Sveglia alla sinistra: cade la scusante del clima impazzito
Elly Schlein (Imagoeconomica)
I magistrati sono convinti che le vere responsabilità del disastro non siano dell’inquinamento, bensì degli amministratori sciatti.

Da tempo sono convinto che il cambiamento climatico sia un grande alibi. Piove in Emilia Romagna e i fiumi esondano? La colpa, invece che degli amministratori incapaci di fare le pulizie degli alvei e le opere di consolidamento degli argini, è immediatamente attribuita al surriscaldamento globale. In Sicilia, a causa della siccità, manca l’acqua per irrigare i campi e anche per consentire ai cristiani di farsi una doccia? La responsabilità, invece che ai politici che non hanno investito nel rifacimento della rete idrica e nella costruzione di invasi, è addebitata all’aumento dei gas serra. Insomma, il climate change è ormai diventato la sanatoria di tutti gli errori e di ogni ritardo. Colpa sua se durante una giornata di pioggia torrenziale le strade si allagano. Ed è sempre a causa della temperatura mondiale in aumento e non della manutenzione in calo se basta un temporale con po’ di vento ad abbattere gli alberi più vecchi.

Il surriscaldamento globale è la spiegazione di qualsiasi fenomeno. Anzi, una specie di imprecazione di fronte a ogni disastro. Prima, per lamentarsi si diceva: piove, governo ladro. Adesso, invece, si nomina il cambiamento climatico e ce la si prende con i «negazionisti», quasi che sia sufficiente ammettere che la terra ha la febbre per sentirsi assolti da qualsiasi responsabilità di fare investimenti per mettere in sicurezza il territorio.

Poi però, dopo tanto discutere della temperatura che sale, ecco arrivare le inchieste che fanno tornare tutti a un principio di sano realismo. Le alluvioni e i disastri naturali si sarebbero potuti evitare se ogni città avesse fatto le opere necessarie. E anche se la temperatura negli ultimi anni è in crescita, tocca a sindaci, governatori e ministri fare tutto il possibile per evitare esondazioni, frane e disastri vari. La Procura di Prato, dopo mesi di accertamenti, ha chiuso le indagini e si prepara a chiedere il rinvio a giudizio di amministratori e funzionari, con buona pace degli ayatollah verdi alla Bonelli. Secondo i magistrati, i sindaci che si sono succeduti alla guida della cittadina toscana (l’ultima costretta alle dimissioni per un brutto affare di soldi e massoneria) non hanno fatto ciò che era necessario a evitare le inondazioni. Le opere, pur previste, sono andate a rilento e i fondi spesso sono stati dirottati verso altri investimenti. In pratica, gli interventi non sono stati considerati né necessari né urgenti.

La faccenda mi ha fatto tornare in mente quanto è accaduto due anni fa in Emilia Romagna. La Regione, di cui Elly Schlein era vicepresidente con delega all’ambiente, ha molto discusso di cambiamento climatico, delle sue conseguenze e della necessità di arrivare a emissioni zero. Però, in termini di invasi per contenere le acque in eccesso di una zona ritenuta dall’Ispra ad alto rischio di dissesto idrogeologico, non ha fatto quasi nulla. Tanti convegni, tante chiacchiere, zero – o quasi – opere. A volte perché i comitati territoriali non erano d’accordo nella collocazione delle vasche di laminazione. Altre in quanto c’era qualche specie animale da proteggere, fossero pure le lontre che scavano buche negli argini. Risultato, mezza Regione è finita sott’acqua, con danni per centinaia di milioni. E invece di fare mea culpa, a sinistra che hanno fatto? Si sono messi a dare la caccia ai negazionisti, sostenendo che si deve accelerare il Green deal. Poi però, arrivata la Procura, il green washing con cui si vorrebbero cancellare le responsabilità della politica e dei funzionari finisce sul banco degli imputati. In attesa del prossimo bagno di realismo che farà capire che l’ambientalismo di gente come Angelo Bonelli è il nuovo comunismo.

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