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2024-07-31
Assassinato a Teheran il leader di Hamas Ismail Haniyeh
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Ansa
Dallo Stato ebraico non hanno rilasciato per ora dichiarazioni, ma solitamente non lo fanno quando si tratta di operazioni attribuite al Mossad. Nel 2020, un importante scienziato nucleare militare iraniano, Mohsen Fakhrizadeh, è stato ucciso da una mitragliatrice telecomandata mentre viaggiava in auto fuori Teheran.
Ismail Haniyeh aveva 62 anni ed era il leader politico di Hamas dal 2017. Nato in un campo profughi a Gaza, i suoi genitori erano fuggiti dalla città di Asqalan dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948. Dal 2019, Haniyeh viveva a Doha, in Qatar, dove aveva ottenuto asilo politico. Recentemente si trovava a Teheran per partecipare alla cerimonia di insediamento del presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Durante la sua giovinezza, aveva studiato all'istituto al Azhar e si era laureato in letteratura araba all'università islamica di Gaza.
Nel 1983, Haniyeh si unì al blocco studentesco islamico, considerato il precursore di Hamas. Salì rapidamente nei ranghi del movimento, diventando uno stretto collaboratore del co-fondatore Ahmed Yassin. Fu imprigionato in Israele a seguito delle manifestazioni di protesta del 1987 e del 1988, e nel 1992 fu nuovamente arrestato e deportato con altri nel sud del Libano, per poi fare ritorno a Gaza. Scampò a diversi attentati. Nel 1993, tornato a Gaza, divenne preside dell'università islamica. La sua carriera politica lo portò a ricoprire il ruolo di primo ministro dell'Autorità Nazionale Palestinese dal 2006 al 2007.
Tuttavia, a causa delle tensioni interne tra Abu Mazen e Hamas, fu incaricato di formare un governo di unità nazionale, che ebbe vita breve e si concluse con la presa del controllo della Striscia di Gaza da parte di Hamas. Haniyeh che negli anni ha accumulato un patrimonio di almeno quattro miliardi di dollari, viveva in Qatar era sposato e aveva 13 figli, tre dei quali sono stati uccisi durante un raid israeliano all'inizio dell'anno. Con un comunicato ufficiale trasmesso sulla tv dell'organizzazione, Al Aqsa Tv, Hamas. Nel confermare l'uccisione del suo leader Ismail Haniyeh a Teheran, Hamas punta il dito contro Israele parlando di «attacco sionista Hamas dichiara al grande popolo palestinese, al popolo delle nazioni arabe e islamiche e a tutti i popoli liberi del mondo, il fratello leader Ismail Haniyeh è un martire», si legge nella dichiarazione.
Mentre in un'altra comunicazione del membro dell'ufficio politico di Hamas, Musa Abu Marzuk il gruppo palestinese ha citato Haniyeh per dire che la causa palestinese ha dei «costi» : «Siamo pronti a questi costi: il martirio per il bene della Palestina, per il bene di Dio Onnipotente e per il bene della dignità di questa nazione. L'assassinio del nostro leader, Ismail Haniyeh, è un atto codardo e non rimarrà senza risposta».
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Il capo politico dell'organizzazione terroristica si trovava in Iran per partecipare alla cerimonia di insediamento del presidente Masoud Pezeshkian. Teheran non ha fornito dettagli su come è avvenuto l'omicidio, che è attualmente sotto indagine. Gli analisti della televisione di stato iraniana hanno subito accusato Israele.Dallo Stato ebraico non hanno rilasciato per ora dichiarazioni, ma solitamente non lo fanno quando si tratta di operazioni attribuite al Mossad. Nel 2020, un importante scienziato nucleare militare iraniano, Mohsen Fakhrizadeh, è stato ucciso da una mitragliatrice telecomandata mentre viaggiava in auto fuori Teheran.Ismail Haniyeh aveva 62 anni ed era il leader politico di Hamas dal 2017. Nato in un campo profughi a Gaza, i suoi genitori erano fuggiti dalla città di Asqalan dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948. Dal 2019, Haniyeh viveva a Doha, in Qatar, dove aveva ottenuto asilo politico. Recentemente si trovava a Teheran per partecipare alla cerimonia di insediamento del presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Durante la sua giovinezza, aveva studiato all'istituto al Azhar e si era laureato in letteratura araba all'università islamica di Gaza.Nel 1983, Haniyeh si unì al blocco studentesco islamico, considerato il precursore di Hamas. Salì rapidamente nei ranghi del movimento, diventando uno stretto collaboratore del co-fondatore Ahmed Yassin. Fu imprigionato in Israele a seguito delle manifestazioni di protesta del 1987 e del 1988, e nel 1992 fu nuovamente arrestato e deportato con altri nel sud del Libano, per poi fare ritorno a Gaza. Scampò a diversi attentati. Nel 1993, tornato a Gaza, divenne preside dell'università islamica. La sua carriera politica lo portò a ricoprire il ruolo di primo ministro dell'Autorità Nazionale Palestinese dal 2006 al 2007. Tuttavia, a causa delle tensioni interne tra Abu Mazen e Hamas, fu incaricato di formare un governo di unità nazionale, che ebbe vita breve e si concluse con la presa del controllo della Striscia di Gaza da parte di Hamas. Haniyeh che negli anni ha accumulato un patrimonio di almeno quattro miliardi di dollari, viveva in Qatar era sposato e aveva 13 figli, tre dei quali sono stati uccisi durante un raid israeliano all'inizio dell'anno. Con un comunicato ufficiale trasmesso sulla tv dell'organizzazione, Al Aqsa Tv, Hamas. Nel confermare l'uccisione del suo leader Ismail Haniyeh a Teheran, Hamas punta il dito contro Israele parlando di «attacco sionista Hamas dichiara al grande popolo palestinese, al popolo delle nazioni arabe e islamiche e a tutti i popoli liberi del mondo, il fratello leader Ismail Haniyeh è un martire», si legge nella dichiarazione.Mentre in un'altra comunicazione del membro dell'ufficio politico di Hamas, Musa Abu Marzuk il gruppo palestinese ha citato Haniyeh per dire che la causa palestinese ha dei «costi» : «Siamo pronti a questi costi: il martirio per il bene della Palestina, per il bene di Dio Onnipotente e per il bene della dignità di questa nazione. L'assassinio del nostro leader, Ismail Haniyeh, è un atto codardo e non rimarrà senza risposta».
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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