- La Commissione ha le prove: Pechino sovvenziona il settore. Dall’avvio dell’indagine le importazioni sono aumentate del 14%.
- Per Ncap i nuovi test penalizzeranno i modelli digitali e senza pulsanti, come Tesla.
Lo speciale contiene due articoli.
La Ue si è svegliata. In forte ritardo, mentre i gruppi automobilisti europei sono in forte affanno, prova a mettere un argine alle importazioni dalla Cina. La Commissione europea è intenzionata a imporre dazi, anche retroattivi, ai veicoli cinesi. A partire da oggi avvierà la registrazione doganale delle importazioni di auto dal Dragone. Bruxelles ha avviato da ottobre scorso un’indagine per verificare se i veicoli elettrici costruiti dai colossi cinesi, ricevono sussidi statali e quindi agiscono in una condizione di favore rispetto ai concorrenti europei. La Commissione, in un documento reso pubblico, ha affermato di avere già le prove che il governo di Pechino sta sovvenzionando l’automotive. L’indagine dovrebbe concludersi entro novembre ma i dazi verrebbero applicati sin da luglio, come scrive l’agenzia di stampa Reuters. Le registrazione doganale delle importazioni, servirebbe proprio a poter anticipare la tenaglia sulle case cinesi, qualora l’inchiesta dovesse confermare l’esistenza dei sussidi.
Il documento della Ue rivela anche che da quando è stata avviata l’indagine, cioè da circa 4 mesi, le importazioni sono aumentate del 14% su base annuale. Da ottobre 2023 a gennaio scorso sono stati importati 177.839 veicoli con un aumento dell’11% rispetto al periodo ottobre 2022-settembre 2023. I sussidi con i quali Pechino aiuta il suo automotive, vanno dal trasferimento diretto di fondi, alla mancata applicazione o non riscossione delle imposte, alla fornitura di beni e servizi per un corrispettivo inferiore al loro valore. La Commissione scrive nero su bianco che si tratta di «importazioni massicce in un tempo relativamente breve» e se il ritmo dovesse rimanere quello attuale, le case automobilistiche europee «potrebbero dover affrontare un calo della produzione e si avrebbe un impatto negativo sull’occupazione».
Il documento ufficiale certifica una realtà che è sotto gli occhi di tutti da tempo ma che finora è stata sottovalutata.
Le case cinesi, oltre a godere dei sussidi governativi, operano in un contesto che li rende ancora più competitive: possono usufruire di un costo del lavoro nettamente inferiore all’Occidente e di materie prime a costi bassi oltre che avere il monopolio delle batterie. Non dimentichiamo poi che i player delle batterie hanno goduto dei fondi europei destinati alla transizione ecologica. Ma se su questi fattori la Ue, ormai può fare poco, se non battersi il petto per aver interrotto con motivazione ambientalistiche, l’attività mineraria e non essere stata veloce nel creare partnership con i Paesi maggiori produttori di minerali strategici per l’elettrico, sugli aiuti pubblici può correre ai ripari. Certo è come «chiudere il recinto quando i buoi sono scappati» ma un argine all’onda d’urto cinese, è ancora fattibile. Anche perché si è scoperto che le auto a batteria non sono solo un pericolo per l’industria europea ma rappresentano un rischio per la sicurezza nazionale. L’alta tecnologia per la guida assistita, collegata agli smartphone, può diventare uno strumento ai fini di attività spionistiche, per la raccolta di dati sensibili sia dell’utente sia del territorio. La Casa Bianca ha avviato un’indagine sul questo tema.
La Commissione Ue al momento non ha fornito l’importo di eventuali tariffe retroattive ma dovrebbero comunque essere tali da funzionare da deterrente.
La Camera di Commercio di Pechino presso l’Unione Europea è stata colta in contropiede e si è limitata a motivare l’incremento delle importazioni dalla Cina come la logica conseguenza della grande domanda di veicoli elettrici. Bisognerà vedere se Pechino reagirà ponendo a sua volta dazi sulle auto europee. In questo caso a farne le spese sarebbe soprattutto la Germania che ha oltre la Grande Muraglia un mercato molto florido.
Nessuna reazione dai gruppi automobilistici che continuano ad espandersi. Byd ha avviato la costruzione di un impianto in Ungheria che dovrebbe cominciare a sfornare auto a partire dal 2026. E per aumentare le esportazioni, prevede di aumentare la sua flotta di navi container per il trasporto di autovetture, portandole a otto entro due anni.
Intanto il mercato è inondato di modelli concorrenziali nei prezzi. Non solo nella fascia delle utilitarie. La Wuling ha presentato in Cina un nuovo Suv a batteria da 11.000 euro.
I prodotti a spina però in Europa faticano. Fanno pensare gli ultimi dati delle immatricolazioni di Bev in Germania, diminuite del 15,4% nonostante la forte impronta ecologista del Paese. Tonfo simile in Italia (-16%) anche con gli incentivi che come sempre sono stati utilizzati quasi interamente dagli acquisti di veicoli a motore endotermico (benzina, diesel, ibrido). Nel nostro Paese peraltro si è ancora arretrati nelle infrastrutture. È stata appena superata la soglia delle 50.000 colonnine di ricarica, quasi tutte (il 58%) localizzate nel Nord mentre il 19% e nel Centro e il 23% al Sud. Ma di queste il 18% risulta inutilizzabile perché non è realizzato il collegamento alla rete da parte dei distributori di energia o per altre complessità burocratiche. Con questo scenario l’unico incentivo all’acquisto è dato dal prezzo. E su questo i cinesi al momento sono imbattibili.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >