- Mentre Volodymyr Zelensky bussa ancora alle porte dell’Alleanza, un esponente del think tank Cato Institute boccia l’idea su «Foreign Affairs»: «Potrebbe trascinarci in un conflitto con la Russia, teniamo l’Ucraina fuori».
- Il ministro degli Esteri Antonio Tajani al Forum di Dubrovnik: «L’integrazione di questa regione è indispensabile per evitare instabilità e spazi vuoti che poi minino la sicurezza».
Lo speciale contiene due articoli.
«Ho sottolineato l’importanza di una posizione decisa dell’Alleanza atlantica in merito alla futura adesione dell’Ucraina». A dirlo è stato ieri Volodymyr Zelensky, dando conto di una sua telefonata con il primo ministro portoghese, Antonio Costa. E proprio il possibile ingresso di Kiev nella Nato ha suscitato la reazione negativa del think tank conservatore americano Cato Institute. L’altro ieri, il Director of Defense and Foreign Policy Studies di questo pensatoio, Justin Logan, aveva pubblicato un’analisi su Foreign Affairs in cui si diceva contrario a una simile eventualità, sostenendo che l’ammissione dell’Ucraina nell’Alleanza atlantica «potrebbe trascinare gli Usa in un conflitto diretto con la Russia». «A fronte di pressioni fiscali interne, di una grave sfida alla loro posizione in Asia e della prospettiva di un’escalation e di un’erosione della credibilità nei confronti di Mosca, tenere l’Ucraina fuori dalla Nato riflette semplicemente gli interessi degli Usa», si legge inoltre nell’articolo. Il Cato Institute aveva già espresso delle critiche nei confronti dell’impegno militare della Casa Bianca a favore di Kiev. «La guerra russo‐ucraina è terribile, ma non è un conflitto dell’America e l’amministrazione dovrebbe concentrare i propri sforzi per porre fine al conflitto», aveva scritto a maggio Doug Bandow, senior fellow di questo think tank.
Si tratta di posizioni, quelle del Cato Institute, che, condivisibili o meno, non devono suscitare troppa sorpresa. Questo pensatoio appartiene infatti a un preciso orientamento del conservatorismo americano, quello libertarian. Ebbene, proprio i libertarian sono strenui fautori del libero mercato e, al contempo, sostenitori di una politica estera tendenzialmente isolazionista o quantomeno non interventista. Parliamo di una corrente che trova oggi uno dei suoi principali esponenti politici nel senatore repubblicano, Rand Paul, che si è non a caso espresso ieri contro l’ammissione di Kiev nella Nato. Sotto questo aspetto, è interessante sottolineare che il Cato Institute è stato fondato dal filosofo anarcocapitalista Murray Rothbard e dal miliardario Charles Koch: uno dei principali finanziatori del Partito repubblicano. Non dimentichiamo che attorno al network di Koch gravitò anche il movimento del Tea Party soprattutto attraverso il gruppo di advocacy Americans for Prosperity. Non a caso, al netto di varie sfumature interne, proprio il Tea Party fu spesso caratterizzato da posizioni restie a coinvolgimenti militari all’estero.
È inoltre significativo ricordare che, nel 2019, Koch finanziò insieme al magnate liberal (e storico finanziatore di candidati presidenziali dem) George Soros l’avvio del Quincy Institute: un think tank che sostiene di promuovere «idee che allontanino la politica estera degli Usa dalle guerre senza fine». E proprio il Quincy Institute, a maggio, ha sostenuto che, sulla crisi ucraina, l’amministrazione Biden dovrebbe cercare di favorire un cessate il fuoco in autunno, ricorrendo alla Cina come mediatore. Anche in questo caso, la convergenza tra Koch e Soros deve stupire fino a un certo punto. Sulla politica estera, l’ala libertarian del Gop e quella progressista del Partito democratico sono tendenzialmente allineate nella loro opposizione al coinvolgimento militare degli Usa in conflitti internazionali.
È poi interessante sottolineare un altro elemento. Secondo quanto reso noto a giugno, American for Prosperity avrebbe già raccolto 70 milioni di dollari per spingere gli elettori del Gop a non sostenere Donald Trump nella corsa per la nomination presidenziale repubblicana del 2024. Una situazione che può apparire paradossale, visto che l’ex presidente si è sempre detto contrario alle «guerre senza fine» (e, in effetti, durante la sua permanenza alla Casa Bianca, gli Usa non hanno avviato nuovi conflitti). In realtà, l’ostilità del network Koch nei confronti di Trump è di antica data: quella rete cercò di mettere i bastoni tra le ruote al magnate newyorchese già nel corso delle primarie repubblicane del 2016. All’epoca, Koch riteneva che Trump non fosse adatto a vincere. Nel 2018, i rapporti si incrinarono ulteriormente, quando Americans for Prosperity criticò l’allora presidente repubblicano per i suoi dazi alla Cina. Al di là del fatto che molti potentati economici statunitensi non hanno mai digerito la guerra commerciale ingaggiata da Trump con Pechino, va ricordato che, in un’ottica libertarian, i dazi rappresentano un’indebita intromissione dello Stato nelle dinamiche economiche.
Nonostante la potenza finanziaria del network Koch, nel mondo repubblicano si registrano anche altre posizioni sull’Ucraina. L’American Enterprise Institute è per esempio su una linea maggiormente interventista che, almeno sotto certi aspetti, è portata avanti da Mitch McConnell: il capogruppo del Gop al senato che, sul sostegno a Kiev, non appare troppo distante da Joe Biden. Più articolata si presenta invece la posizione di Heritage Foundation: a ottobre, il suo presidente, Kevin Roberts, si è schierato con l’attuale Speaker della Camera, Kevin McCarthy, che si era detto contrario a concedere «assegni in bianco» all’Ucraina. Il che non va affatto letto come disimpegno, ma come necessità di razionalizzare i costi e delineare una strategia ucraina dagli obiettivi chiari e misurabili, senza più procedere a tentoni. «Biden deve al popolo americano una strategia concreta sul nostro ruolo futuro che non ci lasci impantanati in uno stato di perenne gestione dei conflitti, finanziata dai contribuenti statunitensi», scrisse Roberts.
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