondo, gli apparati che contano soprattutto a livello internazionale – starebbe remando contro il centrodestra italiano, esattamente come fece (e sarebbe, in caso, pronto a rifare) con Donald Trump. Forse però questa vulgata andrebbe, almeno in parte, rivista. Il motivo? Ha un nome e un cognome: Elon Musk. Qualcuno adesso storcerà il naso. La narrazione dominante è infatti che il Ceo di Tesla sarebbe un miliardario eccentrico, nulla di più. Eppure, a ben vedere, la situazione appare più complessa.
Eh sì, perché, nonostante sia spesso associato a una tradizione politica avversa al «big government» come quella libertarian, Musk intrattiene storici legami con gli apparati statunitensi nel settore della Difesa. A metà marzo, Reuters ha riferito che SpaceX sta realizzando una rete di centinaia di satelliti spia per il National Reconnaissance Office: l’agenzia d’intelligence americana che si occupa dei satelliti da ricognizione. Era inoltre giugno scorso, quando Starlink si è aggiudicata un contratto col Pentagono per i servizi satellitari in Ucraina. Sotto questo aspetto, appare interessante un articolo, pubblicato dal New York Times a novembre, significativamente intitolato «La Casa Bianca può anche condannare Musk, ma il governo ne è dipendente». «Il governo federale», riportava il quotidiano, «non ha alcuna via praticabile per rompere con Musk, almeno finché gli Usa decideranno di continuare l’esplorazione spaziale e di dissuadere le loro più grandi superpotenze rivali […] Ha bisogno di lui, o almeno dei suoi razzi e dei suoi satelliti, più che mai». Il New York Times riferiva inoltre che, davanti alle polemiche dell’attuale Casa Bianca con Musk, «il Pentagono è rimasto in silenzio».
È quindi significativa la virata politica del magnate. Musk ha detto infatti di aver votato in passato per Barack Obama, Hillary Clinton e Joe Biden. Tuttavia, negli ultimissimi anni, il suo rapporto col Partito democratico e con lo stesso Biden si è deteriorato. E infatti, dopo aver comprato Twitter, ha avvicinato la piattaforma, ora chiamata X, al mondo conservatore e antisistema, mostrando apprezzamento per vari candidati presidenziali ostili all’attuale presidente americano: dai repubblicani Vivek Ramaswamy e Ron DeSantis all’ex dem Robert Kennedy jr. L’aspetto forse più rilevante è stato riportato la settimana scorsa da Axios, secondo cui, pur non avendo ancora datogli l’endorsement, il magnate si starebbe sempre più avvicinando a Trump, con cui aveva tra l’altro avuto un incontro in Florida a inizio marzo. Lo stesso Trump, secondo Cnbc, vorrebbe che il Ceo di Tesla tenesse un discorso alla Convention nazionale repubblicana di luglio. Certo, tra i due ci sono anche delle divergenze: si pensi alle auto elettriche o ai legami di Musk con Pechino. Tuttavia l’alleanza potrebbe prima o poi cementarsi proprio grazie alla comune opposizione a Biden.
A tal proposito, vale forse la pena di ricordare che i rapporti tra Biden e gli apparati del Pentagono si sono guastati dopo il disastroso ritiro dall’Afghanistan nel 2021. E che pezzi di questi mondi stanno da allora remando contro l’attuale presidente (si pensi solo all’imbarazzante scandalo dei Pentagon leaks, esploso un anno fa). Il riposizionamento politico di Musk va dunque letto come un nuovo colpo degli apparati contro Biden? E l’avvicinamento di Trump al Ceo di Tesla è dettato solo dalla ricerca di finanziamenti o va inteso anche come un ramoscello d’ulivo dell’ex presidente verso gli apparati stessi? Se fosse il secondo scenario a essere confermato, significherebbe che Trump, in caso di ritorno alla Casa Bianca, punta a scongiurare nuove fronde da parte di quei mondi.
E attenzione: il discorso vale anche per l’Italia. Al di là dei rapporti che Fdi e Lega coltivano con il Gop, a giugno Musk – dopo un colloquio con Antonio Tajani – è stato ricevuto a Palazzo Chigi da Giorgia Meloni. A dicembre, il magnate ha inoltre avuto un incontro al Mit con Matteo Salvini, per poi difenderlo pochi giorni fa sul caso Open Arms. Era poi gennaio, quando il sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti ha avuto un meeting col vicepresidente di SpaceX, Tim Hughes. Senza infine trascurare che Musk, al di là delle divergenze con l’attuale Commissione europea su X e su Starlink, intrattiene un ottimo rapporto col premier britannico Rishi Sunak e col presidente argentino Javier Milei, che sono a loro volta alleati della Meloni.
Questo vuol dire che il centrodestra italiano può vantare solidi legami con una figura strettamente collegata agli apparati americani. Il che sconfessa la narrazione del centrodestra nostrano internazionalmente isolato e avversato da tutti i «poteri forti». Chi rischia semmai di restare isolato sono i referenti italiani di Biden, visti i problemi che il presidente americano si trova ad affrontare, tra sondaggi inclementi e deep state riottoso. Anche quei leader europei che, come Donald Tusk, stanno attaccando a testa bassa Trump e i repubblicani statunitensi, rischiano un effetto boomerang. Qui bolle forse in pentola qualcosa di più grosso e politicamente raffinato della solita «internazionale sovranista» di cui ciclicamente parlano certi analisti progressisti, prigionieri dei loro dogmi ideologici: analisti che continuano a evocare la figura di Steve Bannon, che oggi è tuttavia meno centrale di un tempo in seno al complesso network trumpiano. Sarà un caso, ma proprio Bannon, nel corso del 2023, ha avuto più volte parole tutt’altro che tenere nei confronti di Musk. Man mano che le elezioni europee e americane si avvicinano, i blocchi e gli schieramenti politici potrebbero insomma rivelarsi meno schematici e prevedibili di quanto spesso si pensa: una situazione, questa, che riguarda tanto Bruxelles quanto Washington.
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