A&A, ex intoccabili come le toghe che li coccolavano

Per anni, nelle procure italiane ci sono stati due intoccabili. Per quante ne combinassero, per quante balle sparassero, per quanto i loro propositi fossero loschi, nessuno – e ribadisco, nessuno – ha avuto il coraggio, la voglia o il potere di fermarli. Così Vincenzo Armanna e Piero Amara, il primo ex funzionario dell’Eni licenziato dall’azienda petrolifera (come prima era stato licenziato dalle Ferrovie), il secondo ex avvocato del cane a sei zampe, anch’egli a un certo punto messo alla porta dai vertici del gruppo, hanno potuto agire indisturbati, diventando in pratica «collaboratori di giustizia», coccolati e ascoltati come oracoli dai pm di diversi uffici giudiziari d’Italia.

Sulla base delle loro testimonianze si sono aperti procedimenti e processi, in gran parte costruiti su una montagna di bufale, alcune peraltro facilmente riscontrabili. Ma la magistratura di nulla si è accorta. O meglio, qualche pm si è reso conto che non tutto tornava nei racconti dei due presunti pentiti e che le accuse lanciate a destra e a manca non sempre rispondevano a verità. Sì, qualche pubblico ministero voleva mettere i due agli arresti per calunnia e altri reati, ma sta di fatto che le manette non sono scattate e a finire nei guai sono state, al contrario, proprio le toghe che insistevano sulla necessità di misure cautelari.

È successo a Roma, a Stefano Fava, che dopo aver sollecitato un’ordinanza restrittiva, si è sentito dire che Amara era un teste della Procura e dunque non si poteva arrestare. Un suo esposto con cui contestava la decisione dell’ufficio lo ha fatto finire sul banco degli imputati e il Csm ne ha disposto il confino: trasferito da Roma a Latina, è passato da pm d’assalto a giudice da controversie civili. Una sorte più o meno simile è toccata a Paolo Storari, a Milano, che ora è sotto inchiesta per rivelazione di segreto istruttorio: voleva indagare Amara ed è finito indagato per aver consegnato un fascicolo inspiegabilmente dimenticato in Procura a Piercamillo Davigo, all’epoca esponente del Csm. Anche Storari, come Fava, rischia il trasferimento e forse anche il declassamento.

E i due intoccabili? Pezzo dopo pezzo, il castello di bugie costruito negli anni e che doveva diventare la tomba dei vertici dell’Eni sta crollando. Prima la sentenza del Tribunale di Milano, giunta dopo 72 udienze e 62 milioni di spese legali: i giudici hanno sentenziato che il fatto, cioè una tangente miliardaria pagata dall’Eni in Nigeria, non sussiste. Poi la notizia di un video, non depositato dalla procura negli atti del processo, in cui Armanna e Amara pianificavano di fare arrivare «una montagna di merda» sui vertici dell’Eni, un documento che lascia poco spazio alle interpretazioni. Quindi la scoperta che i pm sapevano del tentativo di Armanna di pagare con 50.000 euro un testimone che avvalorasse la propria deposizione. Infine, la rivelazione che i riscontri effettuati sulle dichiarazioni di Armanna e Amara, a proposito di un tentativo di indurli a cambiare versione da parte di un dirigente di Eni, hanno dimostrato che l’incontro è esistito solo nella fantasia dei due.

Tutti elementi noti alla procura. Tutti atti che dovevano indurre a diffidare dei presunti pentiti, ma che invece non hanno fatto cambiare idea alla pubblica accusa che anzi, quando Amara ha lasciato intendere di aver raccolto voci negative sul comportamento del presidente del collegio che doveva giudicare il caso Eni, ha pure trasmesso gli atti ai colleghi di Brescia, affinché indagassero, mentre a indagare l’avvocato che ha osato rivelare in aula l’esistenza del video in cui si pianificava la manovra contro i vertici del gruppo ci ha pensato direttamente la Procura di Milano, la stessa che aveva cieca fiducia in Armanna e Amara.

Sì, i due erano proprio intoccabili, almeno fino all’altroieri, quando con la sentenza di assoluzione è crollata la montagna di bugie, una frana che oltre a travolgere gli accusatori, minaccia di sotterrare anche la pubblica accusa. Ora sono loro, i pm, sul banco degli imputati. I loro metodi, le loro «dimenticanze», le strane sottovalutazioni sono al vaglio di altri pm, quelli di Brescia, che vogliono capire le ragioni di quell’aura di intoccabilità che ha accompagnato per anni la strana coppia Armanna e Amara.

Risultato, anche i pm da intoccabili rischiano di essere toccati: da accusatori ad accusati.

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