Il metodo Conte è quello di durare senza governare

Io capisco che Giuseppe Conte abbia paura di perdere la poltrona. Probabilmente, nei suoi panni, qualsiasi miracolato che sia stato baciato dalla fortuna e si sia trovato a occupare un posto che mai avrebbe immaginato di poter ricoprire, farebbe ciò che sta facendo lui e cioè si incollerebbe alla poltrona, costi quel che costi.

Tuttavia, pur riconoscendo le buone ragioni del presidente del Consiglio per fingere di fare il presidente del Consiglio, è difficile non notare che da mesi, salvo stringere le mani, sorridere e spargere frasi rassicuranti a destra e a manca, altro non riesce a fare. Il governo è impantanato in una serie di beghe interne e di conseguenza lo è anche il Paese, perché ogni decisione è rinviata a data da destinarsi, cioè spostata più in là per evitare una crisi.

Qualcuno forse sa quando verrà presa la decisione su Autostrade? Eppure il premier annunciò che avrebbe fatto decadere la concessione alla società della famiglia Benetton a prescindere dalle inchieste giudiziarie. Invece, dal disastro del ponte Morandi, dove morirono 43 persone e altre rimasero ferite, nulla si sa di ciò che accadrà. Alla società verrà revocata la licenza oppure sarà inflitta una penale? E la sicurezza? C’è forse qualcuno che oggi è in grado di assicurare che dopo la strage di Genova sono stati messi in atto tutti gli interventi per garantire chi viaggia e paga un pedaggio? Al momento nessuno pare in grado di rispondere a queste domande, perché a Palazzo Chigi sono tutti muti come pesci, spaventati dalle conseguenze di qualsiasi decisione, che si tratti di una revoca della concessione o di una sanzione.

E che dire dell’Ilva? Quando il gruppo franco-indiano annunciò la decisione di riconsegnare le chiavi dell’acciaieria che le era stata affidata, Giuseppe Conte minacciò sfracelli. Dall’alto della sua cattedra in giurisprudenza, il capo del governo parlò di azione giudiziaria contro il gruppo straniero, lasciando balenare un’azione di responsabilità per l’abbandono del sito industriale. A distanza di mesi però, del procedimento civile paventato non c’è alcuna traccia, né vi è notizia di un ripensamento della multinazionale. Anzi, la sensazione è che il presidente del Consiglio abbia messo nel freezer qualsiasi decisione, nella speranza che il tempo, più che la notte, porti consiglio.

Non molto diversa è la situazione di Alitalia, la compagnia di bandiera che sembrava dovesse essere venduta a un tandem composto dalle Ferrovie dello stato e dal colosso americano Delta. Naufragata la trattativa, la società è sospesa in un limbo, senza che nessuno sappia che fine farà, ma soprattutto senza che a Palazzo Chigi qualcuno abbia in mano il dossier per risolvere il caso.

Ai guai dell’Alitalia si sono aggiunti di recente quelli di Air Italy, secondo vettore italiano, anche se posseduto dall’Aga Khan e dal Qatar. L’azienda ha chiuso i battenti, portato i libri in tribunale e licenziato i dipendenti. E il governo che fa? Adotta la strategia già sperimentata con altre crisi, cioè non fa nulla.

Il metodo Conte, che consiste nel glissare, è stato trasposto anche su questioni di altra natura, come la prescrizione o i decreti sicurezza. La maggioranza è a rischio perché una parte vuole cancellare una norma e un’altra invece la vuole conservare? Beh, non c’è da preoccuparsi: basta rinviare. Così è stato fatto con le regole del processo, sulle quali non si è trovata una soluzione e dunque si è preferito glissare. Stessa musica con le tanto discusse misure anti-immigrazione. Un pezzo di Pd e anche Italia viva le vuole abolire, ma dentro i 5 stelle c’è chi non ci sta a cancellare tutto. E allora Giuseppe Conte, che pure è stato il premier che ha approvato sia la prescrizione che le norme contro le Ong, che cosa fa? Niente, semplicemente traccheggia, cercando di rimanere a galla tra i marosi della maggioranza.

E sulle tasse? Anche qui c’è da dire, perché la manovra varata in extremis lo scorso anno prevedeva imposte sulle bibite e sulle bottigliette di plastica. Per evitare uno scontro, alla fine si decise di rinviare tutto di sei mesi, in attesa che si votasse in Emilia Romagna. Ma trascorso il periodo elettorale la questione puntualmente si ripropone. E l’avvocato del popolo a questo punto che fa? Beh, semplice: stringe le mani, sorride e si aggiusta la pochette, rimanendo ben saldo sulla poltrona. Conte sa bene che Renzi lo vuole fare cadere. E sa altrettanto bene che se molla la cadrega poi non ci sarà la partita di ritorno. Dunque l’imperativo rimane: resistere, resistere, resistere. A qualsiasi costo, anche quello di vedere naufragare il Paese.

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