Non si può celebrare la Liberazione se si negano le stragi dei partigiani
Ansa
A 20 anni dall’uscita del «Sangue dei vinti» di Giampaolo Pansa, le vendette compiute dopo il 25 aprile sono ancora un tabù. Molte delle vittime non indossavano alcuna divisa e troppi assassini sono stati considerati eroi.

Sono passati 20 anni da quando Giampaolo Pansa pubblicò Il sangue dei vinti, il libro dedicato a quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile. Ricordo che lo presentai a Genova, all’interno di Palazzo Ducale, durante un convegno organizzato dalla Regione Liguria e dal giornale che all’epoca dirigevo. Se mi ritorna in mente il volume con cui Giampaolo si consacrò come il più coraggioso giornalista italiano, capace di andare controcorrente e di schierarsi anche contro il quotidiano da cui proveniva, ossia Repubblica, non è per celebrare l’anniversario di uscita del volume. No, parlo de Il sangue dei vinti perché 20 anni sono passati invano se ancora oggi c’è chi nega che con la scusa della Resistenza in Italia si consumarono terribili vendette che con il fascismo avevano poco a che vedere. Mancano due giorni al 25 Aprile, giornata in cui si festeggia la Liberazione. E proprio a Genova, il presidente del Consiglio regionale della Liguria, tal Gianmarco Medusei, militante della Lega, ha avuto l’ardire di dichiarare in un’intervista all’edizione locale del telegiornale della Rai che in quel periodo ci furono «anche eccidi da una parte dei partigiani» e questo imporrebbe «di ricordare tutte le vittime, perché non ci possono essere morti di serie A e di serie B». Apriti cielo! L’opposizione è insorta chiedendo le dimissioni del consigliere leghista, mentre il comitato di redazione della Rai locale, cioè il sindacato dei giornalisti della tv pubblica, ha emesso un comunicato per dissociarsi dalle parole di Medusei. Vi risparmio le frasi degli esponenti di Rifondazione comunista e quelle dei rappresentanti dell’Anpi, tanto le potete immaginare. Infatti, ciò che mi preme raccontarvi non sono le reazioni del Pd, dei 5 stelle e della compagnia di giro della sinistra ma, come spiega il libro di Pansa, ciò che accadde in Liguria dopo il 25 aprile.

Basta prendere Il sangue dei vinti e sfogliarlo fino ad arrivare a pagina 137, dove inizia un capitolo dal titolo «Omicidi quasi privati» e ci si imbatte negli eccidi di cui ha parlato con grande scandalo Medusei. Si parte da Imperia, nella cui provincia i giustiziati dopo la Liberazione furono 246, di cui 135 civili. Sì, molti degli assassinati non indossavano alcuna divisa, ma anche se non si erano resi responsabili di torture furono massacrati lo stesso. Nell’elenco riportato da Giampaolo ci sono il medico prelevato in ospedale, la donna di 86 anni sequestrata e ammazzata, le sorelle casalinghe portate via da casa e giustiziate, un’altra casalinga assassinata con il figlio diciottenne, un’anziana coppia eliminata senza riguardo, il farmacista ucciso a botte e poi il contadino con la figlia di 15 anni. «Sotto la mannaia della giustizia partigiana, o che si spacciava per tale», scrive Pansa, «cadono l’agricoltore, il ferroviere, l’elettricista, l’impiegato dei monopoli di Stato, la sarta, il capostazione, il floricoltore, il muratore, la pettinatrice, il direttore di bande musicali, la guardia campestre, l’ebanista, l’addetto al frantoio, l’impresario di costruzioni navali». Tutti fascisti? Forse, o forse no. Ma se anche lo fossero stati, è difficile credere che una ragazza di 15 anni si fosse macchiata di tali orrendi crimini da essere ammazzata senza processo. Un caso limite? No. Pansa dedica ben cinque capitoli agli assassini compiuti in Liguria dai partigiani dopo la Liberazione. «A Savona la resa dei conti fu molto più sanguinosa che a Imperia». Si parla di 472 vittime e la storia della loro fine spesso mette i brividi: «C’è il brigatista costretto a morire tra i tormenti. Quello fatto annegare in mare. Padre e figlio soppressi insieme. Due fratelli, il primo di 19 anni e il secondo di 15, giustiziati uno dopo l’altro. Il brigatista diciottenne scovato a casa e ammazzato con la madre e la sorella». Anche questi tutti fascisti? Forse, o forse no, ma il fatto di non esserlo non li mise al riparo dalle vendette. È il caso di Giuseppina Ghersi, una ragazzina di 13 anni che il 25 aprile venne rapita in strada. Apparteneva a una famiglia di commercianti di frutta e verdura che non aveva niente da spartire con la Repubblica sociale e con il fascismo, ma i partigiani decisero che quella bambina era una spia: le tagliarono i capelli a zero, le cosparsero la testa di vernice rossa, la rinchiusero in un campo di concentramento dove la pestarono e la violentarono. Quando fu allo stremo, la portarono vicino al cimitero di Zinola e la freddarono con una raffica di mitra. «Giuseppina fu la prima, ma dopo venne una lunga serie di esecuzioni», scrive Giampaolo: «omicidi con una sola vittima e assassini plurimi, a volte di interi gruppi familiari».

A Genova, dopo il 25 aprile del 1945 i giustiziati furono 713, 456 civili, 71 donne: «Una strage compiuta notte dopo notte». Vi risparmio l’elenco, ma due storie ugualmente terribili ve le voglio raccontare. Una riguarda la famiglia Cereseto. Il figlio di 18 anni si era arruolato nella Guardia repubblichina: quando lo arrestarono, il padre mandò la sorella, anch’ella di 18 anni, a portare qualche indumento e del cibo al fratello. I partigiani fermarono pure lei e due giorni più tardi uccisero entrambi. Il padre fu preso un mese dopo: i partigiani lo ammazzarono e lo gettarono in mare. Passata qualche settimana, un gruppo di «liberatori» si presentò invece a casa di un tenente colonnello della Guardia repubblichina e, non trovandolo, presero la moglie e i figli, due ragazzi di 14 e 8 anni. «Li condussero al cimitero di Pegli o a villa Doria, il luogo è incerto, e lì li uccisero, prima lei e poi i figli».

Mi fermo qui, anche se potrei continuare. Mi resta solo una domanda: davvero c’è chi ancora vuole negare che in nome della lotta al fascismo furono perpetrati crimini orrendi? Davvero si vuole continuare a nascondere gli eccidi partigiani? La guerra di Liberazione è una storia di luci e ombre, di onore e orrore. E chi si indigna per le parole di un consigliere leghista non fa un bel servizio alla verità. Se davvero si vuole celebrare il 25 aprile, occorre aprire le tombe che per quasi 80 anni hanno sepolto delitti aberranti. Del fascismo sappiamo e condanniamo tutto. Ma quando cominceremo a condannare le agghiaccianti esecuzioni compiute da chi, in nome dell’antifascismo, si comportò da criminale? Non si tratta di revisionismo, ma di mettere fine al negazionismo che finora ha consentito che dei comuni assassini siano ricordati come eroi.

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