2020-04-24
Donald Trump (Ansa)
L’amministrazione Trump punta a ricucire i rapporti con Nuova Delhi. È in questo quadro che va letto l’arrivo di Marco Rubio, sabato, in India.
Nell’occasione, il segretario di Stato americano ha avuto un incontro con il premier indiano, Narendra Modi. “Il segretario ha sottolineato l'importanza strategica del partenariato tra Stati Uniti e India, fondato sui valori democratici condivisi, sulle profonde opportunità economiche e commerciali e sui forti legami personali tra il presidente Trump e il premier Modi”, si legge in un comunicato del Dipartimento di Stato americano, secondo cui Rubio ha anche invitato il leader indiano a visitare la Casa Bianca.
“Il segretario e il premier”, prosegue la nota, “hanno discusso della situazione attuale in Medio Oriente. Il segretario ha sottolineato che gli Stati Uniti non permetteranno all'Iran di tenere in ostaggio il mercato energetico globale e ha affermato che i prodotti energetici statunitensi hanno il potenziale per diversificare l'approvvigionamento energetico dell'India”. I due hanno anche concordato di “intensificare la cooperazione commerciale e in materia di difesa e di accelerare la collaborazione sulle tecnologie critiche ed emergenti”. Infine, Rubio ha espresso “apprezzamento per il fatto che l'India ospiti il prossimo incontro dei ministri degli Esteri del Quad”.
Insomma, la Casa Bianca punta a una sorta di disgelo con Nuova Delhi. Non dimentichiamo che, nel corso del 2025, erano sorti vari attriti tra Stati Uniti e India. Innanzitutto, si erano registrate significative tensioni commerciali. Donald Trump si era più volte lamentato del fatto che Nuova Delhi acquistasse petrolio dalla Russia e aveva imposto dazi all’India. In secondo luogo, Modi non aveva affatto ben visto il progressivo avvicinamento della Casa Bianca al Pakistan. Non bisogna infatti trascurare che, da quando è tornato presidente, Trump ha notevolmente rafforzato la sponda con Islamabad: basti del resto pensare al ruolo centrale che quest’ultima sta attualmente giocando nel processo diplomatico iraniano.
È quindi anche per scongiurare un avvicinamento di Nuova Delhi a Pechino che il presidente americano ha inviato Rubio in India. Tra l’altro, la sua visita è iniziata pochi giorni dopo l’incontro tra Modi e Giorgia Meloni. Il che certifica una convergenza strategica tra Roma e Washington: una convergenza che potrebbe contribuire a rasserenare i rapporti tra l’inquilina di Palazzo Chigi e il presidente americano.
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Da destra a sinistra, Matteo Salvini, Roberto Parodi e Ferruccio Resta (Ansa)
L’ex banchiere che ora spopola sui social: «Questa città respinge tutti, tranne influencer e super ricchi. Io candidato sindaco? Non voglio correre per perdere».
Roberto Parodi, sarà lei il primo sindaco influencer di Milano?
«Già la parola mi fa girare i maroni».
Influencer?
«Persone in cerca di visibilità che vogliono vendere piastre per capelli e abbonamenti a piattaforme cinesi».
Da querela.
«Mia mamma, la professoressa Laura Parodi, giustamente s’incazza: “Hai studiato, hai fatto il banchiere alla JP Morgan, hai scritto nove libri, hai diretto una rivista. Ora fai l’influencer”».
Aspirante sindaco, però.
«Non che per queste cose ti proponi. Fino a febbraio, certo, se n’è parlato».
E adesso?
«La botta del referendum, i casini creati da Trump, l’aumento della benzina. La destra non vive un buon momento».
Il «Parods», suo nome di battaglia, teme la sconfitta.
«De Coubertin diceva che l’importante è partecipare. Col piffero! L’importante è vincere. Per lo meno, avere buone probabilità».
Non s’immolerà.
«Le probabilità sono basse. Non vorrei finire come quell’eroe di guerra che esce dalla trincea offrendo fieramente il petto ai nemici».
Chi l’ha sondato?
«Due partiti di destra».
Democristiano.
«Più da pentapartito».
Conservatore?
«Moderatamente».
Tendenza Meloni?
«Mi piace molto. La compagine governativa, però, non è sempre al suo livello».
È stato ad Atreju.
«Mi hanno invitato per un bel dibattito su elettrico ed ecologia. La mobilità mi sta a cuore. Sono un ingegnere meccanico».
Qualcuno osa: «È un Vannacci più chic».
«Ho massimo rispetto nei confronti di un ex generale della Folgore, ma sono piuttosto lontano da alcuni suoi eccessi ideologici».
Quali?
«I riferimenti alla Decima Mas, per esempio. Anche se condivido chi fatica a definirsi antifascista, parola ormai ostaggio dei peggiori attivisti: da Askatasuna all’estrema sinistra. Sono quelli che vanno in giro a spaccare Milano sventolando tutte le bandiere, meno che il tricolore».
L’epopea di Beppe Sala volge al tramonto.
«Nel secondo mandato ha svaccato. Ha finto, in malafede, che un certo tipo di immigrazione non fosse un problema».
La città è in mano ai maranza?
«È aumentata la piccola criminalità, quella che continuano a giustificare e blandire. Vadano a farsi un giro a Piazzale Corvetto. Poi provino a ripetere che i migranti sono tutti buoni, belli e bravi».
Le «risorse» evocate a sinistra.
«Portano una nuova cultura: questo è l’approccio ideologico. Si continuano a giustificare politicamente. Vedi quello che è successo a Modena».
Salim El Koudri si è lanciato in auto sulla folla.
«Prendono per il culo la gente. Se fossi al posto loro, farei una riflessione. Quando escono queste notizie, vado a leggere cosa scrivono i lettori di Stampa e Repubblica. Il 90% dei commenti era contro le palle sparate dal sindaco di Modena».
Ha provato a minimizzare.
«Attaccando il governo e chi spaccia cattiverie. Bisognava fare passare l’attentatore da italiano: era solo uno psicolabile, la religione non c’entrava niente. Dopo aver letto i suoi messaggi, abbiamo scoperto che schiumava odio contro i cristiani. È il palese fallimento della decantata accoglienza».
Immigrato di seconda generazione.
«Un’aggravante. Grazie al nostro Paese aveva casa, camicia e laurea. Continuiamo a importare disagio sociale. Anzi, ancora peggio».
Cosa?
«Gente che non abbiamo scelto. Nel 1901 finivi a Ellis Island prima di entrare in America. Se non gli andavi bene, montavi sul piroscafo e tornavi a casa con le pezze sul sedere».
Ora c’è troppo permissivismo?
«Noi abbiamo Open Arms che carica duecento persone. Se l’Italia non li vuole, va a processo il ministro degli Interni. Se fa i centri in Albania, i magistrati decidono che non possono funzionare. Ma questo era un segnale: non solo ai migranti, ma alla cricca che li porta qui».
Comprese le Ong?
«Sanno che comunque c’è la Rackete che li carica al largo di Tripoli. Il messaggio, allora, doveva essere: “Non vi facciamo più sbarcare, andate direttamente in Albania”».
Tantissimi poi arrivano a Milano.
«Tre cose cambierebbero la città senza troppo sforzo. La prima è, appunto, la guerra totale a microcriminalità e degrado».
Non sembra agevole.
«Basterebbe usare la polizia locale: è un piccolo esercito, numeroso come quello della Norvegia».
Poi?
«Un’onesta e pragmatica rivoluzione della mobilità. Basta ideologia. L’applicazione becera del Green deal non ha dato alcun beneficio: né alla viabilità né all’ambiente».
Le ciclabili restano il vanto del sindaco.
«Penalizzano le macchine. E le usano solo i privilegiati: devi vivere vicino all’ufficio, godere di ottima salute, tornare presto la sera. E se piove? E se stai a Truccazzano?».
Vuole incentivare quelle che lei chiama «macchinine a pile».
«Sulle elettriche vale lo stesso discorso: serve la wallbox, un ampio box e più soldi per comprarle. Un’altra élite. Ma basta che non impongano di vendere le Euro 6 che vanno benissimo».
«Inquinano meno della scorreggia di un criceto», assicura.
«Circolavano i dati sulla qualità dell’aria. Hanno smesso di darli».
Perché?
«Era peggiorata, visti i colli di bottiglia e le code».
Lei gira a bordo del «Naftone», una Range Rover azzurra del 1984.
«Palese provocazione: è un’auto d’epoca che gode di qualche deroga».
Terza cosa?
«Ripensare culturalmente la città, diventata cafona e rumorosa. Basta con questa attrattività da influencer, con i cocktail a ventidue euro e il sushino».
Si ostenta?
«Un po’ come a Dubai. Ci sono i super ricchi e quelli che non ce la fanno. La borghesia sta sparendo».
Milano è antipatica?
«Respingente. Non puoi più entrare perché c’è l’area B. La metropolitana chiude a mezzanotte. Uno di Busto Arsizio che fa?».
Torna nel contado.
«Sono orgogliosamente sabaudo. Milano mi ha accolto dandomi tutto: opportunità, soldi, case».
Nato ad Alessandria.
«Ma vivo qui da quando avevo venticinque anni».
Sessantadue anni.
«Io dico sessanta».
A cinquantuno decise di cambiar vita.
«Non sono un sostenitore del vendo tutto e apro un chiringuito in Costa Rica. Avevo tre figli. Non potevo fare stupidaggini, ma arrivò un’offerta».
Come andò?
«Ho sempre avuto un talento: raccontare, coinvolgere, intrattenere. Mentre facevo il banker, di notte scrivevo libri e articoli sulla mia passione».
Le moto.
«Mi chiamò un altro grande esperto: Yves Confalonieri, dirigente di Mediaset».
Il figlio di Fedele.
«Aveva letto due di quei libri. Mi spiegò: “Vorrei farci un format”. Dopo che lo scrissi, domandò: “Ti piacerebbe anche condurlo?”. E lì venne fuori l’allineamento astrale».
Ovvero?
«C’era stata la crisi dei subprime. Il mondo degli investimenti non era più tanto divertente. Io ero un altissimo dirigente, che guadagnava un fracco di soldi».
La sua poltrona scricchiolava?
«Anche quella di tutti i colleghi. La gente pensa che i banker abbiano una gran fortuna».
Non è così?
«Ho sempre tenuto a mente Ungaretti: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. In queste grandi società non arriva mai la Cgil a salvarti il fondoschiena».
Quindi?
«Mi sono preso una liquidazione della madonna e ho cominciato a fare il conduttore. Poi sono diventato direttore di Riders, una rivista per motociclisti».
Fino alla luminosa carriera sui social.
«Un colpo di culo. Quando scoppiò il Covid, tutti stavano attaccati al computer sparando stupidaggini. Così, ho iniziato a parlare dei morti di figa che telefonavano alle fidanzate chiuse in casa. Ma è con un altro sproloquio che ho fatto il botto».
Su cosa?
«I dieci errori di look nelle donne: due milioni di visualizzazioni. Adesso ho un milione e mezzo di follower».
Tanti.
«Tantissimi. Guadagno più di quando ero direttore della Société Générale».
Improvvisa?
«Mai. Ogni parola è soppesata decine di volte. È fondamentale il gancio iniziale: hai otto secondi per evitare che scrollino».
Quanti video a settimana?
«Li faccio quando mi vengono. E mi vengono solo quando sono incazzato».
Lo scorso martedì ha esordito in teatro con il monologo Non trovo parcheggio.
«C’è tutto il repertorio: le auto elettriche, le biciclette, le mamme radical chic alla Jacaranda che fanno togliere le scarpe prima di entrare a casa».
La filosofia del «Parods» in una frase.
«Se ha le tette o le ruote, prima o poi ti darà dei problemi».
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A Parma docenti malmenati da studenti stranieri, ma il dirigente invita alla comprensione. Dando un perfetto messaggio di resa.
Sarebbe interessante capire dal provveditore di Parma fino a che punto si debba arrivare. Che cosa si deve aspettare? Che i professori vengano linciati nella pubblica piazza? Che li si accoltelli o gli si dia fuoco? O forse che li si investa con una macchina in mezzo alla strada? A Parma due professori sono stati aggrediti in un parco da un gruppo di maranza. Il primo spintonato e malmenato, il secondo intervenuto per difenderlo bastonato e forse preso a cinghiate. Picchiato anche un ragazzo che si era schierato dalla parte dei due insegnanti. Il tutto mentre i picchiatori sghignazzavano e riprendevano soddisfatti la scena col telefonino.
Il ministro Guido Crosetto ha chiesto che i giovinastri siano duramente sanzionati. Ma Andrea Grossi, dirigente dell’Ufficio scolastico territoriale di Parma, non è d’accordo: «È un fatto grave, ma non è giusto enfatizzarlo più di tanto dal punto di vista fisico, perché non risultano feriti», dice. La scuola, insiste, deve educare e non sanzionare. Deve spiegare a quei ragazzi le conseguenze delle loro azioni in modo «civile, corretto e pacifico». Alla Stampa Grossi dichiara: «Io credo che bisogna essere precisi e chiari nelle responsabilità. Da una parte la scuola può usare parole con precisione per definire i comportamenti e le conseguenze, quindi invitare tutti e spingere tutti ad assumersi le proprie responsabilità. Ma poi c’è un piano, quello educativo, a cui deve cercare sempre di ricondurre la questione». Già, bisogna spiegare le cose in modo civile e pacifico a dei picchiatori incivili. Dopo tutto non ci sono stati dei feriti, no? E allora di che ci preoccupiamo? La prossima volta magari qualcuno verrà sbudellato o gli romperanno un braccio, allora sì che potremo indignarci. Del resto, come fanno sapere tutti i grandi giornali, i professori non sporgeranno denuncia.
A questo punto, viene da dire che ci meritiamo di essere oppressi. Ci meritiamo le intemperanze dei maranza e le umiliazioni quotidiane dei violenti e dei bulli. Perché la scuola - che appunto dovrebbe educare - non lo fa. Tutto per una ragione idiota: perché qualche genio ritiene che educazione e sanzione siano cose diverse. Perché qualcuno, imbottito di stupidaggini ideologiche mal comprese e peggio applicate, crede che autorità sia sinonimo di sopraffazione, e quindi accetta di farsi mettere i piedi in testa pur di non apparire bigotto o conservatore. Come si può pensare che quei maranza capiscano la gravità di quello che hanno fatto se non avranno conseguenze pesanti e se la potranno cavare con un buffetto? Quale insegnamento potrà mai essere in grado di impartire loro una scuola formata da professori che non denunciano e dirigenti che sminuiscono la gravità dell’accaduto?
Purtroppo non è un caso isolato. Ogni volta sentiamo ripetere le stesse scuse: se uno straniero delinque è per via della povertà, del disagio sociale, o perfino della malattia mentale. Non esiste un immigrato che sia responsabile delle sue azioni, solo gli italiani e europei lo sono. Un trentenne si lancia con l’auto contro la folla? Povera stella, è un malato non un terrorista. Un quindicenne progetta attentati? Poverino anche lui, è vittima del disagio sociale. Una manica di maranza picchia i professori? Non siamo troppo duri, è una ragazzata. Curioso che le istituzioni e parte dell’opinione pubblica non siano state altrettanto tenere nei riguardi della famiglia nel bosco. Lì due genitori che hanno scelto di educare alla libertà i loro bambini - che sono ancora piccoli, e che non hanno fatto male a nessuno - vengono duramente puniti e umiliati. Viene da pensare che accada perché i Trevallion sono gentili, bianchi e occidentali, non arroganti stranieri convinti di poter spadroneggiare. Quel che accade a Parma, in qualche modo, è ferocemente emblematico dell’Europa odierna, che è vigliacca e tremebonda con chi la opprime e minaccia, poi fa la voce grossa con i deboli e gli indifesi. Un’Europa che ha dimenticato scientemente la propria storia, fingendo di non sapere che a garantire la libertà sono le regole, e se le regole non vengono fatte rispettare (anche punendo chi le viola) allora non servono a niente. L’ideologia progressista ha demolito l’autorità sostenendo che fosse deleteria e oppressiva. Ma se scompare l’autorità il potere non svanisce: resta soltanto privo di limiti. Senza autorità, vale la legge del più forte, che è il contrario dello stato di diritto. Ed è questa legge a essere legittimata da professori e dirigenti scolastici di Parma: i maranza menano, loro rispondono con le carezze. L’unica educazione che forniscono così è quella alla sottomissione.
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