La manovra di bilancio 2018 è stata votata il 23 dicembre, dopo che il governo ha posto la fiducia sul maxi emendamento. Attenzione. Parliamo della finanziaria dell’anno scorso, quella approvata dal Parlamento al fotofinish, poco prima del Natale del 2017. All’epoca il presidente del consiglio non era Giuseppe Conte, ma Paolo Gentiloni e poteva contare non solo su un’ampia maggioranza, garantita oltre che dal Pd anche dai voltagabbana (che nel corso della legislatura abbandonarono Forza Italia per transitare in alcuni partitini creati ad hoc per indossare la nuova casacca) ma aveva dalla sua anche l’Europa, che non si era sognata di fare storie nonostante i conti dell’Italia fossero taroccati. Tuttavia, nonostante il voto definitivo sia arrivato alla vigilia di Natale e con la fiducia, a Giorgio Napolitano non venne in mente di sostenere che il Parlamento fosse stato umiliato, come invece (…)

(…) il presidente emerito ha dichiarato ieri, precisando di condividere l’allarme di Emma Bonino per il modo con cui si è arrivati all’esame della legge di bilancio. Forse il nonno della Repubblica si era abbioccato?

Beh, se lo scorso anno era distratto, l’ex capo dello Stato non doveva esserlo nel 2006, cioè pochi mesi dopo essere stato eletto al Quirinale. All’epoca la manovra venne approvata con maxi emendamento e conseguente fiducia il 15 dicembre, ma per farla passare fu necessario il voto dei senatori a vita, cioè di personcine non scelte dagli italiani, ma da chi sta sul Colle. In quel caso la democrazia venne umiliata? Si sentì forse qualche parola di biasimo del presidente della Repubblica? Ovviamente no, anche perché a Palazzo Chigi c’era un signore di nome Romano Prodi e l’esecutivo era di sinistra, dunque per principio non ci poteva essere una violazione delle prerogative del Parlamento. E nel 2007, sempre regnante re Giorgio, le Camere vennero forse umiliate? Ma no. La fiducia sulla manovra arrivò anch’essa sul filo di lana e per di più con un piccolo problemino su quale Consiglio dei ministri avesse autorizzato a porre lo strumento che fa saltare tutti gli emendamenti presentati in Parlamento. Il ministro Vannino Chiti, comunista doc, spiegò che l’autorizzazione esisteva già e tanti saluti a coloro i quali si interrogavano sul rispetto delle procedure. Napolitano disse forse qualche cosa? Manifestò per caso un leggero dubbio sulla procedura adottata per far passare la legge di bilancio? No, al Quirinale non fecero un plissé. Grazie alla fiducia gli emendamenti presentati dagli onorevoli venivano spediti a quel paese, ma il garante della Costituzione si preparava a festeggiare Natale e Capodanno facendo un brindisi agli italiani: tié, anche quest’anno tutto è filato per il verso giusto. Che ovviamente per Napolitano è sempre il verso che svolta a sinistra, come ha dimostrato nell’arco del suo settennato e – ahinoi – anche nei due anni con cui ha prolungato la sua permanenza sul Colle.

Uscito dal Quirinale, anziché rassegnarsi al vitalizio, che nel suo caso non sappiamo se sia doppio o triplo avendo occupato tutte le sedie possibili (parlamentare, europarlamentare, presidente della Camera, ministro, presidente della Repubblica), l’ex capo dello Stato ancora briga per influire sulla vita del Paese e inclinare verso la parte politica da cui proviene, ossia la sinistra, ogni decisione, anche a costo di deformare la realtà.

Per altro, se c’è qualcuno che ha umiliato il Parlamento, non rispettando in alcun modo la volontà degli italiani, questo è proprio il presidente emerito. Tutti infatti ricorderanno che cosa accadde nel novembre del 2011, quando a Palazzo Chigi c’era Silvio Berlusconi. Per mesi Napolitano aveva provato a trovare il modo di sostituirlo con un uomo gradito all’Europa e, approfittando dello spread, alcune settimane prima gli riuscì il colpo di far dimettere il Cavaliere. In una normale democrazia, caduto un presidente del Consiglio è il Parlamento che deve esprimersi per decidere con chi sostituire il capo del governo e, nel caso non si trovi una soluzione, è scontato il ritorno alle urne. Come in una monarchia, sette anni fa Napolitano fece invece tutto di testa sua. Caduto il leader del centrodestra, nominò l’ex rettore della Bocconi, Mario Monti, senatore a vita e subito dopo gli affidò l’incarico di formare il nuovo governo. E il Parlamento? Alle Camere toccò ratificare quello che aveva deciso il Colle. Democrazia umiliata? Ma neanche a parlarne. Re Giorgio aveva deciso per il bene del popolo. Come un vero dittatore comunista. Nell’animo l’ex presidente è lo stesso che applaudì i carri armati russi a Budapest. Sono trascorsi 62 anni, ma il suo concetto di democrazia è sempre lo stesso. Solo che ora non dispone dell’Armata rossa.

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