Titolo ai minimi, mentre schizzano i Cds, strumenti che assicurano le obbligazioni del secondo istituto elvetico in caso di fallimento. Subito 4 miliardi. Il nuovo piano dovrebbe arrivare il 27, ma rischia di essere tardi.

Too big to fail? Troppo grande per fallire? La domanda torna a circolare in questi giorni nelle sale operative dove i riflettori sono tutti puntati sul Credit Suisse dopo l’impennata di venerdì scorso dei prezzi dei contratti Cds (credit default swap) legati al debito della banca e il flop del titolo alla Borsa di Zurigo. Significa che il mercato sta valutando aggressivamente un’insolvenza del creditore. Ieri le azioni del colosso svizzero hanno aggiornato il minimo storico e sono arrivate a perdere fino al 12%. Secondo il Telegraph, la Bank of England avrebbe addirittura contattato le autorità svizzere per chiedere chiarimenti sulle condizioni dell’istituto. Non bastano, dunque, le rassicurazioni che il nuovo numero uno di Credit Suisse, Ulrich Koerner, sta cercando di dare a dipendenti e investitori cui ha chiesto meno di 100 giorni di tempo per mettere a punto una strategia di rilancio con il nuovo piano di ristrutturazione da presentare il 27 ottobre. Troppo, considerando che la scorsa settimana il costo per assicurare le obbligazioni della banca contro il default è schizzato a livelli mai visti dal 2009. Per capirsi, ieri il Cds a cinque anni è balzato a 355 punti base dai 60 punti base di inizio anno e su di 105 punti rispetto alla chiusura di venerdì.

«Abbiamo passato il week end a discutere se Credit Suisse fallirà o meno. È possibile? Sì ma altamente improbabile», hanno commentato gli analisti di Swissquote. Più probabile che Credit Suisse diventi un obiettivo di acquisizione o che il governo svizzero intervenga per salvarla dall’implosione, sostengono gli stessi esperti. Il management ha avuto contatti nel week end con i principali clienti, controparti e investitori spiegando che l’istituto ha una solida base di capitale e di liquidità. Secondo gli analisti di Kbw, invece, avrebbe bisogno di una iniezione da almeno 4 miliardi di franchi svizzeri. Con il deterioramento delle condizioni di mercato non sarò però facile raccogliere nuove azioni per pagare la ristrutturazione prevista e i costi di finanziamento potrebbero aumentare notevolmente.

Pesano i disastri finanziari che lo scorso anno hanno coinvolto il cliente Archegos capital management per 5,1 miliardi di dollari. Credit Suisse è stato inoltre uno dei principali finanziatori dell’operazione di leveraged buyout di Citrix systems che ha causato perdite a un consorzio di banche. La seconda banca della Svizzera (dopo Ubs) è finita alla ribalta delle cronache – non solo finanziarie – in Italia anche per i rapporti con il Vaticano e in particolare per quelli relativi alla compravendita del palazzo londinese di Sloane avenue a Londra con i soldi dell’Obolo di San Pietro. Apriamo, qui, una parentesi. Il 30 settembre, nell’ultima udienza del processo ancora in corso, l’accusa ha convocato come testimone il revisore generale dei conti della Santa sede e dello Stato della Città del Vaticano, Alessandro Cassinis Righini. L’8 agosto del 2019 fu il firmatario di una delle due denunce – l’altra era dello Ior – che diedero il via all’inchiesta sull’acquisto del palazzo di Londra e quindi al presente processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato. Cassinis Righini ha raccontato che «mancavano perizie indipendenti sul valore degli immobili, le relazioni sui rapporti con le banche, i bilanci: li chiedevamo ripetutamente e non ci venivano mai forniti». In particolare, mancava il «contratto di pegno» con il Credit Suisse con cui la Segreteria di Stato dava appunto in pegno parte del suo patrimonio per avere le risorse per procedere all’acquisto dell’immobile. Secondo Cassinis Righini la cifra impegnata per l’operazione ammontava a 564 milioni. Il revisore ha poi riferito che la «revisione specifica» aveva anche portato alla luce che la disponibilità della Segreteria di Stato era di 928 milioni di euro («Ne erano al corrente i superiori, ma il Papa sicuramente no») e, di questi, «750 milioni erano versati in istituti bancari fuori dal Vaticano, in particolare il Credit Suisse. Le risposte che ci venivano date era che storicamente, dagli anni Novanta, c’erano rapporti col rappresentante in Italia Enrico Crasso».

Di certo non ha aiutato il fatto che il Vaticano abbia deciso di spostare, dal 1° ottobre, tutte le risorse finanziarie sotto lo Ior. Il 23 agosto, infatti, papa Francesco ha emanato un Rescriptum ex Audientia Sanctissimi (una sorta di decreto legge) che pone l’amministrazione e la gestione delle attività finanziarie e della liquidità della Santa sede e delle istituzioni collegate in via esclusiva sotto il controllo di un’unica autorità centrale: l’Istituto per le opere di religione diretto da Gian Franco Mammì. In sostanza, dal 1° ottobre tutte le risorse finanziarie della Santa sede e delle istituzioni collegate sono state trasferite al Torrione di Nicolò V. Oltre ai dicasteri vaticani la norma riguarda varie congregazioni e alcune fondazioni, come la Bambino Gesù, la Casa sollievo della sofferenza di padre Pio da Pietrelcina (Benevento) e il Fatebenefratelli.

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