Quanti silenzi «per non fare un favore alla destra»
Da sinistra, Milena Gabanelli, Nicola Gratteri e Lilli Gruber (Ansa)

Avvertenza per i miei sette lettori. Oggetto di questo articolo non sono le nuove puntate della telenovela «Lavitola-è-bellola», starring Sigfrido Ranucci. Non che gli spunti difettino. La deriva egotica di «Rocco Sigfrido» (fulminante «carezza» di Aldo Torchiaro a proposito della sua ars amandi, ora che il Nostro ha svelato che nella sua autobiografia presentata come vera, le «trombate» – termine suo – sono false: ci fosse ancora Temptation Island, urgerebbe un falò di confronto) è sotto gli occhi di tutti.

Si pensi solo a come ha evocato Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Aldo Moro e Piersanti Mattarella, paragonandosi obliquamente a loro, con i familiari delle vittime che hanno preferito non commentare per carità di patria.

Nota a margine. Peggio è andata a Marco Travaglio, il Travaglino che fa concorrenza al Bagaglino, che ha voluto ricordare, a chi ha spiegato che Falcone con uno come Valter Lavitola mai sarebbe andato a cena, che il magistrato «lavorava nel governo di Giulio Andreotti». Uno sfregio così, ad minchiam.

Peccato che Maria Falcone abbia deciso di spolverargli la sedia meglio di Silvio Berlusconi, con una dichiarazione che il vostro cronistaccio riassume così: prima di parlare di mio fratello, sciacquati la bocca, tu si nuddu miscatu cu nenti.

No. Qui si parla del come e perché, ancora una volta, tra i «compagnucci della parrocchietta» – «la casta degli indiscutibili», per il liberale di sinistra Edmondo Berselli, direttore de Il Mulino – scatti il riflesso pavloviano della difesa «a prescindere» di chi, tra essi, sia stato sorpreso con le dita nei moscardini fritti.

È lo spirito di colleganza, contro cui si scagliò Enzo Tortora, uomo libero e indipendente: «Io non ho colleghi, la colleganza l’ha inventata la mafia».

Strano anzi che, nella Ranucceide, ancora nessuno abbia rispolverato l’evergreen de «la macchina del fango», che ha fatto solo capolino in Rete, quando giovani analisti da bar-social hanno provato a buttare lì l’ipotesi che Lavitola abbia agganciato Ranucci per conto di chi voleva «azzopparlo» per le sue inchieste, arrivando al «chissà che cosa c’è dietro?» («Dietro c’è solo il buco del…», mitico aforisma del fu Claudio Rinaldi, già in Lotta Continua e mio direttore a Panorama 40 anni fa).

In verità, qualcosa si muove tra i sinistrati, gli amichettisti del circoletto loro, il Sinedrio dei puri e dei giusti.

Perché non ci può sempre e comunque turare montanellianamente il naso.

Silvia Sciorilli Borrelli, corrispondente dall’Italia del Financial Times, spesso a Ottoemezzo su La7: «Il fatto stesso che non si possa criticare Ranucci e che dobbiamo tutti sposare l’idea del martire, senza poterci interrogare sulle relazioni, le commistioni, le scelte personali che si mischiano a quelle professionali» perché altrimenti scatta l’accusa «state facendo un favore alla destra», ecco: quest’approccio è sbagliato. Eggià.

Di analogo tenore l’intervento di Selvaggia Lucarelli, che solo un fesso può declassare a semplice alzatrice di palette a Ballando con le stelle, visto che la sua inchiesta sul Pandoro-gate ha demolito il mito di Chiara Ferragni (e fatto implodere i Ferragnez).

Semmai c’è da rimanere perplessi sulla tempistica della presa di distanza, visto che lei stessa ha spiegato che «su Ranucci ho sempre avuto molte riserve. Umane e professionali. E questo lo sanno i tanti colleghi con cui negli anni mi sono confrontata su di lui, colleghi ovviamente non di destra e dintorni, perché quelli non valgono» (be’, certo, perché non ci possono essere giornalisti di destra che non siano brutti, sporchi, cattivi, animati solo da faziosità e pregiudizi, mezzi «fasci» e naturalmente servi del loro direttore o editore: non è un luogocomunismo banalotto e scadente?).

Aggiunge Lucarelli: «Parlo di colleghi che come me sono collocabili a sinistra o comunque laici rispetto alla questione Ranucci, che spesso la pensavano come me. E cioè che Ranucci fosse un personaggio controverso».

Di più: due anni fa, alla presentazione dei palinsesti Rai, «non ho detto niente di Ranucci perché avrei fatto un favore alla destra. E sia chiaro, so che lo sto facendo anche adesso, ma voglio essere intellettualmente onesta», e poi via di seguito con un pungente identikit scritto al solito in modo brillante.

Certo, a voler inzigare si potrebbe osservare: non è un’ammissione tardiva? Non si poteva denunciare già prima?

E senza voler salire in cattedra a impartire lezioni di morale o di deontologia professionale (non me lo posso permettere, quella è una specialità del Travaglino di cui sopra, direttore del giornale cui Lucarelli ha collaborato o collabora ancora), per «prima» intendo a fine aprile, quando Ranucci in tv diede pessima prova del suo «giornalismo d’inchiesta».

Do you remember? Diede la notizia – non verificata ma gli sembrò giusto non tacerla – di una presunta visita del ministro Carlo Nordio a Nicole Minetti in Sudamerica. E quando Nordio, telefonando in trasmissione, non solo smentì la circostanza ma chiese «e poi, scusi: i primi marzo di che anno?», Ranucci non fu in grado di indicarlo.

Poi il nostro cavaliere senza macchia (se ne aveva una, era di uno spaghetto allo scoglio) più o meno si scusò: «Sono caduto in un eccesso, mi copro il capo di cenere. Tuttavia non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto: stiamo verificando una notizia, che è una cosa un po’ diversa», sì: forse dalle parti tue.

Anche in quel caso, tutti allineati e coperti, a sinistra e dintorni.

Impensabile accusare Ranucci di una «smarronata» senza pari, perché chi se la sente di venire messo alla gogna come «nemico del popolo» dal mefitico network Stampa romana-Fnsi-Articolo 21-Antimafia Duemila-RepubblicaFatto quotidiano?

Meglio sopravvolare, per citare Corrado Guzzanti.

Al limite, Ranucci era «un compagno che sbaglia», slogan dei famigerati anni Settanta a proposito dei terroristi «rossi», che se erano brigatisti lo erano solo in quanto «sedicenti».

Nel 1969 Ennio Flaiano -in Diario degli errori aveva già intuito tutto, elencando i vantaggi dell’iscriversi al Partito comunista: «Sarete temuti e rispettati, libertà privata totale, ampie possibilità per il futuro, colloquio con i giovani, ammirazione del ceto borghese, ampie facilitazioni sessuali, rapida carriera, impunità per delitti politici e di opinione. In casi disperati, alone di martirio», praticamente la carta d’identità di Ranucci.

Si badi: non è che a sinistra ignorino questo tipo di riflessioni. No, è peggio: tacciono, perché esporsi non conviene.

«È sempre la stessa storia. All’intellettuale di sinistra, se cioè tu stai con i buoni, viene perdonato tutto. Ma come? Ieri mattina quello era nazista! Sì, vabbè, non importa. Scegliere la sinistra significa scegliere un mondo dell’impunità, così uno si ritrova insieme a un sacco di persone a cui non si chiede conto di nulla», con un «privilegio di moralità». Parola di Paolo Mieli, a Soul, su Tv2000, il 13 ottobre 2024, il nostro direttore «alle vongole» (sgusciate).

Ma forse il contributo che spiega al suo meglio perché Ranucci e quelli come lui siano (stati) considerati intoccabili, è quello di Leonardo Sciascia sui «professionisti dell’antimafia» – in realtà riguardanti «persone dedite all’eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le famose cinque giornate, denominarono “eroi della sesta”» – sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987.

«Prendiamo un sindaco che per sentimento o calcolo cominci ad esibirsi come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra, si può considerare come in una botte di ferro. Chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno».

Chiaro, no, il meccanismo perverso, il cortocircuito ricattatorio e manipolatorio?

Forse bisognerebbe recuperare la lezione di un grande e coraggioso giornalista, che osò sfidare il conformismo a rischio della propria vita:

«A me pare che si corra il rischio di dire che è democratico il giornale che scrive quello che mi piace».

«L’informazione non si deve trasformare in propaganda elettorale».

«Non è assolutamente sano, in un Paese democratico, che la politica si faccia nei Palazzi di giustizia».

Soprattutto perché «il compito del giornalista è quello di fare informazione e non formazione, nel senso che il giornalista non può ridurre, o ampliare, il suo ruolo pensando di diventare una sorta di pedagogo collettivo che deve raddrizzare le gambe a tutti i cani della terra».

Firmato: Walter Tobagi, inviato del Corriere, lui sì, un martire.

Assassinato nel 1980, dopo essere stato isolato nella sua stessa redazione, da un commando di terroristi «rossi», figli delle buone famiglie milanesi.

Ça va sans dire: democratiche e antifasciste.

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