- Molte diocesi Usa hanno investito nel greggio e non intendono tornare indietro. Ma i vescovi sono altrettanto preoccupati dalle derive panteiste dell’ecologismo. E non vogliono far propria una linea che favorisce la Cina.
- Il miliardario ha scelto la sua candidata. Vicina alle élites, l’ex ambasciatrice alle Nazioni Unite potrebbe alla fine diventare la vice di Trump alla Casa Bianca.
Lo speciale contiene due articoli.
Le tensioni tra la Santa Sede e la Chiesa statunitense viaggiano anche attraverso la questione climatica. Ieri, Reuters ha pubblicato un’analisi dei rendiconti finanziari di varie diocesi statunitensi, secondo cui queste ultime «detengono milioni di dollari in azioni di società produttrici di combustibili fossili attraverso portafogli destinati a finanziare le operazioni della Chiesa e a pagare gli stipendi del clero. E almeno una dozzina stanno affittando terreni ai trivellatori». Non solo. La Conferenza episcopale statunitense ha riferito alla stessa Reuters di aver, sì, aggiornato le proprie linee guida sugli investimenti socialmente responsabili, ma ha anche negato di aver chiesto disinvestimenti in riferimento al settore delle energie tradizionali. Una posizione che cozza con l’orientamento radicalmente green, dettato da papa Francesco. Ricordiamo che il pontefice aveva originariamente annunciato che avrebbe preso parte di persona alla Cop28 di Dubai: un appuntamento a cui ha tuttavia dovuto rinunciare per motivi di salute («permane l’infiammazione polmonare associata a difficoltà respiratoria», ha precisato ieri la sala stampa vaticana). Inoltre, lo scorso ottobre, il Papa aveva pubblicato l’esortazione apostolica ambientalista Laudate Deum.
Insomma, la questione climatica è soltanto l’ultimo esempio delle tensioni in corso tra il pontefice e i vescovi americani. Cerchiamo di entrare maggiormente nel dettaglio del problema. Un primo motivo di attrito è assai probabilmente di carattere dottrinale. La salvaguardia del creato è indubbiamente doverosa. Si tratta però di un obiettivo da perseguire all’interno di un quadro filosofico e teologico che si armonizzi con la dottrina cristiana. L’odierno orientamento green è invece spesso frutto di visioni filosofiche radicali, oltre che pregne di elementi marxisti e panteistici. Un quadro generale che ha verosimilmente suscitato i malumori di vari vescovi americani. A ottobre 2021, il National Catholic Register pubblicò un’analisi significativamente intitolata: «Il sostegno acritico della Santa Sede alla Cop26 suscita preoccupazione».
In secondo luogo, si scorge un tema geopolitico. La svolta green di Papa Francesco è sempre avvenuta in connessione alla sua politica estera di apertura alla Cina. Il presidente della Cop28, Sultan Al Jaber, intrattiene stretti legami con Pechino: quella stessa Pechino a cui il Papa ha esplicitamente strizzato l’occhio nella Laudate Deum. Lo stesso Al Jaber è stato ricevuto in udienza dal pontefice lo scorso 11 ottobre. Tutto questo sta avvenendo all’ombra del controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi che, originariamente siglato nel 2018, è stato finora rinnovato due volte nel 2020 e nel 2022. Non è forse un caso che tra i porporati maggiormente critici di tale intesa figurino proprio due statunitensi, come Timothy Dolan e Raymond Burke. E, mentre la distensione tra Santa sede e Cina prosegue, il Papa non esita a lanciare stoccate alla Chiesa statunitense: si pensi solo al recente siluramento del vescovo di Tyler, Joseph Strickland, o alle dure parole riservate dal nunzio apostolico negli Usa, Christophe Pierre, al clero d’Oltreatlantico.
Infine, emerge un dato legato alla politica interna degli Usa. La posizione dei vescovi americani sull’energia tradizionale non sembra discostarsi troppo da quella largamente diffusa nel Partito repubblicano: quest’ultimo esprime storicamente scetticismo verso le rinnovabili e vede nell’autonomia energetica un asset geopolitico da tutelare per evitare la dipendenza da Paesi inaffidabili o potenzialmente ostili. D’altronde, contrari a restrizioni alle energie tradizionali si dicono varie organizzazioni conservatrici d’Oltreatlantico: dalla Heritage Foundation ad Americans for Prosperity (che gravita attorno al miliardario Charles Koch, il quale ha in passato effettuato donazioni alla Catholic University of America). Ora, che papa Francesco non ami il Gop e, in particolare, Donald Trump, non è un mistero. Basti pensare alla campagna elettorale del 2016 o all’enciclica Fratelli tutti, uscita a un mese esatto dalle presidenziali del 2020: in entrambe le occasioni, il pontefice criticò aspramente i «muri», quando l’aspetto centrale del programma di Trump è sempre stato quello della costruzione di un muro al confine con il Messico.
Tuttavia il papa rischia di perdere un alleato sul piano climatico: Joe Biden. Eh sì, perché, nonostante una sbornia green all’inizio della sua presidenza, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha in parte corretto il tiro. A marzo, ha dato l’ok a un mega piano di trivellazioni in Alaska: il Willow Project. Inoltre, martedì scorso, la sua amministrazione ha reso noto di aver raccolto 3,4 milioni di dollari dalla vendita dei diritti di estrazione di petrolio e gas nel Wyoming. Lo stesso fatto che Biden non si recherà alla Cop28, quando invece aveva partecipato alle due edizioni precedenti, è significativo.
La sponda principale del Papa nell’attuale Casa Bianca resta l’inviato per il clima, John Kerry, che – guarda caso – è il capofila dell’ala filocinese dell’amministrazione americana. Eppure, nonostante il recente faccia a faccia tra Biden e Xi, sembra che nello studio ovale stia tornando in auge una postura guardinga nei confronti di Pechino. D’altronde, al di là del dossier green, la Casa Bianca e la Santa sede non sembrano esattamente allineate neppure su vari fronti geopolitici: dalla crisi ucraina a quella mediorientale. Segno dunque che la distanza tra Washington e l’attuale pontefice sta aumentando.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >