- Il discorso sullo stato dell’Unione mostra un presidente Usa in difficoltà: prima blandisce i repubblicani e poi li attacca, promette riforme sociali che non realizzerà e rivendica posti di lavoro non creati da lui.
- La vicenda della presunta sonda spia cinese abbattuta dagli statunitensi agita i rapporti già tesi con Pechino. Che alza i toni: «Non è responsabile diffamarci».
Lo speciale contiene due articoli.
Ha promesso tanto. E, forse, ha rivendicato ancora di più. Fatto che sta, a ben vedere, l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato martedì sera da Joe Biden, sembra mostrare un presidente politicamente in affanno. Nel corso dell’intervento, sono emersi infatti tutti i principali problemi che affliggono l’attuale inquilino della Casa Bianca. A partire dalla sua difficoltà nel trovare numeri parlamentari solidi, essendo costantemente costretto a gestire l’ala più a sinistra del suo stesso partito. E qui sono nati i cortocircuiti.
Biden ha cominciato blandendo i repubblicani, auspicando collaborazione e unità. Parole bizzarre da uno che, fino a poco tempo fa, tacciava il Gop di estremismo. Ma tant’è: il presidente deve fare i conti con una Camera ormai a maggioranza repubblicana. Eppure, poco dopo la carota, Biden ha sfoderato improvvisamente il bastone, accusando l’elefantino di voler tagliare la previdenza sociale. Un attacco che ha innescato la dura reazione dei repubblicani, che hanno fischiato il presidente, gridandogli: «Bugiardo!». Insomma, prima le lusinghe e poi gli schiaffi. Una stramberia fondamentalmente dovuta al fatto che, pur avendo bisogno dei voti repubblicani, Biden sa che una collaborazione col «nemico» non gli verrebbe mai perdonata da una sinistra dem tutta dedita al fanatismo duro e puro. E infatti, proprio per accattivarsi tale frangia, il presidente se n’è uscito con una serie di proposte demagogiche: dalla minimum tax per i miliardari all’idea di quadruplicare la tassa sul riacquisto di azioni proprie, senza trascurare l’elogio del capitalismo «equo» e gli strali contro i «profitti record» di Big pharma (dimenticando forse che Pfizer, alle elezioni del 2020 e del 2022, ha dato la maggior parte dei propri finanziamenti al Partito democratico). Tutti specchietti per le allodole: se queste proposte non sono passate quando i dem avevano la maggioranza in entrambi i rami del Congresso, figuriamoci ora che la Camera è in mano ai repubblicani!
Anche sui successi rivendicati ci sarebbe qualcosa da dire. Biden ha detto di aver creato ben 12 milioni di posti di lavoro. Peccato che sia stato smentito da Fox News la quale, citando il Bureau of Labor Statistics, ha riferito come si tratti in gran parte di posti di lavoro recuperati dopo la pandemia: in realtà, gli impieghi effettivamente creati da Biden sarebbero solo 2,7 milioni. Ma questo è nulla rispetto ai presunti successi rivendicati in politica estera. «Negli ultimi due anni le democrazie sono diventate più forti, non più deboli. Le autocrazie sono diventate più deboli, non più forti», ha dichiarato il presidente. Ebbene, le cose non stanno esattamente così. Da quando Biden è alla Casa Bianca, gli Usa hanno perso influenza su America Latina e Medio Oriente a vantaggio di Cina e Russia. Non solo. Biden ha rivendicato il sostegno all’Ucraina: uno dei pochi momenti in cui si sono registrati applausi bipartisan. Tuttavia ha omesso di dire che, cercando di ripristinare l’accordo sul nucleare con l’Iran, la sua amministrazione ha rafforzato il regime di Teheran, che – oltre a minacciare l’esistenza di Israele – sta fornendo oggi droni militari alla Russia contro Kiev. Biden ha inoltre omesso di ricordare che ha revocato le restrizioni a Cuba e allentato le sanzioni al Venezuela: due regimi non esattamente liberaldemocratici, che stanno spalleggiando Mosca contro l’Ucraina. A proposito: neanche una parola è stata spesa sul dossier afgano l’altro ieri.
Venendo poi alla Cina, l’unico passaggio apprezzabile del discorso è stato forse l’elogio del Chips Act: una legge bipartisan che prende effettivamente di petto la minaccia cinese nel settore dei semiconduttori. Per il resto, Biden si è tenuto piuttosto sul vago. Ha parlato di «concorrenza» con Pechino, auspicando di «modernizzare le […] forze armate per salvaguardare la stabilità e scoraggiare l’aggressione». Il che in teoria sarebbe anche giusto, se non fosse che il presidente ha lasciato scorrazzare indisturbato per quattro giorni un pallone cinese nei cieli americani prima di procedere con l’abbattimento. Un’irresolutezza che ha messo a repentaglio la sicurezza nazionale e compromesso la deterrenza americana nei confronti di Pechino. E questo nonostante, nel discorso di martedì, Biden abbia detto di aver difeso la sovranità degli Usa in quell’occasione. In realtà non sembra proprio. La spiegazione che l’abbattimento sia stato effettuato così tardi per evitare la caduta dei rottami sul suolo statunitense fa infatti abbastanza acqua. Il punto è che, come su tanti altri dossier, anche sulla Cina l’amministrazione Biden è fondamentalmente spaccata al suo interno tra chi vuole severità e chi distensione (a partire da John Kerry).
Non è un mistero che il presidente abbia utilizzato questo discorso come trampolino per un’imminente ricandidatura («finiremo il lavoro», ha detto). Il punto è che la situazione per lui è tutt’altro che rosea. I sondaggi lo danno messo molto male, mentre i cortocircuiti emersi martedì sono evidenti. A peggiorare il quadro sta la totale assenza di trasparenza sia sulla questione del pallone sia sullo scandalo dei documenti classificati: scandalo che l’altro ieri non è stato minimamente menzionato. Il futuro per Biden, insomma, non sembra essere esattamente in discesa.
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