- Il ministro iberico Albares lancia l’allarme sulla situazione di Israele: in caso di dichiarazione di crimini contro l’umanità siamo obbligati a portare in Spagna chi fa richiesta di asilo. A Tel Aviv temono per le conseguenze sull’export dell’industria militare.
- Protagonisti del lancio di bombe carta 300 universitari. Non avanzano i tentativi di pace.
Lo speciale contiene due articoli.
In Spagna c’è un ministro che sa fare i conti. Josè Manuel Albares, titolare degli Esteri, ha rilasciato l’altro ieri sera una dichiarazione, al di là delle assurde posizioni di Pedro Sanchez, di generale buon senso. Attenzione che se i giudici internazionali dovessero accusare formalmente Israele di genocidio si aprirebbe un flusso di profughi impossibile da fermare. Flusso tutto in direzione dell’Europa. Pur premettendo di parlare per sé, Albares ha ricordato che esiste una sentenza del Tribunal Supremo, datata 2020, che obbliga difronte a emergenze quali il genocidio di inviare immediatamente aerei militari per portare in salvo in Spagna tutti coloro che faranno richiesta di asilo. Senza filtro e senza esitazione.
Stiamo parlando di quasi due milioni di persone palestinesi che vivono a Gaza. L’allarme lanciato dal ministro spagnolo non cade a caso. E purtroppo rischia di aprire una falla per l’intero Vecchio Continente. Basta ricordare le parole di Charles Michel, presidente del Consiglio Ue, sul diritto a difendersi di Israele ma solo fino a certi limiti. E al tempo stesso basta fare il conto nel numero crescente di Paesi che fanno a gara per riconoscere lo Stato di Palestina, qualsiasi cosa esso significhi. Per questo vale la pena, al di là delle opinioni di chi scrive e delle opinioni personali, lanciare un pre allarme. Attenzioni a ciò che si desidera. Gli effetti collatterali di una battaglia (più o meno astiosa contro Israele) potrebbero essere incontrollabili. Immaginate che cosa significhi avere anche solo un milione di profughi palestinesi tendenzialmente radicalizzati pronti a bussare ai nostri confini? La domanda è retorica fino a un certo punto, per lo più è realistica. Perché se la storia non è una opinione di Paesi arabi pronti ad accogliere un tale flusso ce ne saranno pochi. Certamente qualcosa l’Egitto, forse il Libano. Stop.
D’altronde l’eventualità che l’opinione pubblica a sinistra e grandi gruppi di potere vicini all’Onu spinga ulteriormente per le accuse di genocidio è tenuto in grande considerazione anche dalle aziende israeliane. Soprattutto quelle del comparto della Difesa. In un report consultato dalla Verità viene analizzato lo stato di salute del comparto, principalmente quello dei tre grossi conglomerati: Elbit systems, Rafael asvanced defence systems e Israele aerospace industries. L’industria della difesa israeliana è una componente vitale della sua sicurezza nazionale e della sua strategia economica. Classificandosi tra i primi dieci esportatori mondiali di armi (circa 8 miliardi e il 2,8% del mercato globale) e mantenendo capacità tecnologiche avanzate, Israele si è affermato come un attore chiave nel mercato delle armi. Il recente spostamento verso la priorità delle esigenze di difesa interna (dopo il 7 ottobre), sostenuto dall’assistenza militare degli Stati Uniti, riflette un riorientamento strategico che bilancia le ambizioni di esportazione con gli imperativi di sicurezza nazionale. Il dato dell’export è fortemente crollato, ma i ricavi dei tre colossi sono schizzati all’insù grazie alle ovvie commesse interne dovute all’operazione di terra a Gaza. Tradotto in numeri, complessivamente quasi 15 miliardi di dollari di ricavi e un impressionante portafoglio ordini di 52,4 miliardi di dollari. «Sebbene i benefici economici a breve termine siano evidenti, i rischi diplomatici e politici a lungo termine posti dal conflitto di Gaza non possono essere trascurati». Gli analisti hanno sollevato diverse preoccupazioni: Earl Rasmussen, ex ufficiale dell’esercito americano, ha sottolineato che il prolungato impegno di Israele a Gaza potrebbe offuscare la reputazione dei suoi prodotti militari. «Il conflitto è stato descritto da alcuni osservatori internazionali come al limite del “genocidio” e della “pulizia etnica”, il che potrebbe scoraggiare i potenziali acquirenti preoccupati per le implicazioni etiche e politiche. Questa percezione rischia di isolare Israele nel mercato globale delle armi». Un concetto più volte ripetuto nel report israeliano.
«Il futuro dell’industria della difesa israeliana sarà modellato dalla sua capacità di innovare, adattarsi alle richieste del mercato», si legge ancora nel documento, «e rafforzare le partnership strategiche». In altre parole, anche i produttori di armi sanno bene che l’impennata di ricavi lascerà spazio e incertezze già nel medio termine. Una delle incertezze sarà paradossalmente superabile proprio grazie alla guerra a Gaza. Sul terreno si stanno acquisendo importanti vantaggi tecnologici (dai droni alle munizioni a guida di precisione fino alla intrusione informatica) e quindi i tre colossi potranno ribaltare sul mercato quanto imparato a Gaza.
L’altra incertezza sta tutto invece in come si spaccherà il mondo in caso di concrete accuse di genocidio. Non serve che siano vere, basta che l’Aja si muova in quella direzione. In quel caso Israele dovrà cercare nuovi alleati. Difficile ma non certo impossibile. E così si torna all’effetto non calcolato sull’Europa. Se Bruxelles e i Paesi membri dovessero allontanarsi da Israele perderebbero un bacino di tecnologia civile e militare e in compenso rischierebbero di riempirsi di profughi palestinesi in grado di destabilizzare un pezzo del Vecchio Continente. Il piano di pace per Gaza in molti sperano sia dietro l’angolo, ma attenti a desiderare qualcosa di cui non si conoscono con la precisione gli effetti collaterali.
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