- La Germania teme per l’export delle sue imprese, l’Ue negozia per i flussi di metano che passano dall’Ucraina. Dopo la frenata ai 40 miliardi l’anno per Kiev e la legnata a Macron, ecco un’altra prova che votare è servito.
- Al via il summit elvetico senza Russia (che sta vincendo sul campo) e Cina. Il Dragone: «Dovete incontrarvi a metà strada». Il Sud Globale snobba l’iniziativa, assente Biden.
Lo speciale contiene due articoli.
Nonostante tutto, votare è servito. Non ci credete? Gustatevi il bagno di realtà che è toccato ai bellicisti.
Il cancelliere Olaf Scholz aveva riempito gli ucraini di contraeree e ha pure rinunciato al veto sui bombardamenti nel territorio russo. Alle Europee, i tedeschi hanno mazzolato il Partito socialdemocratico, superato da Alternative für Deutschland. E ora il suo governo sta tirando di nuovo il freno, opponendosi alle sanzioni contro il gas russo.
La notizia l’ha data Politico: alla vigilia della conferenza di pace in Svizzera, i rappresentanti permanenti dell’Ue non sono riusciti a trovare un accordo su un pacchetto di provvedimenti economici, che avrebbe colpito anche il settore del gas naturale liquefatto, attraverso il divieto, imposto ai singoli Paesi, di riesportare il Gnl russo dai porti europei e di finanziare i terminali artici e baltici. Per via del niet di Berlino, la presidenza belga del Consiglio ha dovuto dividere in due tronconi la discussione, che includeva interventi per prevenire il transito di merci attraverso la Bielorussia. L’obiettivo di Bruxelles era di impedire a Vladimir Putin di continuare a comprare tecnologia occidentale, che viene impiegata nell’industria bellica. I teutonici, ha scritto la testata d’informazione, sono però preoccupati «per l’ampliamento di una misura che costringerebbe le aziende dell’Ue a garantire che i loro clienti non possano vendere beni sanzionati a Mosca». Berlino, in sostanza, «teme che le sue piccole imprese soffrano se», dopo il Gnl, «la misura verrà estesa a prodotti di uso civile come quelli chimici o le attrezzature per la lavorazione dei metalli». «Una volta si diceva che fosse sempre colpa dell’Ungheria», ha commentato un diplomatico, «e adesso invece la colpa è della Germania».
Scholz ha provato a sdrammatizzare: «No, non stiamo bloccando le sanzioni, come per tutti gli altri pacchetti stiamo lavorando intensamente con tutti gli altri e vogliamo garantire che tutto venga gestito modo più pragmatico possibile». Ha poi respinto il paragone con Viktor Orbán, spiegando che intende solo proteggere l’economia nazionale, fondata sull’export. E in fondo ha ragione: bisogna essere realisti. Al di là della promessa di restare al fianco di Volodymyr Zelensky fino alla vittoria, al di là dello sprezzo con cui i leader del mondo libero snobbano l’idea di trattare con lo zar.
Qualche trattativa, per la verità, è in corso. L’Europa, ha rivelato qualche giorno fa Bloomberg, sta negoziando affinché sia assicurato il transito del gas dalle infrastrutture che passano per l’Ucraina, anche se allo studio c’è l’ipotesi di immettere nei tubi russi metano azero. L’intesa oggi in vigore scade a dicembre, però diverse nazioni dell’Est dipendono ancora dagli approvvigionamenti di Mosca. E da questo dato non si può prescindere. Né si possono ignorare i vincoli di finanza pubblica sui quali, venerdì, è andato a schiantarsi l’ambizioso piano di Jens Stoltenberg, che avrebbe voluto costringere i membri della Nato a stanziare 40 miliardi l’anno per gli ucraini. È stato il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, a mettersi di traverso, facendo notare che Roma ha già difficoltà a raggiungere il 2% del Pil per le spese militari, previsto dalle clausole dell’Alleanza. Pertanto, non riuscirebbe a far fronte a ulteriori impegni finanziari. Alla fine, persino il G7, pur concordando sui 50 miliardi per la resistenza, da sottrarre ai proventi degli asset russi congelati, ha partorito un’iniziativa al ribasso, che ha posto un argine alle pretese americane.
Sì, votare è servito. Non ci credete? Pensateci bene. In Italia, gli elettori hanno sommerso di preferenze il «putiniano» Roberto Vannacci. Hanno confermato la loro fiducia in Giorgia Meloni, ma nel frattempo il governo, pur risolutamente atlantista, si era smarcato da alcune delle iniziative più oltranziste, opponendosi all’invio di truppe sul terreno, oltre che all’impiego delle armi inviate da Roma per i raid all’interno dei confini della Federazione.
Il pesante verdetto delle urne, intanto, ha costretto Emmanuel Macron a concentrarsi sul fronte interno. Solo poche settimane fa, il Napoleoncino di Parigi aveva disposto l’invio di istruttori militari francesi nella parte occidentale dell’Ucraina e aveva destinato all’aviazione di Zelensky i Mirage in dismissione, ancorché equipaggiati in modo che non potessero bombardare l’oblast di Belgorod. In questo momento, invece, l’inquilino dell’Eliseo è alle prese con la grana dello storico successo di Marine Le Pen. E, pur di arginare l’ascesa del Rassemblement national alle legislative del 30 giugno, è costretto ad appiccicare insieme un’ammucchiata «antifascista».
La Nato, la Germania, la Francia, le sanzioni, le armi, gli aiuti… Magari votare non basterà a salvarci dalla terza guerra mondiale. Ma per ora, a qualcosa è servito.
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