Non sanno fare neanche i conti. Tagliati gli sgravi anti Covid

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, ma se le promesse arrivano dal governo è probabile che ci sia di mezzo anche l’oceano. Già abbiamo visto che fine hanno fatto i bonus, a cominciare da quello per bici e monopattini. Annunciato agli inizi di aprile, avrebbe dovuto consentire a chi ne facesse richiesta di avere lo sconto sull’acquisto di velocipedi, anche elettrici. Confidando nel vantaggio economico, in molti si sono accaparrati le due ruote, ma della riduzione di prezzo annunciata neanche l’ombra.

Invece di scrivere a produttori e rivenditori che la differenza di prezzo l’avrebbe pagata lo Stato, il governo ha detto agli italiani che sarebbe bastato un clic per ottenere l’abbuono. Ma, come si sa, verba volant e dunque dal clic si è passati rapidamente al flop. Gli acquirenti di biciclette e monopattini dovranno iscriversi a un portale e fare domanda, ma si dà il caso che, a distanza di mesi dal varo del bonus, il sito Internet su cui presentare la richiesta ancora non esista. Forse vedrà la luce a novembre, ma non è detto, perché potrebbe slittare ancora.

Dicevamo che questo è solo un esempio della distanza che corre tra gli annunci e i provvedimenti. Infatti, allo sconto sui velocipedi può essere aggiunto quello delle vacanze, che è stato usato solo all’8%, perché le norme erano talmente complicate da renderlo poco fruibile. Alcuni albergatori, tra l’accettare la promessa del governo di un rimborso e rinunciare alla clientela, hanno scelto quest’ultima strada. Il rischio per la categoria dell’hotellerie era di non vedere un euro, con il risultato di avere, oltre al danno della crisi causata dal Covid, anche la beffa di un rimborso che non c’è.

L’elenco delle promesse mancate che ci è capitato di ascoltare in questi mesi potrebbe continuare, ma vi vogliamo raccontare un’altra fregatura fresca fresca con cui la coppia GualtieriConte ha gabbato le imprese italiane. Ricorderete che a metà maggio, in vista della riapertura delle attività, l’esecutivo aveva varato il cosiddetto decreto Rilancio, ossia un pacchetto di misure per far ripartire le attività imprenditoriali. Tra queste ce n’era una che garantiva un vantaggio fiscale sulle spese sostenute per assicurare la sanificazione degli ambienti e la protezione dei dipendenti. L’articolo 125 del decreto introduceva infatti un credito d’imposta pari al 60 per cento sugli acquisti di mascherine, gel e tutto il materiale necessario a mettere in sicurezza gli ambienti di lavoro. Il comma assicurava un’esenzione fino a 60.000 euro per ciascun beneficiario, nel limite complessivo di 200 milioni per l’anno in corso.

Ovviamente, aziende medie e piccole hanno fatto i propri conti, investendo quattrini per fornire ai dipendenti tutto il necessario e anche di più. Già, meglio non rischiare con il Covid, anche perché la responsabilità di un contagio avrebbe potuto ribaltarsi sul responsabile della sicurezza e inevitabilmente sulla società. Per farla breve tutti, anche il nostro giornale, hanno comprato bancali di mascherine ed ettolitri di gel, istallando in ogni angolo dei dispensatori. Per non dire poi dei soldi spesi in pulizie con apposite attrezzature per sanificare i locali. Insomma, mettersi al riparo dal coronavirus è costato un occhio della testa, che però gli amministratori contavano di scalare dalle tasse. E invece no, la beffa del duo GualtieriConte era in agguato e si è materializzata l’altroieri con una direttiva dell’Agenzia delle entrate con cui si spiega che il credito d’imposta è pari al 15,6%. Già così la fregatura è chiara, perché un conto è avere uno sconto del 60% e un altro è averlo ridotto di tre quarti. Ma la realtà è anche peggio. Infatti il credito d’imposta non è il 60% e nemmeno il 15, ma il 9, perché il 15% va calcolato sul 60 per cento.

Quello del Fisco è cioè un gioco delle tre carte, dove a vincere è sempre il banco, cioè l’Agenzia delle entrate, che le tasse le vuole per intero e pagate entro i termini (pena multe salate), ma quando si tratta di riconoscere un vantaggio fiscale fa di tutto per ridurlo al minimo, in modo che i contribuenti rimangano con un pugno di mosche. È quel che succederà a molte aziende quando faranno i conti: credevano di avere un risparmio sulle tasse, ma non ci sarà nessun credito. Proprio come il governo, che in quanto a credito sta a zero.

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