- L’assalto all’organismo fa tremare il network dei Clinton, che ha ricevuto milioni per progetti umanitari. L’ente, inoltre, è sotto l’autorità del Dipartimento di Stato, guidato per quattro anni proprio dall’ex first lady.
- Malgrado le alte valutazioni sulla sicurezza, l’agenzia è stata vittima degli hacker. Intanto, un giudice frena il congedo di 2.200 dipendenti e ordina il reintegro di altri 500.
Lo speciale contiene due articoli.
Tra i principali critici dei tagli al governo federale che stanno portando avanti Donald Trump ed Elon Musk ne emerge soprattutto uno: stiamo parlando di Hillary Clinton. «Elon Musk sta organizzando un golpe amministrativo in stile blitzkrieg contro il governo degli Stati Uniti», ha tuonato l’ex first lady su X martedì, invitando i follower a partecipare a una protesta dal titolo «Abbiamo deciso di lottare: nessuno ha eletto Elon!». Ecco, forse vale la pena di fare due considerazioni.
La prima è piuttosto ovvia. È vero: nessuno ha eletto Musk. Tuttavia, a novembre scorso, Trump ha vinto nettamente le presidenziali: quel Trump che a settembre – vale a dire in piena campagna elettorale – aveva promesso che, in caso di vittoria, avrebbe messo il ceo di Space X a capo del nuovo dicastero per l’efficienza governativa. Chiarito questo primo punto, passiamo al secondo. Da che cosa è dettato l’astio della Clinton contro la spending review avviata dal presidente americano? Lo sappiamo: lei non lo sopporta da quando, nel 2016, il tycoon le ha soffiato quello scranno presidenziale che la diretta interessata sentiva già in tasca. Ma forse c’è anche dell’altro. Qualcosa, cioè, che va al di là delle ripicche personali. Probabilmente l’ex first lady teme soprattutto la mannaia che si sta abbattendo su Usaid: un’agenzia che ha garantito finora una notevole influenza internazionale al network clintoniano.
A gennaio 2024, così recitava un comunicato della Clinton health access initiative (Chai): «Usaid ha incaricato la Chai e la Global environment and technology foundation (Getf) di guidare una nuova coalizione per affrontare le sfide critiche della resistenza antimicrobica a livello globale e, in modo più acuto, nei Paesi a basso e medio reddito». Era invece settembre 2016, quando il National catholic register riferì che la Chai, in collaborazione con Usaid e con la Fondazione Gates, distribuiva milioni di iniezioni anticoncezionali all’anno nei Paesi in via di sviluppo. Vale la pena di sottolineare che il presidente del board della Chai è lo stesso Bill Clinton e che la vicepresidente è sua figlia, Chelsea. Secondo Forbes, proprio la Chai ha ricevuto da Usaid 7,5 milioni di dollari nel 2019 per servizi sanitari in Zambia.
Ma non è tutto. Ad agosto 2016, l’Associated Press si interessò ai rapporti politici della Clinton, quando fu segretario di Stato tra il 2009 e il 2013, con l’economista e attuale premier bangladese Muhammad Yunus. «Yunus incontrò per la prima volta la Clinton a Washington nell’aprile 2009. Sei mesi dopo, Usaid, il braccio di aiuti esteri del Dipartimento di Stato, annunciò di aver stretto una partnership con la Grameen Foundation, un’organizzazione di beneficenza senza scopo di lucro gestita da Yunus, in un impegno di 162 milioni di dollari per diffondere il suo concetto di microfinanza all’estero», riferì l’Associated Press, per poi aggiungere: «Usaid iniziò anche a fornire prestiti e sovvenzioni alla Grameen Foundation per un totale di 2,2 milioni di dollari durante il mandato della Clinton».
La testata riportò anche che «le affiliate americane della non-profit di Yunus, Grameen Bank, avevano collaborato con i programmi della Clinton Foundation già nel 2005». Stando sempre all’Associated Press, Grameen America aveva, tra l’altro, versato alla fondazione almeno 100.000 dollari. Inoltre, da segretario di Stato, la Clinton si attivò per salvaguardare Grameen Bank dalle pressioni arrivate dal governo del Bangladesh. «Non vogliamo vedere alcuna azione intrapresa che possa in alcun modo indebolire o interferire con le operazioni di Grameen Bank», dichiarò nel maggio 2012: un anno prima, il governo bangladese aveva costretto Yunus a lasciare la guida dell’istituto.
Un altro elemento interessante da sottolineare risiede nel fatto che, dal 2021 al 2025, Usaid è stata guidata da una stretta alleata dell’ex first lady, Samantha Power. Nonostante i loro rapporti fossero stati burrascosi nel 2008, nel 2011, ai tempi dell’amministrazione Obama, la Power spalleggiò la Clinton nello spingere la Casa Bianca di allora a effettuare l’intervento militare in Libia contro Muammar Gheddafi. Appoggiò poi la sua candidatura presidenziale del 2016. Inoltre nel 2024 la Power – mentre era ancora a capo di Usaid – partecipò al meeting annuale organizzato dalla Clinton global initiative. Non solo. Nel settembre di quello stesso anno, la Clinton Foundation è stata coinvolta anche in un progetto di Usaid e Unicef contro l’avvelenamento da piombo nei Paesi in via di sviluppo. Per inciso, ricordiamo anche che, nel 2016, fu rivelato come la fondazione, negli anni precedenti, avesse ricevuto ricche donazioni da attori stranieri, come Arabia Saudita, Qatar ed Emirati.
Sia chiaro: al momento non ci sono informazioni di illeciti nei rapporti tra Usaid e il network dei Clinton. Inoltre, secondo Newsweek, la Clinton Foundation non avrebbe ricevuto denaro dall’agenzia tra il 2008 e oggi. Il nodo, però, non riguarda tanto i soldi, quanto semmai le influenze e i collegamenti con gli apparati governativi statunitensi. Tutto questo, tenendo specialmente conto del fatto che l’ex first lady è stata al vertice del Dipartimento di Stato per quattro anni. A tal proposito, ricordiamo che Usaid è, sì, un’agenzia indipendente, ma che, secondo il Congressional Research Service, è anche sottoposta alla «diretta autorità e alla guida politica del segretario di Stato». Questo lascia intendere per quale motivo la Clinton tema tanto il tentativo, portato avanti da Musk, di ridimensionare Usaid: sa bene che l’influenza del suo potente network internazionale rischia di risentirne pesantemente.
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