Chiuderci tutti è diventato una specie di dogma

Non bisogna soffiare sul fuoco dell’inquietudine, né alimentare il tormento di tanti italiani. Parola di Roberto Speranza, che ieri si è concesso al Corriere della Sera con un’intervista lunga un’intera pagina. Nonostante lo spazio il ministro della Salute non aveva molto da dire, se non che le decisioni lui le assume con animo sereno: «Tutelare la vita non è un lavoro sporco, ho giurato sulla Costituzione per questo».

Il capo di Articolo 1, il micropartitino di Pierluigi Bersani e compagni, cui da un anno è affidata la lotta contro il Covid e di cui tutti possono misurare i risultati, tuttavia, si dice ottimista: «Grazie ai sacrifici di queste settimane e all’accelerazione della campagna di vaccinazione già nella seconda parte della primavera vedremo risultati incoraggianti e staremo meglio». A dire il vero, parole rassicuranti le aveva già pronunciate lo scorso anno. Anche allora, con interviste e addirittura con un libro scritto di suo pugno Speranza si era detto certo di una pronta guarigione del Paese. Come sia finita è risaputo, visto che nonostante le promesse abbiamo passato il Natale chiusi in casa e ora ci apprestiamo a trascorrevi anche la Pasqua. Ma perché non fissare una data per le riaperture, gli domanda il giornalista di via Solferino. Risposta: «Non possiamo suscitare illusioni (…) Non c’è una data in cui tutto magicamente finisce. In questo momento parlare di area gialla è sbagliato, perché i nostri scienziati ritengono non sia sufficiente a contenere il contagio con questo livello di vaccinazione». Speranza non prova neppure a nascondere che bisogna tener chiuso perché, nonostante gli sforzi di Figliuolo e Curcio, la campagna di immunizzazione è ancora indietro, in quanto è partita in ritardo e non ci sono i vaccini: «La vaccinazione è l’arma decisiva per chiudere questa fase difficile». Ma siccome non è realistico immaginare che prima della fine dell’estate si sia inoculata la maggioranza degli italiani, occorre restare chiusi in casa, perché «Se permettessimo una mobilità nazionale senza vincoli avremmo numeri incontrollabili».

Come detto, nulla di nuovo rispetto a ciò che il ministro della Salute ripete senza sosta, spostando il traguardo sempre un po’ più in là. Ogni volta la predica si chiude dicendo «per qualche settimana dovremo fare sacrifici». Il problema è che dalla primavera si passa all’estate e, come è accaduto lo scorso anno, per qualche curioso imprevisto la soluzione è procrastinata all’autunno. Dopo di che è un attimo arrivare a Natale. E volete non fare un piccolo sforzo per preservare il giorno che coincide con la nascita del Bambinello, come chiese via diretta Facebook il pio Giuseppe Conte? Poi c’è il carnevale, dove ogni scherzo vale, e si passa direttamente a Pasqua.

Ma il problema non sono solo le promesse fallate dell’ex assessore all’Urbanistica di Potenza assunto a stratega dell’emergenza. È che oltre a distribuire rassicurazioni, il nostro non sente altre ragioni che il verbo delle chiusure. Per lui il lockdown è un dogma di fede, la sola e unica medicina contro il Covid. Che fior di scienziati comincino a interrogarsi sull’efficacia delle chiusure, rendendosi conto che non sono la soluzione, non scuote le sue certezze. Eppure, per rendersi conto che non si tratta di soffiare sull’inquietudine degli italiani, come ha detto ieri il ministro, ma di fidarsi della scienza, che però non è solo quella del Cts governativo, bastava girare pagina. Non sulle strategie ministeriali, ma proprio andare oltre l’intervista di Speranza per arrivare fino a pagina 9 del quotidiano di via Solferino. Qui, sotto a un pensoso articolo del fisico Carlo Rovelli dedicato alla pseudoscienza e alla paura di criticare i ciarlatani, si poteva leggere di un importante studio realizzato da tre ricercatori. Il gruppetto, che lavora per importanti università, tra le quali quella di Harvard, ha raccolto in un database le informazioni relative a 152 Paesi, mettendosi insieme tutte le misure messe in campo per contenere la pandemia e confrontandole con i risultati. Il periodo considerato va dall’inizio dell’emergenza alla fine del 2020, cioè prima dell’arrivo dei vaccini e il metodo utilizzato per verificare il livello di intensità dei lockdown è quello definito dall’università di Oxford, che considera la chiusura delle scuole, dei luoghi di lavoro, di bar e ristoranti e le restrizioni agli eventi pubblici. In più sono stati inseriti tutti i dati riguardanti la mobilità, così com’è misurata da Google maps. Obiettivo della ricerca? Capire l’effetto che fa stare chiusi in casa o per lo meno provarci. Risultato: una seconda o terza chiusura rigida hanno «un effetto significativamente più attenuato» sulla riduzione del numero dei morti rispetto alla prima restrizione. E sull’indice Rt, quello che Speranza e compagni non smettono di ricordarci «non ha un impatto significativo». Cioè, tradotto, vietare alle persone di uscire e tornare a una vita quasi normale, non serve a nulla, perché con il passare del tempo le limitazioni delle autorità «sono sempre più ignorate». I tre esperti ne concludono dunque che le restrizioni per essere efficaci «dovrebbero essere rigorose e brevi». Insomma, il contrario di ciò che dice e fa il ministro della Salute.

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