• I virologi spingono per un altro lockdown, eppure anche l’Oms ammette: «Casi dimezzati». In Europa calo del 38% in un mese.
  • Mentre da noi si invocano le serrate, l’Agenzia della salute britannica chiarisce: «Nessuna prova su maggiore trasmissibilità e letalità». Il consigliere scientifico di Boris Johnson: «Alto impatto solo su pazienti già a rischio».

Lo speciale contiene due articoli.

Spinta dal timore per la diffusione delle varianti del coronavirus, prende sempre più quota nel nostro Paese l’ipotesi di un nuovo lockdown. A ribadire la necessità di una stretta per contenere l’avanzata dei contagi ci ha pensato ieri il professor Massimo Galli, infettivologo e primario dell’Ospedale Sacco di Milano. Intervenuto a Mattino 5, Galli prima si è lamentato di avere il «reparto invaso da nuove varianti», per poi lasciarsi sfuggire: «È chiaro che chi, compreso il sottoscritto, vi dice “attenzione bisogna chiudere di più” può correre il rischio di esagerare nel fare queste affermazioni, ma il rischio di esagerare, ahimè, è inferiore alla probabilità di avere purtroppo, per l’ennesima volta, ragione». Un giro di parole che in realtà suona come un endorsement a sostegno della posizione di Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, espressosi domenica a favore di un lockdown «breve e mirato» allo scopo di «limitare la circolazione del virus al di sotto dei 50 casi ogni 100.000 abitanti». Quello di Ricciardi, in realtà, non rappresenta un vero e proprio outing.

È dalla fine della «fase 1» che l’ex presidente dell’Istituto superiore di sanità agita con cadenza regolare lo spauracchio di una nuova serrata totale. Stavolta la proposta sembra raccogliere però più consensi del previsto. Favorevoli nei confronti di un possibile giro di vite anche i virologi Fabrizio Pregliasco e Andrea Crisanti, nonché il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartebellotta, oltre al ministro della Cultura Dario Franceschini e, allo stesso Speranza, notoriamente i «falchi» all’interno dell’esecutivo.

Certo, l’ascesa nelle quotazioni di un nuovo lockdown stride con i numeri snocciolati ieri dal direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Gebreyesus: «Il numero di casi segnalati a livello mondiale è diminuito per la quinta settimana consecutiva. La scorsa settimana è stato registrato il numero più basso da ottobre scorso». Buone notizie, dunque. «Finora il numero di contagi segnalati settimanalmente è diminuito di quasi la metà», ha aggiunto Gebreyesus, «passando da oltre 5 milioni nella settimana dal 4 gennaio a 2,6 milioni nella settimana che inizia l’8 febbraio». Per effetto di questo trend, cala anche il numero di casi attivi (vale a dire le persone attualmente positive), che secondo i dati forniti dal sito worldometers.info lunedì è sceso sotto quota 22,9 milioni, il valore più basso da metà gennaio a questa parte, quando però la tendenza era al rialzo. Punta verso il basso anche la curva dei casi più gravi, scesi lunedì sotto quota 100.000 unità a livello globale, come non accadeva da metà novembre.

Qualcuno potrà obiettare che l’intero globo terrestre rappresenta un campione un po’ troppo ampio per trarre conclusioni. Ebbene, se si restringe il campo alla sola Europa, si scopre che l’attuale numero di casi settimanali è pari a 1,16 milioni, ovvero il 38% in meno rispetto a un mese fa, e il 44% in meno rispetto alla prima settimana di novembre. Praticamente, siamo tornati ai livelli di metà ottobre scorso.

Discorso ancora più marcato per l’Italia. Nel nostro Paese, infatti, i casi attivi sono in rapido calo dal 22 novembre 2020, giorno nel quale si è raggiunto il picco di 805.944 infetti. Dopo essersi avvicinata a fine dicembre alla fatidica cifra di mezzo milione, la curva si è stabilizzata per un paio di settimane, per poi riprendere la sua discesa a metà gennaio. Secondo l’ultimo bollettino diffuso ieri, i positivi in Italia sono poco meno di 400.000 (per la precisione 393.686 unità), valore che non si registrava dai primi di novembre, quando però il trend era in deciso aumento. Il dato che riguarda i casi attivi riveste una particolare importanza poiché, sebbene una quota importante di questi in realtà sia asintomatica o paucisintomatica, è da questo bacino che emergeranno i nuovi ricoveri e, purtroppo, i nuovi decessi. Tradotto, a parità di capacità di test, meno positivi ci sono in circolazione e meno morti e ingressi in ospedale ci dovremmo aspettare. Esattamente quello che sta avvenendo in queste settimane. Sono sempre numeri importanti, ma la media mobile a 7 giorni rivela un valore di 322 decessi, contro i circa 500 di metà gennaio e il picco di 730 dei primi di novembre.

Ridotta anche la pressione sulle strutture ospedaliere: i ricoverati in terapia intensiva e nei reparti ordinari sono tornati ai livelli di tre mesi e mezzo fa. Positivo l’ultimo bollettino diffuso ieri: 10.386 casi (+3.035), ma con 95.000 tamponi in più, e un rapporto di positività in calo dal 4,1% al 3,8%. Contenuto l’aumento dei decessi, 336 ieri contro 258 di lunedì, per un totale di 94.171 vittime dall’inizio della pandemia. Segnali incoraggianti ieri anche dai ricoveri ordinari (-52) e dalle terapie intensive (-15). Finalmente, almeno stando ai dati delle ultime settimane, il «paziente Italia» sembra vedere la luce in fondo al tunnel di questa seconda ondata. Gran parte del merito va attribuito proprio agli italiani i quali, nonostante l’accusa di praticare l’«assembramento facile» nella quasi totalità dei casi hanno scelto di seguire pedissequamente le restrizioni imposte dal governo.

Chiediamoci dunque perché, alla luce del buon andamento dei dati e degli enormi sacrifici sostenuti dai nostri concittadini, i sedicenti esperti invochino ora un nuovo lockdown. Oggi la scusa sono le varianti, e domani? Forse la politica dovrebbe interrogarsi se per la paura del virus valga davvero la pena far smettere di vivere il Paese.


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