- Una nuova ricerca scientifica dimostra che in 91 Paesi è il presunto «sesso debole» a passarsela meglio. Quanto a noi, siamo la nazione più vicina di tutte all’assoluta parità. Con buona pace delle femministe.
- L’ultimo rapporto degli studiosi americani definisce la figura tradizionale dell’uomo come «deviante» e persino «dannosa».
- Dalla Francia all’Italia, tutti indignati con Yann Moix, che ha detto di non amare le compagne di mezza età. Ma quando, nel 2015, dichiarò che «bisognerebbe togliere i figli biologici alle madri», nessuno ebbe da ridire.
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Jeremy Clarkson, al solito, è stato piuttosto ruvido, ma chiaro. A suo dire, la Bbc discrimina gli uomini: «Chiunque abbia uno scroto se la può scordare», ha detto. «Semplicemente non danno più lavoro ai maschi». Il robusto presentatore – noto anche in Italia agli appassionati di motori per aver condotto il programma Top Gear – stava commentando l’ennesimo incarico di prestigio attribuito a un volto femminile. Per la precisione, la scelta dell’emittente britannica di affidare a Fiona Bruce lo storico talk show Question time, una scelta che sa molto di tributo al Me too.
«C’è una linea di pensiero secondo cui c’è stato un monopolio maschile per molto tempo», ha aggiunto Clarkson. «E dunque cosa c’è di male in un monopolio femminile? Capisco, va bene. Come uomini dobbiamo accettare che il nostro tempo è passato».
Le frasi dell’intrattenitore britannico sembrano uscite dall’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, Serotonina, una specie di trattato sulla decomposizione della mascolinità nell’Occidente contemporaneo. Il protagonista, a un certo punto, pronuncia parole emblematiche: «Ero un moderno, e per me come per tutti i miei contemporanei la carriera delle donne era una cosa che andava rispettata prima di ogni altra, era il criterio assoluto, il superamento della barbarie, l’uscita del Medioevo».
Questo, del resto, è il discorso dominante. Ovunque sentiamo ripetere che le donne, anche dalle nostre parti, sono discriminate e maltrattate. Ci sono addirittura spot televisivi a ricordarci quanto il sesso femminile sia penalizzato dal punto di vista salariale: sulla Rai, ma pure sulle emittenti private circolano le «pubblicità progresso» realizzate da Valore D (associazione di donne manager in forze per lo più a grandi multinazionali) contro il «gender pay gap», cioè la differenza di stipendi fra uomini e donne. In verità, tale differenza riguarda il settore privato, e in particolare le donne che lavorano ai vertici delle aziende, dunque non si tratta di una battaglia a favore delle persone comuni. Ma sono dettagli.
Resta che il ritornello è sempre il solito: in tutto il mondo le donne sono vessate. La realtà dei fatti, però, appare un pochino diversa, almeno stando a ciò che sostengono due autorevoli studiosi: David C. Geary (University of Missouri, Usa) e Gijsbert Stoet (University of Essex, Uk). Sulla rivista scientifica Plos One hanno pubblicato un articolo intitolato «Un approccio semplificato alla misurazione della disuguaglianza di genere nazionale», in cui spiegano che, a livello globale, la situazione dei maschi non è affatto migliore di quella delle donne, anzi.
I due autori sono partiti da una revisione del Global Gender Gap Index, un indice che viene largamente utilizzato da accademici e politici di tutto il pianeta per misurare la disuguaglianza di genere. «Noi sosteniamo che questo indice abbia una serie di problemi e introduciamo una misura più semplice dei livelli nazionali di disuguaglianza di genere», spiegano gli studiosi. «Il sistema di misurazione che proponiamo si basa sulle differenze tra i sessi nelle opportunità di condurre una vita lunga, sana e soddisfacente».
Secondo il professor Stoet, «nessuno degli strumenti attualmente utilizzati per misurare la disuguaglianza di genere coglie pienamente le difficoltà che gli uomini vivono in molti Paesi». Così, i due autori hanno creato l’indice chiamato Bigi (Basic index of gender inequality), uno strumento piuttosto complicato, che però tiene conto di un maggior numero di aspetti della vita delle persone. Applicando questo indice a 134 Paesi nel mondo, il risultato è stato sorprendente: in 91 Paesi gli uomini stanno peggio delle donne, che risultano più discriminate in 43 Stati.
«Abbiamo riscontrato che bassi livelli di sviluppo umano sono tipicamente associati a svantaggi per le ragazze e le donne», scrivono i ricercatori. «Mentre i livelli medio e alto di sviluppo sono tipicamente associati a svantaggi per ragazzi e uomini». In sostanza, nei Paesi più ricchi e sviluppati sono tendenzialmente i maschi a passarsela male.
«Non stiamo dicendo che le donne nei Paesi altamente sviluppati non subiscano svantaggi in alcuni aspetti della loro vita», dice Gijsbert Stoet. Lui e il suo collega fanno semplicemente notare che «la ricerca sulla disuguaglianza di genere si è concentrata quasi esclusivamente sulle questioni evidenziate dal movimento per i diritti delle donne. Le questioni che penalizzano più uomini rispetto alle donne sono state sottovalutate». Il loro indice permette di studiare la questione da un altro punto di vista e fornisce «un’immagine diversa da quella comunemente presentata sui media».
In effetti, sulle prime le affermazioni dei due scienziati suonano sconcertanti. Diventano più comprensibili quando si entra nei dettagli. In molti Paesi, infatti, gli uomini subiscono «punizioni più severe per gli stessi crimini», hanno una «sovrarappresentazione (93% a livello mondiale) nella popolazione carceraria», sono sottoposti a servizio militare obbligatorio, vanno in pensione più tardi, sono più spesso vittime di aggressioni fisiche in generale (non solo da parte di altri maschi). Non solo: «La grande maggioranza dei senzatetto senza riparo sono uomini», i maschi mostrano «livelli più elevati di abuso di droga e alcol, più alti tassi di suicidio, più morti professionali, sottoperformance nelle scuole». In più, «gli uomini sono anche sovrarappresentati in occupazioni che sono rischiose (ad esempio esposizione a tossine) e fisicamente pesanti».
In Burundi, in Egitto, in Kenya e in Algeria, per dire, le donne vivono decisamente peggio degli uomini. In Germania, Stati Uniti, Regno Unito e nella gran parte d’Europa, invece, le donne sono avvantaggiate. Perché, alla fine dei conti, la differenza salariale ad alti livelli non è l’unico indicatore utile a misurare la qualità della vita. Così come in alcuni Paesi le donne sono vessate da leggi umilianti (ad esempio costrette a coprirsi integralmente), ma non è che per la maggior parte degli uomini l’esistenza sia più radiosa.
Quanto all’Italia, beh, a quanto pare qui da noi vivono leggermente meglio i maschi (questione di pochi decimali). Ma, secondo Stoet e Geary, siamo anche il Paese al mondo più vicino a ottenere una completa parità dei sessi. Sentendo quanto si lamentano le femministe, non si direbbe proprio…
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